La sconfitta di Trump

È passato un anno dall’annuncio dell’uscita degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sui cambiamenti del clima. Ma ora l’Amministrazione di Washington appare sempre più isolata, sia sul fronte interno che su quello internazionale. Donald Trump sta perdendo la partita?
Pietro Greco, 08 Giugno 2018
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Donald Trump sta perdendo la partita? È passato un anno dall’annuncio del nuovo Presidente: gli Stati Uniti escono dagli accordi di Parigi sui cambiamenti del clima. Ma ora l’Amministrazione di Washington è sempre più isolata, sia sul fronte interno che su quello internazionale. E Trump sta perdendo, appunto, la partita.
Sul fronte interno sta avendo grande successo il movimento America’s Pledge guidato dal governatore della California, Jerry Brown e dall’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg. Il risultato è che – come sostiene Matt McGrath sul portale della BBC – molte città, stati, università e anche imprese hanno dichiarato la loro intenzione di ridurre le emissioni di gas serra. Sta di fatto che nel 2017 le attività indipendenti dal governo federale e gli investimenti in fonti rinnovabili di energia hanno consentito di abbatterle, quelle emissioni, portandole al livello più basso degli ultimi 25 anni.
Il successo delle rinnovabili negli USA non è mai stato così elevato, al contrario, come lo scorso anno: la crescita è stata di 9 gigawatt, tanto da poter soddisfare la domanda di due milioni di case. Mentre in questi primi mesi del 2018 – aggiunge la BBC – sono stati bloccati più impianti a carbone che nei due anni compresi tra il 2009 e il 2011.
Non è finita: un numero cospicuo di stati, che rappresentano il 35% della popolazione USA, hanno promesso di mettere una tassa sulle emissioni di anidride carbonica entro la fine di quest’anno.
La situazione è tale, dichiara non senza un certo ottimismo Niklas Höhne, co-fondatore del NewClimate Institute e docente di “mitigazione delle emissioni di gas serra” presso l’università di Wageningen in Olanda, che: «se questo sviluppo delle rinnovabili continua e i nuovi impegni degli stati, delle città, delle imprese e delle università verranno rinnovati, gli Stati Uniti potranno rispettare gli accordi di Parigi». Anche senza Trump. Anche contro Trump. L’amministrazione negazionista, dunque, sta andando incontro a una clamorosa sconfitta sul fronte interno.
Non diversamente sembra andare sul fronte estero.
Dopo che anche Siria e Nicaragua hanno firmato gli accordi di Parigi, gli Stati Uniti sono rimasti virtualmente soli. Come mai era successo nella storia della diplomazia internazionale degli ultimi decenni. Donald Trump non ha incrinato la compattezza della comunità mondiale.
Al contrario, come ha sostenuto Todd Stern, inviato di Obama ai negoziati di Parigi, in un recente convegno organizzato dal World Resources Institute di Washington: gli altri Paesi non solo hanno confermato le loro decisioni «ma hanno raddoppiato la loro generale determinazione a non lasciare che gli USA cancellino gli accordi».
E in effetti, ricorda ancora Matt McGrath, in questi ultimi mesi abbiamo visto due alleati storici di Washington, come il Canada e il Regno Unito, lanciare un “alleanza globale” che comprende 20 diversi Paesi che si impegnano a eliminare del tutto il carbone come fonte per la produzione di energia elettrica. Mentre il medesimo Regno Unito, insieme a Cina, India, Germania, Norvegia e Irlanda hanno annunciato il phase out delle macchine diesel e a benzina in un periodo compreso tra il 2024 e il 2040.
La Nuova Zelanda ha dichiarato che raggiungerà il valore zero nel suo bilancio delle emissioni di gas serra entro il 2050.
Donald Trump sembra dunque avviato alla sconfitta anche sul fronte internazionale.
Ma è proprio così? Qualche dubbio è lecito – e persino salutare – nutrirlo. Intanto perché dietro la scorza delle dichiarazioni ufficiali, un certo rilassamento di molti Paesi, anche importanti, si avverte. «In assenza degli Stati Uniti si ha il fenomeno di un discreto numero di nazioni che cercano di tornare un pochettino indietro rispetto agli accordi assunti a Parigi», sostiene ancora Todd Stern.
Attenzione alla Cina, soprattutto. Perché se è vero che ha dichiarato la volontà non solo di andare avanti nella lotta ai cambiamenti climatici, ma anche di assumerne la guida, negli ultimi tempi va rimarcando che lo sforzo maggiore nell’abbattimento delle emissioni lo devono fare i Paesi ricchi e di antica industrializzazione. Perché è loro la colpa storica dell’accumulo in atmosfera di gas serra. E non è certo un buon segno il fatto, rilevato da Greenpeace, che negli ultimi mesi il tasso di crescita delle emissioni cinesi sono aumentate a una velocità maggiore di quella degli ultimi sette anni.
Non c’è dubbio, come sostiene Laurence Tubiana, il francese che ha giocato un ruolo chiave a Parigi nel 2015: occorre rilanciare la diplomazia se non vogliamo che scemi la determinazione del mondo a contrastare i cambiamenti climatici. Tanto più che Trump qualche colpo in canna ce l’ha. Entro la fine di quest’anno il Green Climate Fund dovrà essere finanziato con 10 miliardi di dollari. Agli USA tocca versarne tre. Uno lo ha già consegnato l’Amministrazione di Barack Obama. Ma Trump ha già disposto la cancellazione della consegna degli altri 2 miliardi.
Non si tratta di poca cosa. Senza questi trasferimenti gli accordi di Parigi possono implodere. E allora ha ragione Tubiana: ci vuole un ulteriore sforzo della diplomazia perché qualcuno quei soldi – l’Unione Europea, la Cina, organizzazioni non governative? – li trovi e li trasferisca. Sarebbe imperdonabile se a decidere le sorti del clima fosse un piccolo buco finanziario.

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