La cooperazione ci salverà

L’esempio di diverse specie di batteri che sui fondali marini collaborano tra loro impedendo alla metà del metano oceanico di arrivare in superficie – cui ‘Scientific American’ ha dedicato un lungo reportage – riporta all’attualità una questione oggetto di lungo dibattito fra gli evoluzionisti.
Pietro Greco, 03 Gennaio 2019
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

La cooperazione ci salverà. Anzi, ci sta già salvando. Ci riferiamo al gruppo costituito da diverse specie di batteri, tra cui i cianobatteri Prochlorococcus e i Pelagibacter, che fanno comunella sui fondali marini per svolgere, per l’appunto cooperando, un’attività che si è meritata un lungo reportage della Scientific American e che merita tutta la nostra riconoscenza.
Questa comunità microbica, infatti, si ciba di solfati e metano che il fondo marino produce in continuazione. Per il fatto di catturare il metano dobbiamo essere loro particolarmente grati. Perché, sebbene il gas sia presente solo in ragione di 1.800 parti per miliardo (ppb) in atmosfera, è responsabile del 20% del suo potenziale di riscaldamento. Detto in altri termini, il metano contribuisce per il 20% all’effetto serra del pianeta. Ebbene – il lettore ci scuserà per questa catena di numeri – quello rilasciato dai fondali marini rappresenta il 10% del metano totale messo in circolazione nella biosfera. E si è di recente scoperto che il microbioma marino, compresi gli amici Prochlorococcus e Pelagibacter, ne trattengono la metà. Senza di loro farebbe un po’ più caldo, perché da soli sottraggono all’atmosfera il 2% del potenziale riscaldante. La loro cooperazione, dunque, contribuisce se non a salvarci, certo a rallentare i cambiamenti climatici.
È una cooperazione stretta, la loro. Perché da sola nessuna specie sarebbe in grado di trattenere il metano. È solo la loro attività integrata che consente di catturare e metabolizzare quel potente gas serra. Un’attività frutto di una co-evoluzione che consente a questi minuscoli organismi di recuperare, insieme, nell’ambiente risorse che da soli non riuscirebbero a ottenere.
Ora, a parte l’utilità per noi umani, questo esempio – che a quanto pare è molto esteso – propone un’idea di natura diversa da quella “rossa nei denti e negli artigli”, come amava dire il poeta inglese Alfred Tennyson, vissuto nell’Ottocento e attivo ai tempi di Charles Darwin. Il richiamo al naturalista inglese non è casuale. Perché è stato lui a proporre e a rendere pubblica, nel 1859, la teoria dell’evoluzione biologica per selezione naturale del più adatto, fondata, anche, sul principio della lotta tra gli organismi per accaparrarsi le risorse.
L’idea di una lotta per sopravvivere fece molto rumore nella seconda parte del XIX secolo. Anche rumore politico.
Perché quella era un’epoca in cui le reazioni di opposizione o di adesione alla teoria di Darwin erano viscerali e nascevano dalla sensazione che l’evoluzionismo minasse alla base i fondamenti della morale e del contratto sociale, come temevano i conservatori, o, al contrario fosse alla base della morale e del contratto sociale dell’economia competitiva governata dalla mano invisibile del mercato, come andava proponendo il filosofo Herbert Spencer.
Ora non vogliamo dare nessuna connotazione politica all’attività cooperativa dei batteri oceanici. Perché quando si parla di scienza è bene sottrarsi, come fece Darwin, a simili insidie politiche. E tuttavia il grande naturalista sentì il bisogno di chiarire: «Uso il termine lotta per la sopravvivenza in un senso lato e metaforico, che implica la reciproca dipendenza degli esseri viventi».
Il che significa che il successo riproduttivo, che è il vero concetto fondante della teoria darwiniana di selezione naturale del più adatto, non può essere raggiunto solo attraverso la violenza – la natura rossa nei denti e negli artigli – ma anche attraverso una relazione di cooperazione.
Sia chiaro, Darwin non ha certo un’idea mitica della natura. Egli sa che la «natura è rossa nei denti e negli artigli», ma è anche luogo della «reciproca dipendenza degli esseri viventi». Che in natura c’è pace e c’è crudeltà. C’è armonia e c’è catastrofe. Ma Darwin sa anche che la valenza di queste parole è profondamente informata dalla griglia morale con cui noi uomini siamo portati a leggere gli avvenimenti che accadono nel mondo che ci circonda.
Il tema culturale nella seconda parte del XX secolo era dunque questo: se nella natura non c’è una morale e tutto va bene, allora dove nasce la moralità dell’uomo? Non trattiamo questo argomento. Ricordiamo solo che Thomas Henry Huxley, il bulldog di Darwin, l’infaticabile araldo dell’evoluzionismo, si rende conto che dopo la pubblicazione dell’Origine delle Specie questi problemi sono, improvvisamente, diventati non solo “trattabili”, ma addirittura “ineludibili” per la scienza. E si fa carico di rispondere alle domande che sollevano.
