Il necessario passo indietro

Accontentiamoci di mezzo pianeta. E lasciamo il resto a tutte le altre specie viventi. La sfida lanciata dall’entomologo Edward O. Wilson di fronte alla drammatica erosione degli habitat con il progetto ‘Half-Earth’ è piuttosto ambiziosa, visti i tempi. Ma è una sfida possibile?
Pietro Greco, 26 Novembre 2018
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Accontentiamoci di mezzo pianeta. E lasciamo il resto a tutte le altre specie viventi. È questo il succo dell’Half-Earth Project proposto da un grande entomologo, Edward O. Wilson.
Il motivo è tanto semplice quanto urgente. La vita e la morte delle specie, sostiene Wilson, dipendono dall’estensione di territorio disponibile. Minore è l’area, maggiore il tasso di estinzione. Quando un habitat è ridotto al 10% di quello originario, scompare almeno il 50% delle specie. La teoria della biogeografia delle isole ha stabilito persino una formula: il numero di specie è funzione all’incirca della radice quarta dell’area di un habitat.
Non è un calcolo accademico, sostiene Wilson. In questo momento nel mondo molti habitat si sono ridotti del 90%.
E la riduzione continua. Con conseguente drammatica erosione della biodiversità. La stessa formula ci dice che se rinunciamo a metà della Terra, nel senso che lasciamo libera la vita di svilupparsi come crede, riusciremo a salvare l’85% delle specie. «A metà o poco più, la vita sulla Terra entra in una zona sicura», sostiene ancora il grande biologo americano.
La proposta è, senza dubbio, quella di un visionario. Inteso come persona che sa guardare oltre il contingente. Ed è piuttosto ambiziosa, dati i tempi. Malgrado ciò, una quantità crescente di ricercatori la sta discutendo e, molto spesso, facendo propria. Lo scorso 22 ottobre in ISPRA si è tenuto, per l’appunto un convengo che aveva per titolo la domanda: Metà del Pianeta: una sfida possibile?Si trattava di una domanda in parte retorica, la gran parte dei partecipanti conveniva che si tratta di una sfida necessaria. Perché entro la fine di questo secolo si realizzerà a scala globale lo scenario di Wilson: gli habitat saranno ridotti del 90% e il numero di specie, dunque, sarà il 50% dell’attuale.
Il quesito, però, non era se la sfida è necessaria, bensì se la sfida è possibile. In altri termini se ci sono realistiche possibilità di realizzare l’Half-Earth Project.
La risposta di un pessimista sarebbe no. Ma non ci si può arrendere a una sensazione. Non c’è altra scelta di fronte a un problema – è il caso di dirlo – così vitale che l’ottimismo della volontà.
Dunque bisogna accettare la sfida posta da Wilson e vincerla. L’obiettivo può essere raggiunto lavorando in termini positivi e ottenendo un consenso globale di rinuncia a occupare nuovi habitat e di ritiro di quelli già occupati per rientrare nella percentuale del 50% a noi e 50% a tutti gli altri esseri viventi. Non è impresa facile. Prendiamo il caso del Brasile, dove il nuovo presidente, come abbiamo ricordato qui, ha vinto le recenti elezioni anche perché ha promesso di rilanciare le attività umane in Amazzonia, uno dei grandi hot spot della biodiversità mondiale. E molti partiti e movimenti populisti in altri paesi – si vedano gli Stati Uniti di Trump – sono decisamente riottosi a stringere patti internazionali vincolanti.
Eppure questa strada è segnata se vogliamo realizzare l’Half-Earth Project: tutti in maniera coordinata devono fare un passo indietro.
Ma per raggiungere l’obiettivo occorre evitare l’errore di pensare che basta il consenso dei governi. Tutt’altro. Occorre il consenso popolare, senza il quale la sostenibilità ecologica resta un miraggio. Lo dimostra in queste ore la forte protesta dei “gilet gialli” in Francia, che sono scesi in piazza e stanno bloccando il paese transalpino perché il governo – nell’ottica giusta di diminuire le emissioni di gas serra e, in particolare, di anidride carbonica – ha deciso un aumento del prezzo della benzina. Un aumento, detto tra noi, neppure tanto marcato. Anche con questo aumento, il costo della benzina in Francia resterebbe inferiore a quello italiano.
L’obiettivo è giusto e persino moderato. Ma non può essere raggiunto a causa di un errore di metodo: è stato imposto dall’alto, senza il preventivo dialogo con la popolazione. E sì che la Francia, su altri temi ambientali, questo dialogo lo alimenta e la soluzione dei problemi è consensuale.
Con i “gilet gialli” di tutto il mondo, ovvero con le persone che si vedono calare dall’alto provvedimenti magari anche giusti ma non discussi ex ante e, dunque, non consensuali, occorre un radicale cambio di paradigma politico. Occorre coinvolgerli. Perché questa è la cifra del nostro tempo. Le persone – noi tutti – vogliamo compartecipare alle scelte. Ma compartecipare in termini reali. Con convinzione. E se qualcuno ce lo nega, allora siamo disposti anche a scendere in piazza e a diventare “gilet gialli”.
Ecco, dunque, cosa fare per realizzare l’Half-Earth Project: convincere non solo i governi ma anche tutti i cittadini a fare un passo indietro e a occupare meno habitat. Non limitandoci a spiegare che non è solo per rispetto dei diritti del resto del mondo vivente, ma anche per ragioni egoistiche: non potremmo vivere certo bene se la metà della biodiversità mondiale scompare. Dobbiamo anche stabilire insieme, in maniera democratica e convinta, le modalità con cui farlo, quel passo indietro.
Impresa molto difficile. Ma è una sfida che gli scienziati come i politici devono accettare, con umiltà e determinazione. Perché non c’è altra scelta.

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