Il fallimento di Katowice

È andata peggio di quanto sembri. La ventiquattresima Conferenza delle Parti che hanno sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti del Clima, conclusasi sabato a Katowice in Polonia, registra un dato che ha un che di paradossale. Nessuno infatti ha rigettato i contenuti, allarmanti, dell’ultimo rapporto dell’IPCC. Ovvero i governi sanno ma non fanno. Registrano i risultati scientifici, ma non agiscono di conseguenza.
Pietro Greco, 17 Dicembre 2018
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

È andata peggio di quanto sembri, a Katowice in Polonia, dove sabato si è chiusa COP24, la ventiquattresima Conferenza delle Parti che hanno sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti del Clima. Certo, a stretto rigore COP 24 ha assolto al suo compito principale. Un compito invero minimo: definire i criteri tecnici comuni con cui misurare le emissioni dei gas che con un neologismo poco elegante vengono chiamati climalteranti (ma che noi ci ostiniamo a chiamarli gas serra), in attesa di verificare nel 2020 se gli impegni (morali) assunti a Parigi nel 2015 dalle Parti (ovvero da quasi 200 paesi) sono stati rispettati o meno.
Certo, il giudizio negativo non è dato solo e non è dato tanto dal fatto che, invece, non sono stati messi a punto i dettagli tecnici e di sostanza per il trasferimento di fondi a favore dei paesi in via di sviluppo. Certo non è irrilevante il fatto che la inedita quadriglia – USA, Russia, Arabia Saudita e Kuwait – non abbia avuto la forza e, forse, neppure la volontà di impedire una conclusione concordata della Conferenza.
D’altra parte perché rompere su questioni secondarie? Paradossalmente, il mancato veto dei “terribili quattro” dimostra la debolezza delle risoluzioni assunte a Katowice.
No, il dato più negativo di questa conferenza ha un che di paradossale. Perché in fondo tutti i paesi partecipanti alla conferenza, compresi i rappresentanti di Washington, Mosca, Riad e Kuwait City, hanno almeno preso atto che i contenuti dell’ultimo rapporto dell’IPCC – il panel degli scienziati che, per conto dalle Nazioni Unite, studiano la letteratura scientifica internazionale relativa alle cause e alle conseguenze del climate change – sono da tenere in considerazione. Non li hanno fatti propri. Ma neppure li hanno rigettati. Nessuno li ha rigettati. Ed è qui che nasce il giudizio fortemente negativo del summit di Katowice: i governi sanno ma non fanno. Registrano i risultati scientifici, ma non agiscono di conseguenza.
E sì che con quel rapporto non respinto a Katowice, l’IPCC aveva parlato chiaro: non c’è più tempo. Abbiamo solo dodici anni per cercare di contenere l’aumento della temperatura media del pianeta entro gli 1,5 °C di aumento rispetto ai livelli dell’era preindustriale. Poi sarà troppo tardi.
In questa dozzina di anni dobbiamo fare passi avanti eccezionali per ribaltare il paradigma energetico dominante e realizzare il phase outdai combustibili fossili, oltre che bloccare la deforestazione e intraprendere una robusta politica di riforestazione e di afforestazione. Il programma indicato dagli scienziati dell’IPCC prevede drastici tagli alle emissioni di gas serra entro il 2030 e, in pratica, emissioni zero entro il 2050. Il che implica una riforma, per l’appunto, radicale del modo di produrre e usare energia. Tecnicamente ce la potremmo fare.
Abbiamo i mezzi per raggiungere l’obiettivo, assicurano gli scienziati dell’IPCC. Ora occorre solo la volontà politica.
A Katowice chi la doveva esprimere questa volontà politica non ha contestato né l’analisi né la ricetta per sventare quella che si profila come la più grave minaccia per l’umanità in questo secolo: il cambiamento del clima con forte aumento della temperatura media del pianeta con tutte le conseguenze fisiche e sociali che si trascina dietro.
Questa sostanziale presa d’atto dell’urgenza del problema non ha generato alcuna spinta ad accelerare i tempi. Non ha indotto i rappresentanti dei governi di tutto il mondo a trasformare la Conferenza tecnica di Katowice in una Conferenza politica capace di gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Quello che si è manifestato nella città polacca è stato un “sapere nudo”. Una sconcertante incapacità ad agire. È vero, il clima politico generale non lo consentiva. Con un mondo in cui gli egoismi nazionali stanno prevalendo sull’interesse globale come mai, forse, era avvenuto, dopo la Seconda guerra mondiale, era forse velleitario aspettarsi una forte iniziativa di segno (e di senso) opposto.
Ma ciò che emerge è disarmante. Quasi duecento governi di tutto il mondo hanno riconosciuto ufficialmente che bisogna prendere in seria considerazione gli scenari presentati dall’IPCC, ma hanno anche detto di non avere la capacità per agire di conseguenza. Certo, dopo Katowice non tutto è perduto. Ci sono ancora undici anni per cercare di evitare quella che nei prossimi anni potrebbe palesarsi sempre più come una catastrofe per l’umanità. Ma la via è sempre più stretta e ripida.
E la volontà di percorrerla sempre più tenue. È come se il capitano del Titanic avesse saputo in buon anticipo che sulla rotta della sua nave c’era un enorme iceberg e non avesse fatto niente per evitarlo. Preferendo lo schianto finale di lì a qualche minuto alla fatica di spostare subito di qualche grado il timone. Chi avrà la forza adesso di urlare nelle orecchie sorde del capitano?

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