In ricordo di Marcello Buiatti, maestro e amico

Pochi giorni fa ci ha lasciato Marcello Buiatti. Scienziato, professore ordinario di Genetica all'Università di Firenze per più di trenta anni, è stato tra i pionieri dell’ambientalismo in Italia. Un uomo libero, che lascia un grande insegnamento.
Fabio Mariottini, 04 Novembre 2020
Micron
Immagine da: firenze.repubblica.it
Micron
Direttore responsabile rivista micron

Pochi giorni fa, all’età di 83 anni, ci ha lasciato Marcello Buiatti. Professore ordinario di Genetica all’Università di Firenze e tra i pionieri dell’ambientalismo scientifico. Per me, un maestro e un amico con cui ho avuto la fortuna di percorrere un tratto di strada lungo quasi quarant’anni.

Sarebbe riduttivo racchiudere la storia di un uomo così “complesso” unicamente nel perimetro del mondo accademico o dell’ambientalismo. Marcello Buiatti è stato in realtà più cose insieme: scienziato, membro del comitato scientifico di Legambiente, presidente dell’associazione Ambiente e Lavoro e più recentemente presidente della sezione Anpi di Pisa. Ha contribuito alla nascita e allo sviluppo di alcune tra le riviste che hanno determinato la storia dell’ambientalismo nel nostro paese: Nuova Ecologia, Arancia blu, Ambiente e Lavoro e da ultimo, si parva licet, micron, a cui partecipava attivamente come membro del comitato scientifico.

Molti quotidiani e alcuni personaggi di spicco del mondo accademico e politico in questi giorni non hanno mancato di tesserne le lodi ed esaltarne i meriti scientifici. Ricordando perfino quando Fidel Castro lo chiamò a Cuba come consulente. Bene. Ora si tratta di seguirne l’esempio.

Prima di tutto, però, ancora prima dei meriti accademici, Marcello Buiatti è stato un personaggio fuori dall’ordinario, un uomo libero ed eclettico. Uno scienziato che, con il garbo che lo contraddistingueva e la sua innata eleganza, riusciva a rendere comprensibili a tutti le cose più complicate. Autorevole e mai autoritario. Mentre parlava del presente si prefigurava già gli scenari futuri e le nuove battaglie da combattere.

Nel 2008, con una buona dose di preveggenza su cosa saremmo diventati, fu tra i promotori del Manifesto degli scienziati antirazzisti assieme, solo per citare alcuni nomi, al premio Nobel Rita Levi Montalcini, al demografo Massimo Livi Bacci e alla filosofa della scienza Elena Gagliasso. Un grande impegno per chi da bambino era scampato miracolosamente alla Shoah.

Memorabile anche la sua campagna contro Letizia Moratti, allora Ministra dell’istruzione, università e ricerca, che nel 2004 voleva cancellare l’evoluzionismo dai programmi ministeriali. Anche nella sua battaglia contro gli Ogm riusciva a rendere palesi le ragioni dell’errore che si stava commettendo nel perpetrare sulla strada delle modifiche genetiche. Proprio in una intervista rilasciata a micron nel 2007, con la sua abituale chiarezza concludeva che l’ingegneria genetica era un grande fallimento scientifico perché “Nonostante 20 anni di esperimenti, enormi investimenti e migliaia di ricercatori impiegati […] sono stati finora modificati solo due caratteri: la resistenza agli insetti e la resistenza ai diserbanti e soltanto in quattro piante: mais, soia, cotone e colza”.

Politicamente “scorretto” – si è sempre schierato contro le disuguaglianze e dalla parte dei più deboli – ma sempre scientificamente rigoroso. Senza mai dubbi o incertezze catartiche tra sinistra e destra, ha avuto un ruolo importante anche nelle alterne vicende che hanno contraddistinto la storia del nostro paese collocandosi spesso su posizioni critiche che bene rappresentavano il suo carattere indipendente e la sua eccentricità verso il mondo del potere da cui è rimasto sempre lontano e mai affascinato.

La logica che ha guidato la sua ricerca nasceva infatti dalla convinzione che il progresso a cui tende il nostro modello di sviluppo potesse definirsi tale solo attraverso un ricongiungimento dell’uomo con la natura. L’uguaglianza nella diversità.

La storia di Buiatti però è certamente più lunga e articolata e non può esaurirsi nel perimetro ristretto delle sessanta righe. Mi auguro quindi che quando sarà passata questa pandemia che ci ha impedito anche di tributargli l’ultimo saluto, ci potrà essere una riflessione collettiva di tutte le persone che gli sono state vicine sulla sua lezione che è durata tutta la vita. Oggi preferisco salutarlo con un semplice: ciao Marcello.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

quindici + 6 =

    X