La città, hotspot di biodiversità

I giardini e gli orti di città sono autentici hotspot di biodiversità. Lo dimostra, un po’ a sorpresa, una ricerca realizzata da un gruppo di ricercatori in 360 siti diversi di quattro città della Gran Bretagna, i cui risultati sono pubblicati su 'Nature Ecology & Evolution'.
Pietro Greco, 13 Febbraio 2019
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

I giardini e gli orti di città sono autentici hotspot di biodiversità, ricchi come sono di fiori e di impollinatori. Lo dimostra, un po’ a sorpresa, uno studio realizzato da un folto gruppo di ricercatori, guidati da Katherine C. R. Baldock della School of Biological Science dell’Università di Bristol. La ricerca, i cui risultati sono pubblicati su Nature Ecology & Evolution, è stata condotta in 360 siti diversi di quattro città della Gran Bretagna: Bristol, Reading, Leeds ed Edimburgo.
I giardini e i parchi di queste quattro aree urbane sono frequentati da molte specie di insetti impollinatori, grazie al fatto che occupano spazi estesi. Lo stesso gli orti, grazie al fatto che offrono una grande varietà di piante concentrate in spazi relativamente piccoli attraggono impollinatori di diverse specie.
Il livello di biodiversità degli impollinatori nelle quattro città studiate è del tutto paragonabile a quello presente nelle campagne. Baldock e il suo gruppo rilevano, come c’era da attendersi, che i giardini appartenenti alle famiglie più ricche sono luoghi di più elevata biodiversità. E tuttavia le città, nel loro complesso, possono sfatare il mito della crescita ineluttabile di cemento e offrirsi come luoghi ospitali per diverse specie viventi. Come hotspot di biodiversità, appunto.
Non è la prima volta che gli ecologi scoprono la città. Di recente Roberta Kwok ha pubblicato su PNAS, i Proceedings of the National Academy of Science degli Stati Uniti, un articolo in cui racconta come le zone delle città abbandonate vengono, in maniera piuttosto rapida, riconquistate da piante e animali, impollinatori compresi (ne avevamo parlato su micron qui).
Non c’è molto da meravigliarsi, a ben vedere. Perché gli ecologi ben conoscono le capacità di adattamento della vita. La città è un ambiente relativamente nuovo che viene esplorato e colonizzato dalle specie, le più diverse. Ne sono un esempio non solo i gabbiani a Roma e in altre città che non affacciano sul mare. Ma anche recenti episodi a Venezia, dove la raccolta differenziata ha sottratto fonti di cibo facile per i gabbiani locali, che così, per mangiare, hanno cambiato tattica e attaccano gli umani con il panino in mano.
Ma, cronaca a parte, è utile guardare alla biodiversità urbana con un occhio sistemico. È quello che ha fatto, di recente, Maibritt Pedersen Zari, un neozelandese afferente alla Scuola di Architettura della Victoria University di Wellington, con un articolo pubblicato sul Biodiversity International Journal. Zari parte da due constatazioni che possiamo considerare consolidate. Primo: la biodiversità è essenziale alla vita dell’uomo (basta fare l’esempio degli impollinatori). Secondo: il 60% dei servizi ecosistemici globali (sì, insomma, dei servizi che la natura regala all’uomo) è in uno stato di maggiore o minore degradazione. È nostro interesse fermare l’erosione della biodiversità e, anzi, tentare un recupero.
Le città sono state considerate a lungo come i luoghi in cui la diminuzione di biodiversità è massima. Ma, sebbene occupino il 3% della superficie del pianeta, ormai nelle aree urbane vive oltre il 50% della popolazione umana. Inoltre, spesso le città insistono in luoghi ecologicamente sensibili, dove diversi ecosistemi si incontravano e, a causa dell’urbanizzazione, ora ne sono impediti. Anche Zari riconosce che le città sono luoghi con un livello alto di biodiversità. Ma, poiché non tutte le città al mondo sono Edimburgo o Bristol, costellate di giardini ben tenuti e floridi orti, spesso la biodiversità urbana è in condizione degradate e, quindi, fragili.
Sono quatto le dimensioni in cui la città interviene nell’influenzare la biodiversità: la sottrazione di suolo; il clima; gli inquinanti (composti azotati, piogge acide); l’introduzione di specie aliene.
Ma è anche vero, sostiene Zari, che la biodiversità influenza la salute (fisica e psichica) degli uomini; la cultura e la vita sociale; oltre che, naturalmente, l’economia. Ecco perché non possiamo lasciare solo alla spontanea capacità della vita di occupare tutti gli habitat possibili. Al contrario, dobbiamo lavorare per far sì che la biodiversità si riappropri delle città, senza far danno agli umani ma, al contrario, arrecando benefici.
Certo non tutto il mondo, al momento, può permettersi i ricchi giardini della borghesia di Edimburgo. Ma si possono trovare sistemi altrettanto efficaci e a più basso costo. Per questo urbanisti ed ecologi dovrebbero lavorare insieme, per trovare le soluzioni migliori alle varie latitudini e nei diversi contesti sociali e culturali del pianeta.

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