Gaia 2.0: l’umanità sa, ma non agisce

Riprendendo l'"ipotesi di Gaia" proposta oltre trent’anni fa, Bruno Latour e Timothy M. Lenton hanno avanzato, su Science, un interrogativo: può l’umanità aggiungere un livello di auto-consapevolezza alla capacità della Terra di autoregolarsi?
Pietro Greco, 17 Settembre 2018
Micron
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Giornalista e scrittore

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La definizione (Gaia 2.0) e la domanda se la sono posta di recente in un articolo pubblicato su Science l’inglese Timothy M. Lenton, del Global System Institute dell’università di Exeter e il sociologo francese Bruno Latour, riprendendo l’antica “ipotesi di Gaia”, proposta oltre trent’anni fa da Lynn Margulis e James Lovelock. L’ipotesi guardava alla biosfera del pianeta Terra come a un sistema dinamico complesso, con molti elementi interagenti attraverso innumerevoli connessioni, capace di autoregolarsi.
Con la loro proposta, Lynn Margulis e James Lovelock suscitarono molte polemiche. Perché c’erano, nell’“ipotesi Gaia”, dei margini di ambiguità.
La biologa americana e il chimico inglese sembravano, infatti, sostenere che la Terra – o meglio, la biosfera del nostro pianeta – fosse dotata di una qualche intelligenza e persino di una qualche saggezza.
Molti loro colleghi restavano perplessi. Gaia, sosteneva per esempio Stephen Jay Gould, è nulla più che una metafora. E, in effetti, il sistema complesso “biosfera della Terra” ha certo capacità omeostatiche – cioè la capacità di mantenere una certa stabilità quando è perturbato grazie a una serie di feedback, ovvero di azioni e retroazioni – ma non ha alcuna intelligenza (men che meno una qualche saggezza). Perché non ha alcuna forma di consapevolezza, di intenzionalità e neppure una qualche forma di direzionalità.
Dunque, la domanda di Lenton e Latour assume una connotazione scientifica solo se si parte da questi presupposti. Gaia si autoregola, entro certi limiti, ma senza consapevolezza, senza intelligenza e senza direzione. D’altra parte nella storia della Terra ci sono stati molti momenti in cui la vita ha rischiato seriamente di scomparire.
Senza che niente e nessuno si potesse porre e tantomeno affrontare il problema.
Resta, quindi, il tema proposto da Lenton e Lovelock. Gaia (la biosfera) è entrata in una nuova fase della sua lunga storia. Un’era che anche gli esperti chiamano, ormai, Antropocene, perché l’uomo è diventato il suo principale fattore dinamico. Un’era davvero inedita, perché questo fattore dinamico così potente è dotato proprio di quei caratteri che finora sono mancati a Gaia: la consapevolezza, l’intenzionalità e la direzionalità.
La metafora Gaia 2.0 deve dunque misurarsi con un problema originale e reale. Lenton e Latour indicano quattro dimensioni in cui siamo chiamati a cimentarci: l’autotrofia (la capacità del sistema di continuare a “nutrirsi” ricreando i propri “nutrienti” mediante l’utilizzo dell’energia solare); i networks (la rete di correlazioni tra i vari elementi del sistema); eterarchia (il governo del sistema da parte di elementi esterni) e la politica. Non entriamo nei dettagli.
Poniamoci però il problema di Lenton e Latour: l’umanità aggiunge un livello di auto-consapevolezza alla capacità della Terra di autoregolarsi?
Non c’è dubbio. In prima battuta la risposta è: sì. L’uomo è il primo fattore consapevole nell’ambito della lunga storia evolutiva della biosfera. Di più: negli ultimi secoli l’umanità ha acquisito una “consapevolezza enorme”. Grazie alla scienza, sappiamo abbastanza bene come funziona Gaia. E sappiamo anche come e perché la biosfera del pianeta Terra è entrata nell’era dell’Antropocene. Il fattore dinamico principale di questo sistema complesso ha “coscienza di sé”. Non era mai accaduto prima.
Grazie a questa “enorme coscienza” ed “enorme conoscenza” il fattore dinamico uomo è in grado di intervenire con intenzionalità, cercando di dare una direzione (desiderabile) all’evoluzione della biosfera. Prendiamo il caso del clima o della biodiversità, le due dimensioni, peraltro interrelate, in cui l’uomo manifesta il suo essere “attore ecologico globale”. Sappiamo cosa sta cambiando il clima e perché il tasso di estinzione delle specie è particolarmente elevato, ne conosciamo abbastanza bene le cause, sappiamo come intervenire per tentare di rimuoverle.
Dunque, effettivamente, possiamo fare nostra la metafora di Gaia 2.0. Che proprio per queste caratteristiche del principale fattore dinamico cessa, almeno un po’, di essere solo una metafora. E tuttavia quell’enorme coscienza non si trasforma in sufficiente azione. Benché l’umanità sappia cosa sta combinando e sappia che il futuro che sta determinando non è desiderabile, non esercita le sue capacità intenzionali per dare una direzione auspicabile (e auspicata) all’evoluzione di Gaia.
Gaia 2.0 è in una condizione di stallo. Un esempio concreto ce lo dimostra. A Parigi nel 2015 il fattore dinamico cosciente si è formalmente impegnato a contrastare i cambiamenti del clima non desiderati contenendo l’aumento della temperatura media del pianeta entro almeno i 2,0 °C e possibilmente entro 1,5 °C rispetto al livello dell’epoca preindustriale. Per fare questo l’umanità – o, almeno, i Paesi aderenti alle nazioni Unite – si sono impegnati a ridurre le emissioni di anidride carbonica da combustibili fossili. Unica opzione possibile, di fatto, per mantenere l’impegno. Ebbene i recentissimi dati dell’Agenzia internazionale dell’energia dicono che nel 2017 e nei primi mesi del 2018 le emissioni di gas serra da fonti antropiche sono aumentati, invece di diminuire.
L’umanità sa, ma non agisce. Anzi, sa e agisce nella direzione opposta a quella che la sua consapevolezza le indica. Perché? Beh, questa è una domanda per molti versi ancora misteriosa.

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