È tempo di agire

«Do or die»: agisci o muori. Lo slogan non è di Greta Thunberg, ma della rivista scientifica Nature. È un appello disperato e dal sapore amaro. Amaro, perché molto si poteva fare nei decenni scorsi per prevenire i cambiamenti climatici e pochissimo si è fatto. Disperato perché il tempo sta per scadere. E, forse, è ormai scaduto.
Pietro Greco, 02 Ottobre 2019
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

«Do or die»: agisci o muori. Lo slogan non è di Greta Thunberg, ma della rivista scientifica Nature. E, mentre a New York, presso il palazzo di vetro delle Nazioni Unite si apre il Climate Action Summit 2019 voluto dal segretario generale Antonio Guterres e a cui partecipano i capi di stato e di governo dei paesi membri dell’ONU.
Per l’Italia sono presenti il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa.
Quello di Nature ha il sapore amaro di un appello disperato. Amaro, perché molto si poteva fare nei decenni scorsi per prevenire i cambiamenti climatici e pochissimo si è fatto. Disperato perché il tempo sta per scadere. E, forse, è ormai scaduto.
Il giudizio si fonda su dati semplici e ormai pressoché inoppugnabili. L’IPCC ha indicato, lo scorso autunno, il traguardo da raggiungere per contenere entro limiti non eccessivamente disastrosi per la società umana e per conservare l’equilibrio di molti ecosistemi: contenere l’incremento della temperatura media del pianeta entro gli 1,5 °C rispetto all’epoca pre-industriale. In ogni caso non bisogna superare la soglia dei 2,0 °C: pena, appunto, condizioni probabilmente disastrose.
Il mondo sta agendo in maniera inadeguata. Tra fatti concreti e se anche i governi trasformassero le tante promesse scritte sulla sabbia a fine secolo la temperatura media del pianeta sarà di 3,0 °C superiore a quella dell’epoca pre-industriale.

Cosa dovremmo fare, visto che già oggi la temperatura risulta superiore a 1,1 °C, sempre rispetto all’epoca pre-industriale. Dunque c’è un piccolo margine di aumento ulteriore: non più di 0,4 °C. Per restare entro questo margine le indicazioni dell’IPCC sono nette. Anzi, drastiche: abbattere del 50% le emissioni di gas serra (o di gas climalteranti, come con brutto termini ora li chiamano gli esperti) entro il 2030, in pratica entro domani. E ridurle a zero entro il 2050, in pratica entro dopodomani.
Imprese titanica. Al limite dell’impossibile, viste le parole e soprattutto le opere dei governi dei circa 200 paesi membri delle Nazioni Unite. Nature ha indicato, con poche cifre efficaci, le responsabilità storiche dei vari paesi e denunciato i comportamenti attuali dei loro governi.

I gas serra si accumulano nell’atmosfera, perché da duecento anni a questa parte i pozzi di carbonio (ma anche di metano e altro) non riescono ad assorbire le emissioni di origine antropica. La concentrazione di anidride carbonica, per esempio, è passata da 280 a oltre 410 parti per milione: con un aumento quasi del 47%. Ebbene questo aumento è dovuto per il 25% agli Stati Uniti, per il 22% all’Unione Europa (dei 28 stati), per il 13% alla Cina, per il 7% alla Russia, per il 4% al Giappone, per il 3% all’India, per il 26 % al resto del mondo. Queste, in quota parte per paese, le responsabilità storiche. Come fanno fronte a queste responsabilità i singoli paesi? Nature ha dato un voto alle politiche attuali dei governi dei paesi principali. E realisticamente ha traguardato la soglia entro cui mantenersi a 2°C di aumento e non a 1,5 °C. Ma anche così il quadro è disarmante.
Iniziamo dagli Stati Uniti, che hanno la massima responsabilità storica. Dopo un periodo di declino, le emissioni del paese nordamericano sono aumentate nel 2018. In più Donald Trump a dichiarato di voler uscire del tutto dagli accordi di Parigi. Voto di Nature: altamente insufficiente. Con il comportamento di Washington l’aumento della temperatura media del pianeta sarebbe superiore a 4 °C.
Unione Europea: le emissioni sono diminuite del 20% rispetto al 1990. E i paesi del Vecchio Continente potrebbero essere in grado di rispettare gli accordi di Parigi. Ma la valutazione resta insufficiente, sia perché nell’Unione si usa ancora troppo carbone sia perché gli accordi di Parigi del 2015 sono a loro volta insufficienti per restare sotto la soglia dei 2 °C. Il comportamento dell’UE è compatibile con un aumento della temperatura compreso tra 2 e 3 °C. La Cina ha minori responsabilità storiche, ma è anche vero che a Parigi ha dichiarato di voler raggiungere il picco delle emissioni entro il 2030 e solo dopo inizierà a diminuirle. Voto di Nature: largamente insufficiente. Il comportamento della Cina è compatibile con un aumento della temperatura di oltre 4 °C.

Del tutto insufficienti, con comportamenti compatibili con un aumento compreso tra 3 e 4 °C, sono le politiche di Russia, Giappone, Arabia Saudita. Insufficiente, come quella dell’Unione Europa è invece la politica climatica del Canada. In pratica, Nature promuove solo l’India, che pur utilizzando ancora molto carbone sta sviluppando a tappeto le fonti di energia rinnovabile. Se tutti si comportassero come l’India, la l’aumento della temperatura resterebbe sotto i 2 °C.
Questi sono i dati fisici e politici. Saranno i secondi modificati dal Summit di New York? Speriamo di sì, ma è molto difficile che le nostre speranze saranno esaudite. Tuttavia in questi giorni si getteranno le premesse per il successo o il fallimento di COP 25 che si terrà a Santiago del Cile il prossimo mese di dicembre e soprattutto di COP 26, che nel dicembre del prossimo anno dovrà definire nei dettagli gli impegni di Parigi 2015.
Difficile tener dietro a tutte queste date e convegni? Beh, sappiate che non siete i soli. Anche Antonio Guterres ha fatto sapere che la diplomazia corre troppo mentre la politica agisce poco. Mentre, come titola Nature nella sua ultima copertina e come vanno gridando milioni di giovani di tutto il mondo in migliaia di manifestazioni: è «Time to act». È tempo di agire.

 

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