La Cina, leader ecologico globale?

Le scelte che la Cina sta compiendo, e i risultati che sta raggiungendo, nel campo della riduzione delle emissioni e della trasformazione del proprio paradigma energetico gettano le basi di una possibile leadership ambientale del gigante asiatico. Complice l’arretramento su questo fronte degli Stati Uniti
Pietro Greco, 23 Novembre 2017
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Il tema lo ha rilanciato, di recente, The New York Times con un articolo firmato da due giornalisti di peso, David Sanger e Jane Perlez, e dal titolo piuttosto allarmato: Trump Hands the Chinese a Gift: The Chance for Global Leadership. Che tradotto, vuol dire: il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sta facendo il più grande regalo alla Cina, le sta concedendo la possibilità di diventare il leader del mondo.
E, in effetti, al G20 di Amburgo, l’ospite tedesca, Angela Merkel, ha faticato non poco per cercare di velare l’inedita novità: l’isolamento degli Stati Uniti intorno alle due più grandi questioni aperte a scala globale, la lotta ai cambiamenti del clima e i protezionismo economico. Dal canto suo, il preside cinese Xi Jinping ha dato l’idea di accarezzare il progetto evocato da David Sanger e Jane Perlez: ribadendo sia la ferma volontà di rispettare gli accordi di Parigi sul clima e costruire quella che ha chiamato una “civilizzazione ecologica” sia di investire l’equivalente di 1.000 miliardi di dollari nella “nuova via della seta” (chiamata Belt and Road) che dovrà collegare via terra le due estremità dell’Eurasia, a complemento della via d’acqua.
Lasciamo da parte la questione della leadership globale economica e, quindi, politica della Cina. E concentriamoci sulle sole possibilità di leadership ambientale, che peraltro – per le ragioni che diremo – potrebbero rivelarsi le fondamenta su cui costruire una più generale leadership economica.

Con il 29% delle emissioni globali di CO2, la Cina è il paese al mondo che più di ogni altro contribuisce all’aumento della concentrazione di gas serra in atmosfera che tanta parte hanno nei cambiamenti climatici. Il paese asiatico ha largamente superato gli Stati Uniti, secondi con il 14% delle emissioni globali. Anche se, pro capite, gli Americani continuano a mandare in atmosfera molti più gas serra che i Cinesi. E poi c’è la questione storica. Solo di recente la Cina è diventata un paese a forti emissioni. Mentre per due secoli sono stati pressoché unicamente gli Stati Uniti e l’Europa a produrre gas serra. È per questo che la Cina ha rivendicato, fin da Rio de Janeiro nel 1992, un “diritto alla crescita” analogo a quella dei paesi occidentali e, dunque, una politica della prevenzione dei cambiamenti climatici, per così dire, dei “due tempi”: i paesi storicamente responsabili devono immediatamente iniziare a tagliare le loro emissioni, mentre i paesi che non hanno quelle pregresse responsabilità possono continuare ad aumentare le loro emissioni e solo dopo iniziare l’operazione di taglio.
A Parigi, nel dicembre 2015, la Cina è stata coerente con questa filosofia e si è presa l’impegno di raggiungere al massimo entro il 2030 il picco delle emissioni e, nel frattempo, abbattere del 60-65% l’intensità di energia (ovvero, la quantità di energia necessaria per produrre un’unità di ricchezza) portando la quota delle rinnovabili ad almeno il 20% delle proprie fonti di energia. Gli Stati Uniti di Barack Obama si impegnarono a ridurre del 26-28% le loro emissioni entro il 2015, rispetto ai livelli raggiunti nel 2005. È da questo impegno che Donald Trump ha annunciato di volersi ritirare.
Ebbene, un primo dato è che la Cina sta costruendo la sua leadership sulla coerenza. Il picco delle emissioni è già stato sostanzialmente raggiunto e nei primi anni ’20, con dieci anni di anticipo, inizierà la riduzione. Inoltre è già in corso il processo che dovrà ribaltare il paradigma energetico su cui ha fondato la sua rapidissima crescita, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso. La soglia del 20% delle rinnovabili è già stata raggiunta mentre, a metà 2017, Pechino ha bloccato 85 progetti per la costruzione di nuovi impianti a carbone, che si aggiungono ai 18 già bloccati lo scorso anno. Questi tagli, per complessivi 150 GW (più o meno l’energia prodotta da 15 centrali nucleari), consentiranno di evitare di superare la soglia di 1.100 GW di energia da carbone che la Cina si è posta come massimo per il 2020. A puro titolo di paragone, va detto che gli USA la produzione di energia da carbone è tre volte inferiore: 350 GW.

