Groenlandia, cattive notizie dai ghiacciai

I ghiacciai in Groenlandia si stanno sciogliendo a una velocità superiore a quella prevista. E, di conseguenza, stanno rilasciando il metano che contengono. La prima misura diretta di questo fenomeno, che sta già dando un contributo non banale ai cambiamenti climatici, è stata realizzata da un gruppo di ricercatori dell’università di Bristol.
Pietro Greco, 08 Gennaio 2019
Micron
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Giornalista e scrittore

I ghiacciai in Groenlandia si stanno sciogliendo a una velocità superiore a quella prevista. E, di conseguenza, stanno rilasciando il metano che contengono. La prima misura diretta di questo fenomeno, che sta già dando un contributo non banale ai cambiamenti climatici, è stata realizzata da Guillaume Lamarche-Gagnon, un ricercatore in forze alla School of Geographical Sciences, dell’università di Bristol, in Gran Bretagna. Lo studio, pubblicato sul primo numero del 2019 della rivista scientifica Nature, ha una duplice importanza: una squisitamente scientifica, l’altra per gli effetti che ha sulla società umana.
È da molto tempo che si parla del metano intrappolato nei ghiacci dell’emisfero nord e dell’emisfero sud come potenziale, nuova fonte di gas serra. Come si sa, questa molecola – che è il più semplice degli idrocarburi, composta com’è da un atomo di carbonio e da quattro atomi di idrogeno – è uno dei gas presenti in atmosfera che più contribuiscono all’aumento della temperatura media del pianeta. Il motivo è semplice: rispetto all’epoca pre-industriale la concentrazione di metano in atmosfera è passata da 0,7 a 1,8 parti per milione: un aumento pari a poco meno del 160%. Sembra poca cosa, visto che la concentrazione di biossido di carbonio, il primo dei gas serra, ha superato le 400 parti per milione (contro le 280 dell’epoca pre-industriale).
Ma, il fatto è che il potere radiante di una molecola di metano è 25 volte quello di una molecola di biossido di carbonio. In pratica il metano oggi presente in atmosfera contribuisce ai cambiamenti climatici per il 28%. È meno del contributo del biossido di carbonio, ma non è assolutamente poco. E tuttavia è il potere radiante – o, se volete, la capacità di riscaldare – che preoccupa da decenni gli scienziati. Perché un rapido aumento del metano in atmosfera darebbe un ulteriore pesantissimo contributo ad accelerare i cambiamenti del clima.
Inoltre, c’è l’effetto spirale perversa. Più aumenta il metano in atmosfera, più i ghiacci si sciolgono, più aumenta il metano in atmosfera. E poiché di metano nei ghiacciai più puri e nel permafrost ce n’è in abbondanza, la minaccia è serissima.
Ecco, dunque, che la notizia apparsa su Nature è importante per gli effetti che annuncia.
Ma, dicevamo, è importante anche per il fatto in sé. Il metano intrappolato nei ghiacciai è il prodotto dell’attività dei batteri, che si cibano di materia organica e producono, appunto, l’idrocarburo.
Finora molti avevano cercato una prova che la fusione dei ghiacci antichi in Groenlandia e nelle zone artiche generasse davvero un flusso di metano aggiuntivo verso l’atmosfera. Un recente lavoro di Vasilii V. Petrenko e un gruppo internazionale di suoi colleghi aveva mostrato che la gran parte del nuovo metano che sta raggiungendo l’atmosfera non è di origine batterica ma antropica. In pratica, siamo noi umani i responsabili. Una spiegazione che era stata data sulla mancata presenza di metano da scioglimento dei ghiacciai era che i batteri non si limitano a produrre metano, ma lo usano anche nel loro ciclo metabolico. Cosicché sembrava che tutto il metano rilasciato potesse essere assorbito dagli onnipresenti microrganismi.
Lo studio di Guillaume Lamarche-Gagnon ci dice che non è così. I batteri non ce la fanno a catturarlo tutto e, dunque, una parte notevole del metano rilasciato dai ghiacciai raggiunge l’atmosfera, contribuendo ad alterarne la composizione chimica. E, dunque, ritornano le preoccupazioni.
Sono i numeri ad allarmare. Lasciamo da parte il metano intrappolato negli idrati marini: un’enormità. Speriamo solo che non venga mai rilasciata. Limitiamoci al metano presente come idrato nel permafrost, il miscuglio di acqua e fango che ricopre qualcosa come il 20 o forse il 25% della superficie delle terre emerse: in Antartide, certo, al 100%; in Alaska (80%), nella sterminata Siberia e in Canada (al 50%) e così via. Si tratta di una quantità enorme. Ogni anno raggiungono l’atmosfera circa 500 Tg (teragrammi di metano). Nel permafrost ve ne sono 500.000 Tg: mille volte tanto. Un serbatoio, appunto, enorme.
Per fortuna fino a questo momento, come dimostrato dal gruppo Vasilii V. Petrenko, il metano rilasciato da fonti naturali è poco. E, tutto sommato, anche il gruppo di Guillaume Lamarche-Gagnon, pur riconoscendo che un rilascio c’è, conferma che si tratta di poca cosa. Ma resta in sospeso la domanda: cosa accadrebbe se l’effetto spirale continuasse e per effetto di un feedback positivo il permafrost continuasse a sciogliersi sempre più?

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