Lo fa in una conferenza, Evolution and Ethics, che tiene il pomeriggio di giovedì 18 maggio 1893 nello Sheldonian Theatre, il teatro anatomico dell’università di Oxford, in Inghilterra. Una conferenza che molti considerano l’ingresso ufficiale del problema della morale nel dibattito scientifico. Ebbene da quel dibattito sortiscono una serie di riflessioni che dalla biologia trasmigrano verso la filosofia e la politica. E ritornano alla scienza. Riflessioni che sono in grado di rispondere alla domanda: com’è che i batteri oceanici e tanti altri organismi viventi invece di azzuffarsi tra loro, cooperano? Non è questa un’azione in contraddizione con la selezione naturale del più adatto?
E allora torniamo a Huxley e al suo discorso sul rapporto tra evoluzione biologica ed etica che suscita molte reazioni. Per esempio quelle dello scrittore russo Lev Tolstoj o quelle del filosofo americano John Dewey. Tuttavia, uno dei pochi naturalisti che si pose il problema dell’altruismo da un punto di vista strettamente biologico fu Pëtr Kropotkin, più noto al grande pubblico come ideologo dell’anarchia che come scienziato.
No, non intendiamo proporvi il pensiero politico del teorico dell’anarchismo.
Ma quello strettamente naturalistico sì. Pëtr Kropotkin è un aristocratico con solidi studi e una passione scientifica per la natura, specialmente per la natura siberiana. In virtù di questa passione scientifica riconosciuta, gli viene offerta sia la carica di segretario della Società Geografica Imperiale di San Pietroburgo (prima che lo zar non decreti per l’illustre naturalista l’esilio per motivi politici), sia la cattedra di geologia presso l’università inglese di Cambridge. Kropotkin, per motivi di agibilità politica, rifiuta entrambe le offerte. Ciò non toglie che abbia buone credenziali culturali per intervenire, da scienziato, nel dibattito sollevato da Huxley. E lo fa ribaltando gli assunti di Huxley, in un libro, Il mutuo appoggio, pubblicato nel 1902.
Gli animali, sostiene, per sopravvivere non devono lottare tra di loro. Non in prima istanza, almeno. Devono lottare contro un nemico ben più forte e attrezzato, l’ambiente e le sue avversità. Proprio perché hanno un grande nemico comune, la cooperazione con il reciproco aiuto e non la guerra è il rapporto usuale tra gli animali. Insieme si vince più facilmente che da soli. Ed è per vincere le avversità dell’ambiente che i castori cooperano per costruire una diga. È per fronteggiare un pericolo che incombe su tutti, che i cavalli attaccati da un branco di lupi non cercano la salvezza nella fuga individuale ma nella difesa comune. È rinunciando alla «guerra hobbesiana» che le formiche e le termiti hanno ottenuto grandi vantaggi.
In definitiva, Kropotkin sostiene che il comportamento altruistico, che talvolta può spingersi «fino al sacrificio di sé per il bene comune», è stato selezionato nel corso dell’evoluzione perché più utile dei comportamenti egoistici per sopravvivere nell’ambiente ostile.
Tuttavia, appellarsi a «un bene superiore» a quello dell’individuo non è un’iniziativa che possa essere facilmente accettata da tutti i darwinisti. L’adattamento è il fondamento della teoria dell’evoluzione biologica. Ma l’adattamento, nell’ottica di molti darwinisti, altro non è che un vantaggio acquisito da un individuo.
E l’altruismo è l’esatto apposto di un vantaggio individuale. Non solo la formica che si suicida per salvare la comunità, ma anche un uccello che lancia un grido d’allarme per allertare il gruppo quando si avvede di un pericolo, non sono atteggiamenti che offrono vantaggi all’individuo. Non sono gesti adattivi. E così una parte notevole dei darwinisti, all’inizio del secolo, rigetta senza tentennamenti il principio comunitario di Kropotkin. Anche se resta il problema: come si spiega, allora, il «sacrificio di sé per il bene comune»?
In molti, soprattutto in molti ecologi, nasce così l’esigenza di ripensare il principio dell’adattamento. Se, infatti, si rompe lo schema secondo cui l’adattamento è un vantaggio per l’individuo, o solo per l’individuo, e si prende in considerazione l’ipotesi che l’adattamento possa essere un vantaggio acquisito, come dicono i tedeschi, a un Doppelgänger, a un livello superiore (di famiglia, di gruppo, di popolazione, di specie), allora ogni comportamento altruistico a livello individuale, trova una naturale spiegazione, perché si trasforma in un vantaggio per la dimensione gerarchica superiore. Il comportamento del fringuello che si sacrifica per salvare il suo nido è adattativo, perché reca un vantaggio alla famiglia; il comportamento della leonessa che si sacrifica per il branco è adattativo, perché reca un vantaggio al gruppo; l’ape che si sacrifica per la regina ha un comportamento adattativo, perché reca un vantaggio alla specie.
La ricerca del “bene comune” fino al sacrificio di sé, dunque, è un frutto della selezione naturale. A molta distanza dalla sua formulazione, l’ipotesi di Kropotkin, tanto vituperata all’inizio, trova infine una spiegazione adattativa. E infatti, chiosa Stephen Jay Gould con un gioco di parole: «Kropotkin is no crackpot». Kropotkin non è uno stupido.
Ebbene sì, i batteri che cooperano tra di loro impedendo alla metà del metano oceanico di arrivare in superficie, la sanno lunga e dimostrano, per l’appunto, che “Kropotkin is no crackpot”. Per sopravvivere nell’ambiente ostile la cooperazione può essere molto più efficace della competizione.

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