La comunicazione ecologica deve toccare il cuore, ma non confondere le menti

Bisogna fare attenzione all’uso delle parole e delle immagini, se non vogliamo che alcuni slogan finiscano col dare un messaggio distorto o, pur partendo da buone intenzioni, si trasformino addirittura in un boomerang.
Pietro Greco, 16 Settembre 2019
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

«Viva la natura, abbasso la CO2», recita con piglio da ambientalista, in uno spot pubblicitario che da qualche mese passa per ogni canale televisivo, un agile giovanotto a cavallo di una bicicletta dopo aver pericolosamente saltellato ai margini di un orrido.
Lasciamo da parte il messaggio implicito che sta dietro (neppure tanto, per la verità) l’infelice idea di giocare a risiko col dirupo per dimostrare che lui sì, che la natura la conosce. L’atteggiamento dimostra che lui no, la natura non la conosce, perché lei – la natura – merita rispetto e non ama essere ridicolizzata. Speriamo che a nessuno venga in mente di imitarlo.
Ma veniamo al messaggio esplicito: «Viva la natura, abbasso la CO2». Un messaggio che dimentica con troppa disinvoltura che, qualsiasi definizione noi vogliamo dare di natura, la CO2 vi ha un ruolo rilevante. Anzi, indispensabile per la vita.
Certo, sulla Luna si può fare a meno della CO2. E, infatti, sulla Luna non c’è vita. Ma qui sulla Terra, anzi nella biosfera del pianeta Terra, altro che «abbasso la CO2». Se siamo minimamente consapevoli dovremmo gridare un giorno sì e l’altro pure: «Viva la CO2, che è parte della natura». La CO2 entra infatti nel ciclo più vitale degli esseri viventi, in particolare delle piante e degli animali: la respirazione. Senza CO2, semplicemente, non ci sarebbero né piante né animali e neppure la gran parte degli esseri viventi. Ci sarebbe un deserto di terra e di acque senza vita.
È chiaro, il messaggio pubblicitario allude ai cambiamenti climatici. E alla CO2 di origine antropica che sta rompendo il ciclo dell’anidride carbonica e favorendo la crescita della sua concentrazione in atmosfera. E allora, se volesse essere ambientalista consapevole, il nostro testimonial dovrebbe smettere di saltellare con la sua bicicletta sull’orlo del dirupo e lanciare un messaggio più articolato e anche un po’ più critico verso il suo committente: «Viva la natura (CO2 e uomo compresi) e abbasso le attività umane non desiderabili, comprese quelle industriali, che concorrono a far aumentare la CO2 in atmosfera».
Dice: ma così non è più un messaggio pubblicitario. È uno spot scientifico. Giusto, ma… Il ma lo discutiamo tra poco. Ora prendiamo in considerazione un altro slogan, anche questo molto usato. Lo troviamo a ogni piè sospinto. Talvolta anche nelle dichiarazioni di scienziati e ambientalisti molto consapevoli: «se vogliamo salvare il pianeta, dobbiamo smetterla di insufflare CO2 in atmosfera o uccidere rinoceronti ed elefanti o inquinare terre, mari e aria». La seconda parte della frase: «dobbiamo smetterla di insufflare CO2 in atmosfera o uccidere rinoceronti ed elefanti o inquinare terre, mari e aria» è sacrosanto. Dobbiamo smettere di perpetrare queste azioni, ma non per «salvare il pianeta». Il pianeta Terra è assolutamente indifferente a questa azioni. Continuerà a ruotare intorno al Sole per almeno cinque miliardi di anni, fino a quando non sarà fagocitato dalla sua stella morente in un abbraccio anch’esso mortale. Le predette azioni fanno male, in parte, alla biosfera. Perché introducono perturbazioni che comunque saranno assorbite. La biosfera, negli ultimi 3,5 o forse 4,0 miliardi di anni, ha subito altre catastrofi, prima di Homo sapiens e si è sempre rimessa dalle botte prese. Qualche volta, è vero, a fatica. Ma si è ripresa. Si riprenderà anche dopo l’Antropocene, l’era geologica segnata dall’uomo.
Quello che è in gioco quando insuffliamo CO2 in atmosfera o uccidiamo rinoceronti ed elefanti o inquiniamo terre, mari e aria è la società umana organizzata in maniera più o meno ordinata, oltre che la sopravvivenza di molte singole specie.
Dunque la frase corretta dovrebbe essere: «se vogliamo salvare la società umana ordinata e la sopravvivenza di molte specie viventi dobbiamo smetterla di insufflare CO2 in atmosfera più di quanto si riesca ad assorbirne o uccidere rinoceronti ed elefanti o inquinare terre, mari e aria». Anche in questo caso la frase è meno a effetto, ma più complessa e articolata di quella che inizia con «per salvare il pianeta».
La domanda quindi è: conviene fare semplificazioni che tradiscono le conoscenze scientifiche per raggiungere dei risultati, magari anche nobili? Non c’è dubbio che Leon Battista Alberti avesse ragione quando, a metà del Quattrocento, diceva che le storie oltre che narrare devono commuovere. In altri termini, in ogni storia, in primo luogo in un messaggio pubblicitario e in uno slogan, ragione ed emozione, arte e scienza devono fondersi.
Ma meno di un secolo dopo Girolamo Cardano specificava: «Ritengo divino un autore che scrive in modo nitido, semplice, ben connesso, ordinato, in buona lingua, facendo attenzione al valore delle parole; il senso e l’insieme devono essere tessuti da un solo principio».
E, dunque, bisogna saper parlare o scrivere, ma facendo grande attenzione all’uso delle parole o dell’immagine, se non vogliamo che quello lanciato sia un messaggio distorto. E si trasformi in un boomerang.
Se diciamo «viva la natura, abbasso la CO2» oppure «per salvare il pianeta non inquiniamo», il messaggio arriva, colpisce il cuore come vuole Leon battista Alberti, ma è distorto e tradisce la ragione. Non attribuisce il giusto valore alle parole e, dunque, contribuisce a formare una cattiva educazione ecologica.
Dobbiamo allora raggiungere tutti noi la capacità creativa di un Leonardo Sinisgalli, il poeta ingegnere che sapeva creare messaggi pubblicitari dove ragione ed emozione, rigore ed efficacia si fondevano. E non confondevano.

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