La Terra, questa sconosciuta

Grazie anche ai satelliti, due ricercatori americani hanno compiuto una stima dell'estensione delle aree fluviali del mondo, scoprendo che è molto molto più elevata di quanto si ritenesse fino ad oggi. Una ricerca utile su molti fronti, che ci ricorda quanto ancora poco sappiamo del nostro Pianeta e delle sue acque e di quanto sia necessario intensificare gli studi, anziché tagliarli. Perché non sapere aiuta a non agire.
Pietro Greco, 14 Agosto 2018
Micron
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Giornalista e scrittore

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La Terra, questa sconosciuta. O forse – prestando attenzione all’articolo pubblicato sulla rivista Science da due ricercatori americani, George H. Allen e Tamlin M. Pavelsky – dovremmo dire l’acqua sul pianeta Terra, questa sconosciuta.
Sappiamo che l’acqua copre oltre il 70% della superficie del pianeta, che pertanto dovrebbe chiamarsi Acqua e non Terra. Sappiamo anche che la gran parte dell’acqua dolce è ghiacciata e localizzata in Antartide e, con una porzione molto più piccola ma significativa, Groenlandia. Sappiamo, infine, che solo una parte minuscola dell’acqua dolce totale si trova allo stato liquido sulla superficie terrestre. La gran parte localizzata in laghi e paludi. Quasi sempre abbiamo trascurato, nel conto, i fiumi e i ruscelli: l’acqua che scorre.
Ebbene è proprio a questo tipo di acqua dolce che hanno dedicato i loro studi Allen e Pavelsky, prima di scrivere l’articolo Global extent of rivers and streams: l’estensione globale di fiumi e ruscelli. Hanno utilizzato, i due ricercatori americani, dati da satellite e quant’altro di utile. Giungendo alla conclusione che questa estensione globaleammonta a 773.000 chilometri quadrati (con un errore all’incirca del 10%): un’area superiore a quella della Francia o, se volete, pari a più di due volte e mezza quella dell’Italia. Non è moltissimo, in assoluto: si tratta di meno dello 0,6% della superficie emersa non ghiacciata. Insomma, poca cosa. E tuttavia l’area misurata da Allen e Pavelsky è maggiore del 44% (con un errore del 15%) di quella finora considerata.
Insomma le avevamo sottostimate, finora, le acque che scorrono sulla superficie terrestre. Ma il valore della ricerca di Allen e Pavelsky non è solo quello di aver messo a posto i conti e aver restituito il maltolto a fiumi e ruscelli. Perché quei 236.000 chilometri quadrati in più trovati dai due americani hanno funzioni importanti. Non solo sociali: la civiltà umana è nata e si è sviluppata sulle rive dei fiumi. E neppure riguardo alla biodiversità: le specie viventi amano l’acqua che scorre. Solo di recente abbiamo capito che  fiumi e ruscelli giocano un ruolo importante anche nel clima globale, perché sono una fonte notevole di due gas serra (o climalteranti, come con un brutto termine vengono ora chiamati): anidride carbonica e metano.
I risultati ottenuti da Allen e Pavelsky ci dicono che i climatologi avevano finora sottostimato questa fonte.
Ma, come scrivono a commento sempre su Science altri due ricercatori americani, Margaret Palmer e Albert Ruhi, l’articolo originale dei loro colleghi è importante per tre ragioni che possono sembrare piuttosto tecniche. In primo luogo perché propone una valutazione dell’estensione dei fiumi, dei ruscelli e dei rivoli con una risoluzione che può essere molto utile per i modelli che studiano i sistemi fluviali e i flussi biogeochimici (comprese le emissioni di gas serra) che mettono in connessione le montagne con gli oceani. Ma è importante anche per chi si occupa di biodiversità e della sua conservazione.
L’estensione delle acque fluviali è stata infatti sottostimata proprio in alcune zone, come l’America centrale, la Nuova Zelanda e il Sud-est asiatico dove c’è un’alta concentrazione di biodiversità. Dunque la notizia è di quelle buone, per chi si studia e/o si preoccupa della diversità della vita. In terzo luogo l’articolo e i suoi dati sono importanti, scrivono Margaret Palmer e Albert Ruhi, per le valutazioni di impatto ambientale in aree molto delicate dove si esercita una forte pressione da parte dell’uomo. Insomma, i nuovi dati dovrebbero migliorare il rapporto tra economia umana e territorio.
Tutti questi fattori sono naturalmente molto importanti, per gli scienziati, per i politici, per i cittadini comuni. Ma ce n’è un quarto che forse non deve essere, a sua volta sottostimato: il grado di ignoranza che ancora abbiamo del pianeta sul quale viviamo. Aver sottostimato non di poco, ma addirittura del 45% (con un errore che tuttora è del 15%) l’estensione delle aree fluviali della Terra ci dice in primo luogo questo: della Terra e delle sue acque sappiamo ancora troppo poco. E sì che i fiumi e i ruscelli si vedono. Possiamo immaginare quanto non sappiamo di ciò che non si vede o si vede meno.
Questa ignoranza non ha solo un valore negativo in sé. Ma ha una rilevanza anche politica: se conosciamo poco e male, agiremo (agiamo) male. Logica vorrebbe, dunque, che si intensificassero gli studi per conoscere meglio il pianeta Terra. Purtroppo in questo momento è proprio nel paese di George H. Allen e Tamlin M. Pavelsky che si sta facendo un passo indietro verso una maggiore conoscenza della Terra. Il presidente Donald Trump ha voluto tagliare molte missioni per lo studio dallo spazio del nostro pianeta e mettere non pochi bastoni tra le ruote anche a quei ricercatori che la Terra la studiano in altro modo. Non sapere aiuta a non agire.

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