La protezione delle acque secondo Trump

Dopo l’aperta contestazione di ‘Science’, di cui abbiamo parlato pochi giorni fa, ora è il momento di 'PNAS', i 'Proceedings of the National Academy of Science', che scende in campo con un editoriale di aperta denuncia dell’operato dell’Amministrazione Trump. E, ancora una volta, motivo della protesta della comunità scientifica è la politica ambientale del Presidente.
Pietro Greco, 19 Giugno 2019
Micron
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Giornalista e scrittore

Sì, è sempre più scienza all’opposizione negli Stati Uniti d’America, come non era mai avvenuto prima. Sia quando lo stato federale non si occupava di ricerca, sia quando, dopo la seconda guerra mondiale, Washington si è proposta come motore primo dello sviluppo scientifico del paese. Dopo l’aperta contestazione di Science, la rivista della AAAS (American Association for the Advancement of Science), la più grande associazione scientifica americana, di cui abbiamo parlato pochi giorni fa, ora è il momento di PNAS, i Proceedings of the National Academy of Science, che scende in campo con un editoriale di aperta denuncia dell’operato dell’Amministrazione Trump. E, ancora una volta, motivo della protesta della comunità scientifica è la politica ambientale del Presidente.
A firmare l’editoriale sono tre importanti studiosi di ecologia: S. Mazeika P. Sullivan, Mark C. Rains e Amanda D. Rodewald. E la loro contestazione riguarda la nuova politica dell’acqua voluta dall’Amministrazione Trump e realizzata dall’Environmental Protection Agency (EPA), l’agenzia per la protezione per l’ambiente, e dall’Army Corps of Engineers, il corpo degli ingegneri dell’esercito, che hanno messo a punto un insieme di regole che praticamente svuota di significato il Clean Water Act, la legge sulle acque pulite voluta da Barack H. Obama, il precedente inquilino della Casa Bianca. Le nuove regole – sostengono Sullivan, Rains e Rodewald – lasciano senza protezione alcuna la metà delle paludi e un quinto dei ruscelli e dei fiumi degli Stati Uniti.
Non solo, rilevano i tre studiosi. Le nuove norme contrastano in maniera esplicita con le indicazioni contenute nei report della comunità scientifica americana sui rischi che le acque degli States corrono in questo momento: tempeste, siccità, inquinamento, fioriture algali e quant’altro. Anche l’EPA nei rapporti degli anni scorsi e, in particolare con il National Water Quality Inventory, riconosce che versano in cattive condizioni il 46% dei ruscelli e dei fiumi e il 32% delle paludi e delle zone umide. «Per farla breve – scrivono i tre ricercatori – le nuove regole proposte per il governo delle acque non riflettono la migliore scienza disponibile e, se saranno varate, danneggeranno le risorse idriche del paese».
L’accusa dunque è chiara. Non è la comunità scientifica che fa l’opposizione a Donald Trump e alla sua Amministrazione.
È l’Amministrazione Trump che fa la guerra alla comunità scientifica per motivi puramente ideologici.
Poi l’accusa diventa un po’ più tecnica. Ma la possiamo tradurre in questo modo. La rete dei fiumi e dei laghi americani costituisce una rete connessa, grazie a infiniti affluenti e canali. Per decine di anni la protezione delle acque degli Stati Uniti (WOTUS) ha tenuto conto sia dei grandi fiumi e dei grandi laghi navigabili, oltre che delle acque marine interne, sia delle acque che li connettono (affluenti, ruscelli, canali, appunto). Questa rete connessa è stata il cuore del Clean Water Rule voluto da Obama non per capriccio personale, ma sulla scorta di 1.200 pubblicazioni scientifiche sintetizzate nel Connettivity Report redatto da 49 esperti e valutato in maniera rigorosa e indipendente da 25 esperti dello Scientific Advisory Board dell’EPA.
Ora l’agenzia federale per la protezione dell’ambiente sembra obbligata a smentire i suoi stessi tecnici e scienziati. Una situazione imbarazzante, per chi lavora in quel prestigioso ente tecno-scientifico federale da sempre abituato a una sostanziale indipendenza dal potere politico. Non occorre chiedersi cui prodest? Peraltro è facile immaginarlo: le aziende e i cittadini obbligati a rispettare norme onorese (sia l’aggettivo vero o anche solo presunto) a protezione delle acque.
L’importante è constatare che l’indipendenza della comunità scientifica sta venendo meno, sostengono molte (quasi tutte) le grandi e piccole organizzazioni della comunità scientifica degli Stati Uniti. È un’indipendenza che va immediatamente ripristinata. Non ne va solo del lavoro della comunità scientifica del paese che più utilizza la scienza per il suo sviluppo. Ma ne va dell’intero paese, che a causa dell’invadenza della politica, potrebbe mettere a rischio non solo l’economia, ma – come mettono in evidenza sia Science che PNAS – l’ambiente nazionale e globale.
A iniziare dalla metà dei flussi d’acqua e da un terzo delle zone umide degli Stati Uniti d’America.

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