Nel medesimo tempo sono la Cina spinge sulle energie rinnovabili. Già adesso è prima al mondo per capacità installata di centrali a energia rinnovabile e carbon free. E, fatti alla mano, Pechino dichiara di voler consolidare questo primato: nel 2016 ha investito 102,9 miliardi di dollari nel settore, superando largamente sia l’Europa (59,8 miliardi) che gli Stati Uniti (46,4 miliardi). Di più: ha dichiarato che gli investimenti ammonteranno a 360 miliardi di dollari entro la fine del secolo.
La domanda, a questo punto, è: possiamo credere al Dragone? Continuerà la Cina a perseguire questa politica ambientale, a riempire il vuoto nella geopolitica ambientale creato da Trump e ad assumere, addirittura, la leadership mondiale?
Ci sono fondate ragioni per rispondere sì a queste domande.
Ragioni che non sono scritte sulla sabbia degli impegni morali – che si sa, nella diplomazia internazionale sono piuttosto fragili – bensì nel ben più solido cemento della convenienza economica e sociale.
La Cina ha necessità di seguire le orme del Giappone e della Corea del Sud, ovvero di aumentare l’efficienza del proprio sistema produttivo: fare di più con meno. Un obiettivo che ben si sposa con quello di abbattere l’intensità energetica. Solo così potrà portare a compimento il cambiamento della propria specializzazione produttiva e iniziare a produrre non solo beni a basso costo, ma anche di alta qualità e a elevata intensità di conoscenza aggiunta. Questa esigenza è parte integrante del XIII Piano Quinquennale varato nel 2015, dove emerge con chiarezza l’obiettivo di ampliare l’uso delle tecnologie “low carbon”, perché sono queste le tecnologie del futuro.
Nell’ambito della convenienza economica rientra anche il tema della competitività regionale con l’India. New Delhi ha come obiettivo di aggiungere 100 GW solari (tre volte la capacità attuale degli Stati Uniti) al suo paniere energetico entro il 2022. E la Cina non ha intenzione di stare a guardare.

Gli obiettivi di Parigi, dunque, in sintonia stretta con le strategie economiche. Ma c’è di più. Un secondo elemento a favore di questa scelta è di tipo sanitario. La Cina è costretta a combattere con un inquinamento ambientale ormai insostenibile, anche nella percezione della popolazione: all’incirca il 60% dell’acqua è inquinata; le persone che muoiono ogni giorno a causa dell’inquinamento dell’aria si calcola che siano all’incirca 4.000; mentre il suolo è in condizioni tali che occorrerebbero oltre 1.000 miliardi di dollari per disinquinarlo.
Il sistema energetico fondato sul carbone e sui fossili è il responsabile primo di queste tra catastrofi ambientali. E, dunque, il cambio di paradigma secondo la direzione degli accordi di Parigi è uno strumento più che utile – uno strumento strategico – per affrontare e risolvere anche il problema ambientale locale.
Tutto risolto, dunque? La Cina è destinata ad assumere la leadership mondiale ambientale non solo a causa del vuoto lasciato da Trump, ma anche in virtù dei suoi obiettivi strategici e della immensa quantità di investimenti che può mettere in campo?
Non è ancora detto. Perché gli ostacoli da superare e le contraddizioni da sciogliere sono ancora tanti. Intanto c’è da dire che, secondo il Climate Action Tracker, gli impegni assunti dalla Cina a Parigi sono ancora insufficienti per raggiungere, in quota parte, l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura sotto, possibilmente ben al di sotto, dei 2 °C. Occorre uno sforzo maggiore, tanto più in seguito al ventilato ritiro degli Stati Uniti da quegli accordi. Anzi, occorre uno sforzo molto maggiore se è vero che il German Watch e il Climate Action Tracker collocano la Cina al posto numero 48 nella classifica dei paesi più impegnati nel contrasto ai cambiamenti climatici. Anche se va tenuto conto che invertire la rotta per una grossa nave qual è la Cina non è facile come per un agile vascello, quali sono la Danimarca o la Svezia o, anche, la Corea del Sud.
Restano, tuttavia, le contraddizioni. La Cina non ha rinunciato del tutto all’uso, anche futuro, del carbone. Per esempio, come ricorda Elizabeth Economy sul PoliticoMagazine, ci sono 46 impianti operativi e 22 in costruzione dove il carbone non viene bruciato, ma trasformato in una serie di sostanze chimiche. Ebbene, questo utilizzo non è affatto pulito: ma aggiunge 193 milioni di tonnellate di carbonio alle emissioni cinesi. E se il XIII Piano Quinquennale, in scadenza nel 2020, raggiungerà i suoi obiettivi, questo uso del carbone aggiungerà al paniere delle emissioni 800 milioni di tonnellate di carbonio: una quantità pari a tutte quelle della Germania, per intenderci.
Inoltre lungo la Belt and Road, Pechino sta installando 65 centrali a carbone. Che non è un modo di interpretare la solidarietà tra i paesi della nuova via della seta non propriamente coerenti né con gli obiettivi di Parigi né con la nuova “civilizzazione ecologica” evocata da Xi Jinping.
D’altra parte, tra gli ostacoli che Pechino deve superare ci sono anche quelli interni: la forte resistenza della lobby delle industrie dei combustibili fossili.
È bene prendere in considerazione tutti queste difficoltà e contraddizioni. Ma l’impressione – la speranza – è che la Cina continui lungo la strada del contrasto ai cambiamenti climatici e del risanamento ambientale. Magari non diventerà mai il leader assoluto della “civilizzazione ecologica”, a causa di fattori politici (possono le democrazie occidentali consegnare la leadership a un paese non democratico?), ma un fatto è cero: senza la Cina raggiungere gli obiettivi di Parigi, contenere l’aumento della temperatura sotto i 2°C sono traguardi ben difficilmente raggiungibili.
Per cui non abbiamo che due speranze: o che la Cina accetti il regalo che le offre Donald Trump o che il nuovo e imprevedibile presidente degli Stati Uniti ritorni sui suoi passi e si avvii un percorso comune, senza leader ma con grande coesione e determinazione, verso la “civilizzazione ecologica”.

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