I giovani, gli adulti e il clima

Guardando ai risultati del vertice di New York, viene da pensare che i ruoli generazionali si siano invertiti: milioni di giovani lanciano in tutto il mondo un grido di allarme per il loro futuro. Ma gli adulti non comprendono e, comunque, non ascoltano.
Pietro Greco, 27 Settembre 2019
Micron
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Giornalista e scrittore

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Venerdì 20 settembre. In decine e decine di città del mondo, milioni di persone – soprattutto giovani e ancor più giovanissimi – hanno manifestato in maniera tanto pacifica quanto determinata la loro convinzione, fondata su solidi argomenti scientifici, che bisogna fare presto ad allestire politiche di prevenzione dei cambiamenti climatici. Abbiamo tempo fino al 2030 per cercare di contenere l’aumento della temperatura entro 1,5 °C rispetto all’epoca preindustriale. Già oggi si registrano gli effetti negativi di questo aumento. Ma se superiamo quella soglia, questi effetti potrebbero essere ben maggiori. Quella dei cambiamenti climatici è considerata la più grave minaccia che incombe sull’umanità in questo secolo.

Subito dopo le manifestazioni, la giovanissima Greta Thunberg è stata invitata alle Nazioni Unite per esprimere queste ragioni a nome del grande movimento globale, con la benedizione di gran parte della comunità scientifica che ha finalmente trovato un potente megafono delle sue istanze.

Venerdì scorso, 27 settembre, anche i ragazzi italiani hanno partecipato – a centinaia di migliaia – al Friday for Future. Con il ritardo di una settimana, ma con la medesima chiarezza e determinazione dei loro coetanei del resto del mondo. Molte scuole e molte università hanno di fatto sostenuto la loro protesta, espressione di una maturità che gli adulti non hanno.

E la dimostrazione l’abbiamo avuta proprio nel mezzo di queste due manifestazioni, lunedì 23 e martedì 24 settembre e proprio nel palazzo delle Nazioni Unite a New York, quando, convocati dal segretario generale Antonio Guterres, molti capi di stato e di governo hanno reso pubbliche le loro intenzioni. Guterres aveva chiesto dichiarazioni per un impegno concreto che rappresentasse un passo in avanti rispetto a Parigi 2015, in previsione del negoziato che nel 2020 arriverà a un punto di svolta (l’ennesimo).

Forse la riunione è stata organizzata in modo un po’ affrettato. Ma degli impegni chiari e concreti chiesti da Guterres non c’è stata traccia.
Ecco, in sintesi, qual è stata la risposta dei rappresentanti dei paesi che hanno più peso nelle emissioni antropiche di gas serra:

Stati Uniti. Dopo aver annunciato la sua assenza, il presidente Donald Trump si è presentato al palco degli oratori e ha parlato di tutto, tranne di clima. Letteralmente. Ha ostentatamente evitato di affrontare il tema. La sua posizione, peraltro, è nota. Nega che i cambiamenti del clima siano effetto delle attività umane e vuole semplicemente ritirare gli Stati Uniti dagli accordi (peraltro timidi e su base volontaria) degli accordi di Parigi.
Cina. Il presidente cinese Xi Jinping non si è presentato. Il suo rappresentante, Wang Yi, ha denunciato la latitanza di altri paesi (ovvero degli USA), ha confermato che la Cina rispetterà gli accordi di Parigi e, dunque, l’intenzione di Pechino di raggiungere un massimo delle emissioni entro il 2030 per poi iniziare ad abbatterle. Ma non ha annunciato nessun passo in avanti.
Unione Europea. Molti i leader europei presenti, compreso il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte in rappresentanza dell’Italia. Molta l’attenzione riservata al grido disperato dei giovani. Ma pochissimi gli annunci di nuovi passi concreti. Unica eccezione di rilievo, la Germania di Angela Merkel che, invece, ha annunciato un investimento di 54 miliardi di euro nei prossimi anni per una politica concreta di abbattimento dei gas serra. Peccato, però, che anche la Germania si riserva di chiudere le centrali a carbone – massima fonte di inquinamento – solo entro il 2030. I Verdi tedeschi chiedono che vengano chiuse subito. Quanto all’Italia, si attende il decreto che il governo varerà il prossimo 3 ottobre.
India. Il premier Narendra Modi ha annunciato un’accelerazione nello sviluppo di fonti rinnovabili e carbon free di energia entro il 2022. Ma ha annunciato i tempi, non i modi e le quantità in gioco. Insomma, nulla di concreto.
Russia. Di nuovo c’è solo l’annuncio che la Russia non denuncerà gli accordi di Parigi. Ma è evidente che, fondando la sua economia sulle esportazioni di ingenti quantità di petrolio e gas naturale, Mosca cercherà quanto meno di ritardare i tempi dell’azione.
Brasile. Il nuovo e controverso presidente Jair Bolsonaro ha inteso ribadire che l’Amazzonia appartiene al Brasile e non è un patrimonio dell’umanità. Come a dire, l’integrità della maggiore foresta tropicale del mondo non è garantita e, in ogni caso, le decisioni verranno prese a Brasilia non in sede di nazioni Unite.

Alla luce di questi risultati è difficile negare che i ruoli generazionali si sono invertiti. I giovani ci spiegano, dati alla mano, che gli stiamo vestendo addosso un futuro climatico indesiderabile. Che glielo stiamo rubando, il futuro. Loro impartiscono una lezione forte e chiara. Gli adulti non comprendono e comunque non ascoltano. Sì, il clima ha invertito i ruoli generazionali.

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