La resilienza degli ecosistemi

Quanto e per quanto tempo gli ecosistemi così come li conosciamo resisteranno ai cambiamenti climatici è un interrogativo centrale per molti ricercatori, da chi si occupa di biodiversità a chi si occupa di politiche di mitigazione e adattamento al climate change. Tre ecologhe inglesi su Science si sono poste sull'argomento una ulteriore domanda: cosa rende resiliente un ecosistema?
Pietro Greco, 08 Marzo 2018
Micron
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Giornalista e scrittore

Quanto e per quanto tempo gli ecosistemi così come li conosciamo resisteranno ai cambiamenti climatici? È una domanda centrale per molti ricercatori, da chi si occupa di biodiversità a chi si occupa di politiche di mitigazione e adattamento al climate change. Gli esperti chiamano resilienza la capacità di resistere ai fattori di perturbazione. Nel caso degli ecosistemi questa capacità si manifesta in due modi: la capacità di resistere a una perturbazione ambientale senza cambiare stato; la capacità di recuperare lo stato perduto dopo una forte perturbazione.
Alla resilienza in generale la rivista americana Science ha dedicato uno speciale. Uno dei contributi della rassegna, firmato da tre ecologhe inglesi – Kathy J. Willis, Elizabeth S. Jeffers e Carolina Tovar – si pone tuttavia il problema: cosa rende resiliente un ecosistema?
Una serie di studi dimostra che non tutti gli ecosistemi hanno la medesima resilienza. Uno studio del 2014 esteso alle vicende di 283 foreste tropicali di Asia, Africa e America nel corso degli ultimi 20.000 anni firmato da tre ricercatori – Cole, Bhagwat e la stessa Willis – su Nature Communication dimostra che le più resilienti sono quelle del Centro America, capaci di recuperare lo stato perduto a causa di una perturbazione in tempi molto più rapidi delle sorelle dell’Asia e dello stesso Sud America.
Un altro studio ha preso in esame 45 siti di foreste neotropicali abbattute negli ultimi 20 anni, trovando che anche in tempi così brevi la capacità di recupero è molto diversa: le foreste umide, per esempio, sono molto più veloci di quelle secche a recuperare lo stato perduto. Con un’indagine effettuata col satellite che consente di valutare il vegetation sensitivity index estesa al periodo compreso tra il 2000 e il 2103, si è visto che ai tropici gli ecosistemi più resilienti sono le savane alberate del Cerrado in Brasile e le zone secche del Sahel in Africa. Mentre la vegetazione in ampie aree dell’Africa occidentale e dell’Amazzonia hanno mostrato una resilienza minore. Alcuni di questi esempi sembrano in contraddizione tra loro.
Molti sono i fattori che creano forti perturbazioni.
E, di conseguenza, molti sono i fattori che rafforzano la resilienza degli ecosistemi. Kathy J. Willis e le sue colleghe indicano, tra i più importanti, il clima. Nelle regioni neotropicali secche, per esempio, è documentato che dopo l’abbattimento il recupero maggiore di biomassa si ha nelle regioni con la maggiore frequenza e intensità di pioggia, la minore evaporazione e, dunque, il minor deficit di acqua.
Un altro fattore che gioca un ruolo importante nella resilienza di un ecosistema è la frequenza con cui deve sopportare forti perturbazioni. Tuttavia, in questo caso i dati sono contrastanti. Talvolta succede che il maggiore stress allena la capacità di recupero, talaltra la deprime.
Per esempio, il fuoco di frequente le devasta, rende le praterie verdi dell’Africa occidentale estremamente resilienti: recuperano in fretta. Al contrario gli incendi frequenti deprimono la resilienza di quel particolare ecosistema che è la zona di transizione tra la foresta e la savana.
Un terzo fattore abiotico che influenza la resilienza degli ecosistemi è il suolo, la sua composizione, la sua umidità. Ma nel suolo è presente anche la vita. Per cui, anche per questo, è necessario introdurre i fattori biotici che influenzano la resilienza e la cosiddetta “ipotesi dell’assicurazione”, secondo cui più ricco di biodiversità è un ecosistema maggiore è la sua resilienza, per il semplice motivo che se ci sono più specie e una scompare a causa dei una forte perturbazione, la probabilità che altre prendano il suo posto aumenta.
Clima, frequenza dello stress, suolo e biodiversità sono, dunque, i principali fattori della resilienza degli ecosistemi. E tuttavia non è semplice risolvere l’equazione ecologica sulla base di queste quattro variabili. Non solo e non tanto perché ce ne sono altre, magari minori ma non irrilevanti.
Ma anche e soprattutto perché l’equazione non è di tipo lineare. Le quattro variabili non sono indipendenti. Si intrecciano insieme dando luogo a conseguenze le più diverse.
L’acidità del mare in aumento, per esempio, non produce lo stesso risultato ovunque. Alcuni molluschi dotati di conchiglia nel Mari del Nord mostrano grande resilienza e sembrano reagire inspessendo la loro casa. Nel Mediterraneo, invece, gli stessi molluschi non riescono a reagire e scompaiono.
Il motivo, a quanto pare, risiede nella quantità di nutrienti a disposizione: nel Mare del Nord, che è un mare freddo, i nutrienti sono presenti in maggiore quantità e, dunque, i molluschi hanno una riserva di energia sufficiente per reagire all’acidità inspessendo la conchiglia. Nel Mediterraneo si verifica l’effetto opposto.
Cosa, dunque, rende resiliente un ecosistema? A grana grossa lo sappiamo, ma a grana fine non siamo in grado di rispondere con precisione. Non con la precisione che sarebbe necessaria per capire come reagiranno tutti gli ecosistemi ai cambiamenti del clima globale. Però abbiamo conoscenze sufficienti per agire. Non solo attraverso la mitigazione dei cambiamenti climatici. Ma facendo anche attenzione, per esempio, alla qualità del suolo e alla salvaguardia della biodiversità. Perché la vita, anche di noi umani, si difende meglio se la difesa è, come dire, collettiva.

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