La ‘carbon tax’ è possibile, a patto che…

L’aumento delle tasse sui combustibili fossili è considerato uno strumento importante per realizzare in tempi brevi il cambio di paradigma necessario per prevenire i cambiamenti climatici. Ma non può essere realizzato senza un convinto consenso e la partecipazione dei cittadini, con decisioni che calano dall’alto dando l’impressione che a pagare siano sempre i soliti.
Pietro Greco, 23 Gennaio 2019
Micron
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Giornalista e scrittore

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È stato uno shock non solo per Emmanuel Macron la protesta dei “gilet gialli”, che ha avuto come causa scatenante il no all’aumento del costo della benzina e dei combustibili fossili decretato dal governo, per iniziare il percorso che dovrà portare la Francia ad abbattere le emissioni di gas serra del 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e a decretare il phase out dal trasporto diesel o a benzina entro il 2040.
A restare interdetti di fronte alle proteste dei “gilet gialli” sono stati anche non pochi ambientalisti, che hanno letto – giustamente – nella protesta spontanea di una parte rilevante della popolazione francese un secco no a una carbon tax.
Sì, le dimostrazioni di piazza del “gilet gialli” creano un bel problema. Non solo in Francia. Perché l’aumento delle tasse sui combustibili fossili è considerato uno strumento importante – forse il più efficace – per realizzare in tempi brevi il cambio di paradigma energeticonecessario per prevenire il più possibile i cambiamenti climatici. E tuttavia una parte, ripetiamo non marginale, della popolazione francese ha detto no: non vogliamo un aumento delle tasse, neanche se serve a contrastare quelli che molti considerano la più grave minaccia che grava sulla testa dell’umanità in questo secolo.
La vicenda dimostra che non è possibile una seria prevenzione del climate change senza il consenso convinto dei cittadini. Ogni decisione dall’alto, sia pure diretta nella giusta direzione, può essere respinta. D’altra parte la vicenda francese non è isolata. Nel 2015 il 92% della popolazione svizzera ha rifiutato in un referendum l’introduzione di una carbon tax.
E la stessa cosa è avvenuta nel 2016 e poi ancora nel 2018 nello stato americano di Washington, anche se con percentuali un po’ più basse.
È vero che in alcuni paesi una carbon tax è stata in qualche modointrodotta: in via diretta in Cile, Finlandia, Olanda, Norvegia e Svezia; con meccanismi indiretti nell’Unione Europea, nella Corea del Sud, in California (USA); in Quebec e Ontario (Canada).
Ma non azzarderemmo più di tanto se dicessimo che un risultato analogo a quello svizzero o dello stato di Washington si otterrebbe, in caso di consultazione popolare, in Italia e nella maggior parte die paesi del mondo.
Come se ne viene a capo?
La domanda se la sono posta sulle pagine della rivista Nature tre ricercatori – Stefano Carattini, della George State University di Atlanta, USA, con Steffen Kallbekken e Anton Orlov, del Centro internazionale sul clima CICERO, dell’Università di Oslo –, proponendo una risposta interessante. In primo luogo i tre ricercatori hanno proposto i dati di una loro indagine realizzata su un campione di cittadini di cinque diversi paesi di lingua inglese (India, USA, Regno Unito, Australia e Sud Africa). Ebbene, il succo dei risultati è questo: i cittadini dei cinque paesi che hanno risposto ai questionari di Carattini e colleghi si dicono disposti ad accettare una carbon tax globale, estesa a tutto il mondo, anche piuttosto pesante (fino a 80 dollari per tonnellata di CO2 emessa) a patto di ricevere in cambio qualcosa di tangibile. E le cose tangibili che potrebbero portare ad accettare lo scambio sono tre: impiegare i proventi della tassa per mettere a punto strumenti di adattamento ai cambiamenti climatici; utilizzare i proventi per abbassare le altre tasse; ultimo ma non ultimo, restituire ai cittadini i proventi stessi.
In altri termini, il campione consultato dimostra che instaurare una carbon tax è possibile, purché a pagare non siano i cittadini ma le imprese che producono e distribuiscono i combustibili fossili. Non è una discussione accademica, la nostra. Come scrivono i tre ricercatori, l’opposizione all’idea di una carbon tax è stata evitata davvero fin dal 2008 nello stato canadese della British Columbia grazie al fatto che le risorse drenate sono state redistribuite in maniera chiaramente percepibile alla popolazione. L’esperimento ha funzionato così bene, sostiene il premier canadese Justin Trudeau, che quest’anno verrà esteso ad altri stati del paese.
Varrebbe la pena insistere con questo approccio in tutto il mondo, per ottenere il consenso di massa a un’operazione che è assolutamente inderogabile. Perché questo, ancora una volta, abbiamo imparato: 1) dobbiamo uscire dal sistema energetico fondato sui combustibili fossili se vogliamo contenere i cambiamenti climatici entro limiti in qualche modo accettabili; 2) non possiamo farlo senza un consenso convinto dei cittadini di tutto il mondo; 3) e i cittadini di tutto il mondo non si convincono se le decisioni con poca informazione e trasparenza calano dall’alto, dando l’impressione che a pagare siano sempre i soliti.

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