La plastica, iconografia del cambiamento

Negli ultimi sessanta anni la plastica ha rivoluzionato la nostra vita. In poco più di un secolo, questo materiale si è imposto come simbolo del nostro stile di vita, pietra angolare del passaggio da una civiltà contadina fondata sul “riutilizzo” ad una società dei consumi improntata sulla pratica della “sostituzione”.
Fabio Mariottini, 16 Dicembre 2018
Micron
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Direttore responsabile rivista micron

La nascita della plastica è ascrivibile alla seconda metà dell’Ottocento, quando Alexander Parkes brevetta un materiale semisintetico, la Xylonite. Una scoperta che condizionerà in maniera pesante tutto il Novecento. Questo materiale duttile ed economico, insieme ai mutamenti determinati dalla rivoluzione industriale, sarà alla base di un nuovo modo di produrre e di consumare. In Italia poi rappresenterà, anche in termini iconografici, il simbolo del passaggio da paese agricolo a paese industriale. E sarà proprio l’Italia ad avere un ruolo da protagonista in questa vicenda, grazie all’invenzione del polipropilene isotattico di Giulio Natta che, insieme a Karl Ziegler, fu insignito nel 1963 del premio Nobel per la chimica. La plastica, inoltre, impresse una svolta culturale radicale al nostro stile di vita. La civiltà contadina, improntata sul “riutilizzo”, lasciò presto il posto alla pratica della “sostituzione” e questo nuovo materiale diventò così la pietra angolare di quella società dei consumi che già verso la fine degli anni ’50 verrà ferocemente criticata da alcuni intellettuali d’oltralpe come Henri Lefevre e André Gorz.

Per comprendere meglio l’impatto della plastica sulla società è necessario ragionare non solo di perdita delle tradizioni, inquinamento dell’ambiente, danni per la salute, ma anche degli aspetti positivi, a partire dalla lotta alle malattie infettive per arrivare al miglioramento della qualità della vita quotidiana. Nell’analisi storica di questa scoperta, necessita un cambio di paradigma che consideri la plastica non più come un “contenuto”, ma alla stregua di un “contenitore” dentro il quale si mescolano vizi e virtù della nostra società a partire dall’idea sbagliata che il territorio sia una distesa di suolo/piattaforma inerte di cui disporre incondizionatamente con crescenti ricorsi a chimica e meccanica (ad alto costo ambientale ed energetico), fino all’avidità di alcuni imprenditori che preferiscono usare le scorciatoie (più o meno legali) rispetto ai comportamenti consapevoli e responsabili. I numeri di oggi ci dicono che quello dell’inquinamento da plastica è diventato un problema che perturba gli equilibri del pianeta e che bisogna agire subito. Per capire la portata di questo impatto basti pensare che dal 1950 ad oggi sono state prodotte quasi 10 miliardi di tonnellate di plastica e che, secondo un rapporto comparso nei Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) la produzione mondiale di questo materiale è passata dai 15 milioni di tonnellate del 1964 agli oltre 300 milioni attuali, di cui almeno 8 tonnellate finiscono negli oceani.

La plastica è attualmente sul banco degli imputati non solo per i rifiuti tossici che ne accompagnano la produzione, per la sua persistenza quando abbandonata e per le emissioni inquinanti che originano dalla sua combustione, ma anche per le crescenti conoscenze relative all’inquinamento determinato dai suoi microscopici residui (da 330 micrometri a 5 millimetri) negli oceani e nelle acque interne (fiumi e laghi), con forti impatti sulla ittiofauna e sulle catene trofiche.
La produzione e il consumo di plastica continuano ad aumentare nelle aree del mondo in via di sviluppo, ma molti Paesi si stanno muovendo per realizzare plastiche provenienti da materie prime rinnovabili e biodegradabili con cui progettare e produrre oggetti predisposti per essere riutilizzati. Per non vanificare gli sforzi che si stanno compiendo, si deve lavorare alla riqualificazione di consumi e stili di vita fino all’internalizzazione dei costi ambientali, partita che si può vincere solo se riusciremo veramente a trasformare il nostro modello di sviluppo economico da lineare a circolare, dove al posto del rifiuto ci sono riusorecupero e riciclo.

[Pubblicato in originale sul numero 40 di micron]

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