Macron recluta i climatologi ‘maltrattati’ da Trump

Lo scorso 11 dicembre in occasione del convegno One Planet Summit organizzato nella capitale francese per fare il punto a due anni dagli “accordi di Parigi”, Emmanuel Macron ha annunciato i nomi dei primi 18 vincitori dei grants. Ben 13 vengono dal USA e hanno accettato di trasferirsi in Francia, seguendo un percorso inverso a quello che solitamente seguono gli scienziati europei. Il motivo è semplice: Donald Trump.
Pietro Greco, 19 Dicembre 2017
Micron
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Giornalista e scrittore

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La Francia di Emmanuel Macron ha iniziato a reclutare scienziati statunitensi esperti di clima al grido di «Make Our Planet Great Again», che riprende non senza ironia lo slogan di Donald Trump «Make America Great Again».
In realtà il giovane presidente francese lo scorso mese di giugno aveva annunciato un piano per portare sul suolo francese da tutto il mondo 50 climatologi con l’obiettivo di portare la Francia nella locomotiva che guida il treno mondiale che cerca di contrastare i cambiamenti del clima. Si tratta di grant finanziati con 1,5 milioni di euro ciascuno, per progetti di ricerca che avranno una durata compresa tra 3 e 5 anni.

Lo scorso 11 dicembre in occasione del convegno One Planet Summit organizzato nella capitale francese per fare il punto a due anni dagli “accordi di Parigi”, Emmanuel Macron ha annunciato i nomi dei primi 18 vincitori dei grants. Ben 13 vengono dal USA e hanno accettato di trasferirsi in Francia, seguendo un percorso inverso a quello che solitamente seguono gli scienziati europei. Il motivo è semplice: Donald Trump. Il presidente americano non ha solo annunciato di voler uscire dagli “accordi di Parigi”, ma sta togliendo fondi e sicurezza agli scienziati del suo paese che si occupano di cambiamenti climatici. Di qui i presupposti di una diaspora che Macron sta rendendo possibile.
Il piano del giovane presidente francese è «di alta qualità e in campi di confine», ha dichiarato alla rivista Science Corinne Le Quéré, direttrice del Tyndall Centre for Climate Change Research presso la University of East Anglia di Norwich, Regno Unito, chiamata a presiedere la commissione internazionale di nove membri che deve selezionare i 50 vincitori del bando «Make Our Planet Great Again».

Un bando che sta avendo successo a livello internazionale, visto che hanno mostrato interesse 1.800 scienziati di tutto il mondo e che 57 dei 90 invitati espressamente a partecipare al concorso hanno “applicato”: ovvero hanno fatto domanda.
Moltissimi, come abbiamo detto, sono statunitensi. Tra loro Camille Parmesan, che viene dal Texas anche se ora insegna alla University of Plymouth in Gran Bretagna. L’offerta di Macron – 1.5 milioni di euro e un laboratorio presso il Centro di ecologia teoria e sperimentale di Moulis – sostiene Parmesan è «semplicemente favolosa». Anche la biologa marina di origini spagnole, Núria Teixidó, visiting scientist presso la Stanford University’s Hopkins Marine Station di Pacific Grove, in California, non vede l’ora di raggiungere l’Osservatorio oceanico che la Francia ha sulle sue coste mediterranee per studiare l’acidificazione dei mari in piena libertà, con molti studenti e collaboratori. Non meno entusiasta è un altro dei vincitori, l’americano Louis Derry, esperto di punti critici del pianeta Terra finora in forza alla Cornell University di Itacha, nello stato di New York.
Meno entusiasmo, per la verità, l’iniziativa di Emmanuel Macron l’ha suscitata in Francia, soprattutto tra gli scienziati del clima del suo Paese. Il programma ha solo un alto valore simbolico, perché gli scienziati francesi hanno già un ruolo importante nello studio dei cambiamenti climatici e delle politiche che possono essere implementate per contrastarli, commenta Frédéric Parrenin, direttore del centro di scienze della Terra e dell’ambiente di Grenoble. Non è chiaro se i fondi sono nuovi e aggiuntivi o se verranno sottratti al budget già ridotto della scienza francese, incalza Didier Swingedouw, un fisico che si occupa della dinamica del clima presso il Laboratorio degli ambienti oceanici e continentali e del paleoambiente di Pessac. Insomma, gli scienziati francesi temono di perdere risorse a vantaggio dei 50 stranieri che avranno, per di più, stipendi e privilegi maggiori dei loro.

La polemica, peraltro, è destinata a continuare. Non fosse altro perché Macron ha già annunciato che il reclutamento di scienziati stranieri esperti di clima continuerà e sarà condotto in accordo con la Germania. E in effetti Angela Merkel ha già annunciato, a settembre, che parteciperà all’iniziativa finanziandola con 15 milioni di euro.
In breve, si sta rafforzando un’intesa tra Parigi e Berlino sul clima nel tentativo di salvare lo spirito e la sostanza degli accordi sul clima del 2015, proprio mentre quelli con Londra tendono a sfilacciarsi (causa Brexit) e mentre Trump sta tagliando il ramo, finora robustissimo, dove sono seduti i climatologi americani.
In questo scenario in rapidissimo cambiamento manca l’Italia, paese che ha ottimi scienziati che esporta in tutto il mondo, ma che è strutturalmente incapace di attrarne dal resto del mondo. Le tensioni causate dalla Brexit e da Trump sarebbero un’occasione d’oro per cercare di far venire (o tornare, nel caso degli italiani andati via) nel nostro paese scienziati di assoluta eccellenza in un settore strategico come quello del clima. È ovvio: abbattendo le barriere burocratiche che stritolano il sistema di ricerca italiano e mettendo sul tavolo risorse nuove e aggiuntive.

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