La lezione delle fake news

Gli autori del dizionario di lingua inglese Collins Dictionary hanno dichiarato parola dell’anno “fake news”. Tra tante nefandezze, le fake news però un merito l’hanno avuto: hanno portato alla luce le carenze del sistema mediatico, aiutandoci a capire meglio quali siano alcune delle componenti della grave crisi di carta stampata e televisione.
Fabio Mariottini, 24 Dicembre 2017
Micron
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Direttore responsabile rivista micron

Nel 2013 il World Economics Forum concludeva i lavori con una lista di sfide da affrontare nel prossimo futuro: crisi economica, divario tra paesi ricchi e paesi poveri, problemi ambientali, salute. A questo elenco per la prima volta si aggiungeva l’esplosione digitale, che ha ormai rivoluzionato il nostro modo di vivere e di lavorare.
Durante il WEF si analizzò con accuratezza il global risk of massive digital misinformation, il rischio della disinformazione. Con la scomparsa della figura dell’esperto (siamo tutti emittenti in grado di produrre e di diffondere informazione) è aumentato il rischio di trovarci davanti a una ridondanza di false notizie che, attraverso i social media, possono diventare facilmente virali. Se si calcola che oggi le persone collegate ai mezzi di comunicazione di massa sono circa 2 miliardi, è evidente che la minaccia non è da sottovalutare. Il “pericolo digitale”, quindi, non è più determinato solo dalla capacità degli hacker di portare attacchi mirati alle piattaforme informatiche che presiedono la nostra vita quotidiana, ma si è arricchito di altre forme: le bugie, il gossip.
Che oggi hanno assunto una rilevanza strategica a causa della velocità di trasmissione delle notizie. A questo si deve aggiungere la superficialità del mainstream mediatico, marcato nelle redazioni dalla mancanza di fact checker (verificatori dei fatti) assolutamente indispensabili in particolare oggi che ci troviamo immersi nella società dell’informazione e per ultimo, ma non meno importate, l’errore strategico degli editori che tentano, senza riuscirci, di rincorrere i social media sia sulle strategie, sia nei contenuti.
Rispetto alla velocità poco si può fare, quindi l’unica scelta è se preferire la via della qualità o quella della rapidità. Considerando che non ci troviamo in un autodromo, va da sé che una informazione che si presume “accreditata” deve essere sempre affidabile e non può permettersi sbavature. Forse è meglio uscire con la notizia qualche ora dopo, ma sapere che ciò che si sta scrivendo poggia su basi solide e reali, che rincorrere l’ultimo strillo di internet. Le tematiche individuate dal WEF come maggiormente esposte alle mistificazioni sono salute, economia e ambiente. In generale, comunque, è l’intero complesso della scienza a trovarsi sotto “attacco”. Per molti motivi, tra cui il principale riguarda i tempi di verifica che nella scienza sono più lenti e non possono essere misurati in ore.
Gli effetti di questa misiformation possono essere devastanti. Il caso dei vaccini è un esempio di cosa si possa generare da una fake news. Nel 1998 il medico britannico Andrew Wakefield pubblicò su l’autorevole rivista e Lancet uno studio che provava la relazione tra vaccino trivalente (parotite, morbillo, rosolia) e l’enterocolite autistica. La cosa suscitò un grande scalpore a livello mediatico, ma un’accurata disamina dei fatti eseguita dal giornalista Brian Deer sgonfiò la ricerca dimostrando che i dati erano falsi e il medico aveva interessi economici, neppure troppo nascosti, sulla scoperta di un nuovo vaccino che non dava e etti collaterali rispetto a questa forma di autismo, inesistente, che lui stesso aveva inventato. Wakefield fu radiato dall’ordine dei medici, la rivista britannica ritirò l’articolo, ma gli effetti prodotti da quella fake news sono ancora oggi evidenti e riscontrabili, ad esempio, nel calo delle vaccinazioni nel nostro Paese.
Un altro nervo scoperto del sistema mediatico è determinato dal rapporto tra democrazia e informazione. La mancanza di una struttura di gerarchizzazione della notizia amplia sicuramente il campo degli attori, ma allo stesso tempo apre uno spazio illimitato a ogni forma di mistificazione e, così, l’informazione diventa inaffidabile, minando quel campo che prima aveva arato. A questo punto si pone l’annosa questione del “che fare”. La risposta non è facile e implica il coinvolgimento di tutti i protagonisti: il sistema mediatico, i cittadini, la politica. I giornalisti, perché hanno o dovrebbero avere a disposizione i mezzi e le conoscenze per operare il debunking. Fare “notizia”, infatti, implica prima di tutto la conoscenza dei fatti, e per fare buon giornalismo è anche necessario essere meno arroccati su rendite di posizione ormai obsolete e riservare più attenzione ai processi evolutivi di una società in continuo cambiamento. I cittadini, dal canto loro, prima di sposare una causa dovrebbero accertarsi di avere gli strumenti adeguati per valutare nella loro complessità scientifica, sociale e ambientale, gli effetti di una decisione. A questo scopo, oggi esiste la possibilità di consultare alcuni siti creati da gruppi di debunking che in Italia sono, solo per citarne alcuni, Il disinformatico, Bufale.it, Bufale un tanto al chilo, Cicap, Valigia Blu.
Le responsabilità della politica vanno invece ricercate nella incapacità di determinare un sistema di controllo della veridicità dell’informazione autorevole e non autoritario. L’esempio più eclatante nel nostro Paese è dato dalla televisione pubblica che, pur essendo un “servizio” ai cittadini, non riesce a uscire dalle secche del pettegolezzo e dello scoop di facile consumo.
Tra tante nefandezze, le fake news però un merito l’hanno avuto: hanno portato alla luce le carenze del sistema mediatico, aiutandoci a capire meglio quali siano alcune delle componenti della grave crisi di carta stampata e televisione. Ma hanno anche sollevato il velo sulle proprietà taumaturgiche di internet, che alla fine degli anni ’90 sembrava potesse diventare uno strumento determinante per l’emancipazione della società. Oggi vediamo che così non è perché una larga parte dell’informazione disponibile in rete è inaffidabile. E la disinformazione mina il senso stesso della democrazia.
Per riparare a questi guasti è inutile cercare risposte luddistiche a processi che sono ormai maturi. L’unica risposta che si può dare è di ordine culturale e a vario titolo ci vede tutti coinvolti: giornalisti e comunicatori, cittadini, politici. E scienziati, che devono imparare a fornire agli operatori della comunicazione le notizie usando un linguaggio meno criptico. Soprattutto, però, è necessario che tra istituzioni, cittadini e mondo scientifico si ricostruisca un rapporto anche critico, ma di reciproca fiducia.

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