Improvvisa realtà

Per quanto estreme, le temperature di questi giorni non possono purtroppo essere considerate anomale. Sono la norma in un regime di cambiamenti accelerati del clima. E se ci colgono impreparati, in Italia come in Europa, significa che non abbiamo fatto molti passi avanti in termini di strategie, ma anche di costruzione di una cultura dell’adattamento.
Pietro Greco, 03 Luglio 2019
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Abbiamo sperimentato il fastidio del grande caldo di questi giorni. In Italia e ancor di più in Francia, in Germania e nel nord d’Europa. Lo hanno definito “anomalo” questo grande caldo e improvviso questo fastidio. A riprova che stiamo fallendo non solo nella prevenzione (mitigation, dicono gli esperti dell’IPCC) dei cambiamenti climatici, ma anche nell’adattamento (adaptation, dicono gli esperti).
I cambiamenti climatici sono già in atto. Rispetto al 1880, la temperatura media del pianeta è aumentata di 1,1 °C. E i fenomeni meteorologici estremi, come le ondate di calore, sono già più frequenti e più aspri che in passato. I 45,9 °C raggiunti venerdì 28 giugno a Gallargues-Le-Montueux e i 45.6°C toccati a Le Triadou, nei pressi di Montpellier, sono certo record assoluti per la Francia.
Queste temperature, ricorda qualcuno, vengono raggiunte di rado in agosto solo nella Valle della Morte in California. Così come da record sono le temperature intorno ai 40 °C registrate a Berlino, in Germania.
Ma per quanto punte estreme, non possiamo considerarle anomale, queste temperature. Dobbiamo, al contrario, considerarle come fenomeni con cui dobbiamo fare i conti (e ancor più li dovremo fare in futuro). Sono la norma in un regime di cambiamenti accelerati del clima.
Dobbiamo, dunque, fare di tutto per mitigarli i cambiamenti del clima, magari rispettando gli accordi di Parigi del 2015 e andando oltre. Ma dobbiamo anche adattarci ai mutamenti che sono già avvenuti. Se, dunque, i picchi di temperatura ci colgono impreparati – in Italia e in tutta Europa – beh, questo significa che non abbiamo fatti molti passi avanti nelle strategie di adattamento. L’impreparazione del momento ci parla di un’impreparazione strutturale. È come se ancora ci illudessimo di vivere in un regime climatico tipico di cinquanta anni o di un secolo fa e considerassimo le ondate di calore o anche le alluvioni e le inondazioni come eventi rari e imprevedibili. Invece sono eventi sempre più frequenti e prevedibili.
Il nostro è un sapere imbelle che produce guasti alla nostra economia (soprattutto, ma non solo, in agricoltura) e alla nostra salute. In questo nuovo regime climatico dobbiamo imparare a tutelare meglio la salute di bambini e anziani, nonché di molti lavoratori. Dobbiamo proteggere meglio le case, le scuole, gli uffici, le fabbriche. I criteri di sicurezza cambiano nel nuovo regime climatico.
I tram a Padova così come la rete ferroviaria in Svizzera si sono trovati impreparati davanti all’ondata di calore dei giorni scorsi e si sono dovuti fermare. Non è che un esempio, che però ancora una volta denuncia un deficit nella nostra cultura dell’adattamento. E se è così nella ricca Europa, figurarsi nel resto del mondo.
Dobbiamo costruire, dunque, una cultura dell’adattamento. Laddove il “dobbiamo” riguarda anche la categoria di chi scrive: i giornalisti. Va dunque nella giusta direzione, l’indicazione che ci viene da Marco Merola che va battendo tutte le piazze culturali del paese proponendo il constructive journalism, un giornalismo costruttivoche non si limita alla (pur necessaria) denuncia ma dà spazio anche alle azioni e ai progetti positivi.
Noi di micron ci stiamo. Facendo alcuni esempi tra i mille possibili. Intanto allestire, in maniera sistematica e ben pianificata con regole semplici e chiare, luoghi in cui, in maniera sostenibile, la popolazione anziana, peraltro in aumento, possa trascorrere ore serene e al fresco durante le ondate di calore. Su un altro versante, come indica proprio il progetto Adaptation di cui è promotore Marco Merola, dobbiamo prendere atto che, in questo regime di cambiamenti del clima, il deserto avanza anche in Italia, soprattutto in alcune regioni del Mezzogiorno. E allora dobbiamo mettere in campo tutte le conoscenze scientifiche di cui disponiamo e un’organizzazione adeguata per combattere la desertificazione.
Facciamo un esempio positivo. Israele è alle prese con il deserto del Negev. E si è proposto di renderlo sia abitabile che coltivabile. Per renderlo coltivabile occorre gestire bene il problema dell’irrigazione. Avendo poca acqua a disposizione occorre gestirla con la massima efficienza. In Israele utilizzano un sistema di irrigazione goccia a goccia molto intelligente.
Non solo l’acqua viene portata nel deserto con condotte sotterranee, ma poi viene rilasciata, goccia a goccia, proprio lì dove c’è la pianta da irrigare. Si ottiene così il massimo con il minimo. E si dimostra che l’avanzata del deserto non è ineluttabile.
Ancora: in Olanda sono alcuni secoli che hanno imparato a convivere con una terra al di sotto del livello del mare. Ebbene, oggi l’aumento del livello delle acque salate ha già iniziato a erodere le nostre coste, a contaminare le falde di acque dolci a minacciare le città, prime fra tutte Venezia. L’aumento ulteriore del livello del mare è ineluttabile, dobbiamo imparare a contrastarlo.
Abbiamo già molti strumenti tecnologici, c’è bisogno di un impegno politico conseguente e di una maggiore consapevolezza di noi tutti cittadini chiamati a vivere nell’era dei cambiamenti climatici che sono indotti dall’uomo.

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