Il ribaltone della foresta boreale

La foresta boreale si sta avvitando in una spirale perversa: più cambia il clima con un aumento della temperatura media, più gli incendi aumentano di frequenza, più la foresta boreale aiuta a cambiare il clima con relativo aumento della temperatura media del pianeta. Occorre, dunque, spezzare questo circolo vizioso, se vogliamo un futuro climatico desiderabile.
Pietro Greco, 28 Agosto 2019
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

In questi giorni tutta l’attenzione è (giustamente) rivolta agli incendi che stanno devastando l’Amazzonia: il polmone verde del mondo. Il più grande hotspotdi biodiversità terrestre. Ma non dobbiamo dimenticarci degli incendi in Siberia e in altre aree oltre il circolo polare artico, per due motivi, cui micron ha già accennato: perché quelle boreali costituiscono dal 30 al 40% di tutte le foreste del mondo e perché, a causa degli incendi sempre più frequenti – causa cambiamento del clima – minacciano di trasformarsi da pozzo a fonte di anidride carbonica, come sostengono Xanthe J. Walker – del Center for Ecosystem Science and Society, della Northern Arizona University di Flagstaff, appunto in Arizona (USA) – e un gruppo di suoi collaboratori in un recente articolo su Nature.
L’articolo è stato pubblicato praticamente negli stessi giorni in cui si consumavano i grandi incendi siberiani. Ma si tratta di una pura coincidenza, perché la ricerca di Walker e colleghi riguarda una serie di incendi verificatisi in Canada nel 2014. Ma il succo è questo: tra il 70% e l’80% del carbonio “congelato” dalle foreste boreali non si trova nelle radici, nel fusto e nei rami degli alberi ma nella materia organica che si trova al suolo. Molto più che nelle foreste tropicali.
Questa materia organica, frutto della decomposizione degli alberi morti (anche per combustione), si accumula nel corso di molti decenni. Gli ecologi americani hanno ben presente che, almeno negli ultimi 6.000 anni, il maggior fattore di perturbazione degli ecosistemi boreali sono stati proprio gli incendi, la gran parte di origine naturale. Ma nel loro studio dimostrano che se in un’area la frequenza di questi incendi si mantiene in un intervallo compreso tra 70 e 200 anni, allora la materia organica del suolo costituisce un pozzo di carbonio.
Negli ultimi 6.000 anni la frequenza media degli incendi nelle aree coperte da foreste boreali è rientrata perfettamente nell’intervallo 70-200 anni.
In pratica gli alberi muoiono e si decompongono, ma il carbonio di cui sono fatti resta al suolo e si accumula. Su questo materiale organico crescono nuovi alberi che sottraggono carbonio all’atmosfera. Ecco perché negli ultimi sei millenni (almeno) le foreste boreali sono state un pozzo di carbonio e, dunque, hanno contribuito ad abbassare la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera. Quando, però, la frequenza degli incendi in un’area scende sotto i settant’anni, la foresta boreale da pozzo si trasforma in fonte di carbonio. La materia organica al suolo brucia liberando carbonio e non fa in tempo a recuperare tutto quello che ha emesso.
Ebbene, sostengono Walker e colleghi, negli ultimi anni, a causa dei cambiamenti climatici, in molte zone coperte da foreste boreali gli incendi sono diventati più frequenti. La materia organica al suolo brucia con gli alberi e questo enorme riserva di carbonio sta ribaltando il suo ruolo nell’ambito del sistema clima: da pozzo, appunto, a fonte.
Gli esperti di scienza dei sistemi direbbero che da feedback negativo (da freno) del cambiamento del clima, la foresta boreale si sta trasformando in feedback positivo (in un acceleratore). O, se volete, la foresta boreale si sta avvitando in una spirale perversa: più cambia il clima con un aumento della temperatura media, più gli incendi aumentano di frequenza, più la foresta boreale aiuta a cambiare il clima con relativo aumento della temperatura media del pianeta.
Occorre, dunque, spezzare questo circolo vizioso, se vogliamo un futuro climatico desiderabile. Con due diverse azioni: una a scala globale, mettendo in atto nel più breve tutte le azioni per prevenire il climate change; la seconda a scala locale (sì fa per dire, perché le foreste boreali occupano aree immense), prevenendo gli incendi, intervenendo in modo rapido per spegnerli e gestendo in maniera attiva il territorio. Non è facile, questa seconda azione. Così come non è facile la prima.
Si tratta di controllare aree grandi quanto la Siberia o la parte settentrionale del Canada. Ma contenere il cambiamento del clima che noi abbiamo provocato e stiamo ancora provocando non è una passeggiata. Occorre cambiare cultura e organizzazione. Mettere a punto nuove tecnologie. Stabilire collaborazioni internazionali più strette ed efficienti.
Molti anni fa Michail Gorbaciov propose la costituzione della “croce verde”, una forza internazionale di pronto intervento per affrontare le emergenze ambientali. Se questa struttura fosse stata creata, oggi avremmo avuto la possibilità di un pronto e più efficace intervento tanto in Siberia quanto in Brasile.
La “croce verde” non è stata realizzata. E ne paghiamo il conto.

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