“Il 17 aprile andiamo al mare. Ma dopo aver votato”

Con la vittoria nel referendum del 1987 gli italiani mettevano fine all’avventura nucleare nel nostro Paese. La risposta della popolazione fu inequivocabile e il “sì” superò l’80% dei consensi. Questo risultato fu dovuto, in parte, agli effetti ancora evidenti dell’incidente di Chernobyl del 1986 e, in parte, alla presa di coscienza della nuova centralità che […]
Fabio Mariottini, 09 Aprile 2016
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Direttore responsabile rivista micron

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Con la vittoria nel referendum del 1987 gli italiani mettevano fine all’avventura nucleare nel nostro Paese. La risposta della popolazione fu inequivocabile e il “sì” superò l’80% dei consensi. Questo risultato fu dovuto, in parte, agli effetti ancora evidenti dell’incidente di Chernobyl del 1986 e, in parte, alla presa di coscienza della nuova centralità che aveva assunto la questione ecologica. Negli anni a seguire, poi, gli italiani sarebbero stati protagonisti anche di altre scelte che riguardavano l’uso del territorio – una fra tutte quella determinata dal referendum del 1993 che sottraeva i controlli ambientali alla Sanità, dando vita alle Agenzie di protezione ambientale – una decisione che avrebbe modificato profondamente la relazione tra cittadini, crescita economica e ambiente.
Ma i referendum in Italia hanno una storia lunga e complessa, che inizia nel 1946 con l’affermazione della repubblica sulla monarchia. Un filo rosso che, passando per divorzio (1974) e aborto (1981), ha segnato nel profondo la vita della nostra comunità. Ma è con le consultazioni popolari che si susseguirono nel periodo di passaggio tra prima e seconda Repubblica che i referendum iniziarono a mettere in discussione il rapporto tra  amministratori e amministrati e a interessarsi anche della gestione del territorio e dei beni comuni. In pratica, l’inizio della crisi della democrazia delegata e la manifestazione palese di una nuova volontà di essere cittadini. Verso la fine degli anni Novanta, però, questo importante istituto iniziò a inaridirsi. Il quorum, conditio sine qua non per rendere ammissibile il risultato, non venne infatti mai raggiunto nelle consultazioni referendarie del ’97, ’99, 2000, 2003, 2005. Solo nel 2011 il referendum sull’uso pubblico dell’acqua ottenne il 54% dei consensi, evidenziando ancora una volta i legami tra popolazione e risorse ambientali.
Oggi siamo alla vigilia di un altro referendum, richiesto – per la prima volta – da 9 Regioni invece che attraverso le firme dei cittadini. La consultazione, detta anche No-Triv, riguarda il rinnovo delle concessioni per l’estrazione di petrolio e gas nei giacimenti che si trovano entro 12 miglia dalla costa e che un emendamento contenuto nella legge di stabilità del 2016 prolunga fino all’esaurimento del giacimento. Senza scadenze e senza bandi per una eventuale riassegnazione. Se in gioco non ci fosse l’integrità dell’ambiente e gli interessi di molte comunità, potremmo aprire un’ampia parentesi sull’insofferenza dei nostri governanti per le istanze della popolazione, ma in questo caso la questione posta dal referendum sottende anche a problematiche più complesse.
La prima e più diretta, interessa i rischi che questo tipo di produzione comporta per l’ecosistema: inquinamento dell’ambiente dovuto alle trivellazioni, fenomeni quali quelli verificatisi in Emilia Romagna dove l’estrazione di fluidi dal sottosuolo ha contribuito ad accelerarre i processi di subsidenza, ecc.. La seconda questione, di ordine strategico, riguarda le scelte energetiche e, quindi, il futuro di questo Paese: esiste una coerenza fra le prese di posizione del vertice di Parigi – sottoscritte anche dall’Italia – in cui si dichiarava guerra ai combustibili fossili e il perseverare con la ricerca di idrocarburi considerando anche che il quantitativo ancora da estrarre non sarebbe certo significativo nel contesto del nostro fabbisogno di energia? Evidentemente no. Sono scelte antitetiche che dimostrano, nella migliore delle ipotesi, una confusa relazione con il futuro. A questo poi, per completezza di informazione dobbiamo aggiungere i poco brillanti risultati dell’attuale modello di sviluppo la cui crisi, ormai chiaramente strutturale sta producendo effetti sociali devastanti che sono sotto gli occhi di tutti.
Questi sono i reali quesiti a cui verremo chiamati a rispondere il prossimo 17 aprile. Interrogativi che non possono essere liquidati da generici e striscianti appelli all’astensione, ancora più pericolosi in un contesto in cui la politica ha perso ogni appeal verso i cittadini, mentre si va affermando ogni sorta di populismo. Rispolverando un vecchio e nemmeno fortunato slogan della prima repubblica direi: andiamoci al mare, ma dopo aver votato, perché partecipare vuol dire scegliere e astenersi significa far scegliere gli altri. Anche sulla qualità della propria vita.

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