Non è il momento di arrendersi

Sono quasi trent’anni che la questione climatica è ufficialmente sul tavolo della politica globale – Convenzione delle Nazioni Unite proposta a Rio de Janeiro nel 1992 – e in questo lungo lasso di tempo i passi in avanti sono stati certamente pochi. Abbiamo, di conseguenza, bisogno di accelerare nel cambio di paradigma energetico, con la transizione dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili e carbon free. E abbiamo, quindi, più che mai bisogno di ripensare per l’intero il nostro modello di sviluppo economico, passando  da una crescita senza sviluppo a uno sviluppo senza crescita di consumi di beni tangibili e di energia da fonti non rinnovabili.
Pietro Greco, 30 Novembre 2020
Micron
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Giornalista e scrittore

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E se smettessimo di fingere? Se lo (e ce lo) chiede Jonathan Franzen nel suo ultimo libro pubblicato da Einaudi in questi giorni proprio con questo titolo. Lo scrittore americano ricorda che lui segue le vicende ambientali da trent’anni ormai da trent’anni e, per quanto riguarda la prevenzione dei mutamenti climatici, dobbiamo ammetterlo: abbiamo fallito. Non ce la faremo mai e poi mai a scongiurarli. Dobbiamo smettere di fingere: dobbiamo cambiare strategia.

La frustrazione di Jonathan Franzen è comprensibile. Sono quasi trent’anni  che la questione climatica è ufficialmente sul tavolo della politica globale – Convenzione delle Nazioni Unite proposta a Rio de Janeiro nel 1992 – e in questo lungo lasso di tempo i passi in avanti sono stati certamente pochi. La frustrazione è, per l’appunto, comprensibile. Ma non è che non è stato fatto proprio nulla. E, soprattutto, non è che non si possa fare ancora qualcosa di significativo.
Intanto c’è un obiettivo massimo. Nel 2015, in occasione della COP 21 di Parigi (la Conferenza delle parti che hanno sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sul Clima), l’IPCC (il Panel di scienziati che si occupa di clima per le Nazioni Unite) aveva dato due indicazioni precise: dobbiamo fare di tutto per contenere l’aumento della temperatura media del pianeta entro gli 1,5 °C (al massimo entro i 2 °C) se non vogliamo pagare un prezzo salato e largamente imprevedibile; abbiamo tempo fino al 2030 per cercare di raggiungere questo obiettivo.

È passato un terzo del tempo a disposizione, ma il traguardo non si è avvicinato. Non in modo significativo, almeno. Quest’anno, poi, causa COVID è stata rinviata COP 26 che a Glasgow avrebbe dovuto fare il punto e rilanciare la politica di prevenzione. Ci vedremo l’anno prossimo: un anno in meno. Però è anche vero che il quadro politico si è rischiarato dopo il ciclone Trump: c’è una realistica speranza che gli USA ritornino nella cordata dei paesi impegnati, lì dove l’aveva portati Obama; mentre la Cina ha ribadito che intende intensificare gli sforzi; anche la Russia si è detta pronta; quanto all’Unione Europea ne ha fatto un punto dirimente della sua politica di rilancio economico. Insomma, il clima politico a Glasgow il prossimo anno sarà migliore (o, almeno, così sembra).

Mollare in queste condizioni, arrendersi alla frustrazione, non è solo sbagliato: è imperdonabile. Non si tratta di fingere, si tratta di tentare il possibile e anche l’impossibile. Non ci manca il realismo per ammettere che la sfida è al limite dell’impossibile. Ma non è il disfattismo che ci può aiutare. Dobbiamo lottare fino all’ultimo.
E tuttavia quello indicato dall’IPCC nel 2015 è il traguardo massimo, ma non è che il futuro del clima sul pianeta Terra in questo secolo è o tutto bianco o tutto nero. Ci sono mille sfumature dell’arcobaleno. Intanto perché l’obiettivo dell’IPCC non ci garantisce da effetti indesiderati: ormai la temperatura media è superiore già di 1 °C rispetto alla fine dell’Ottocento e le conseguenze negative già le stiamo vivendo. Un ulteriore aumento di 0,5 °C peggiorerà certamente la condizione odierna. Dunque, cerchiamo di adattarci al meglio.

Ma lo scenario migliore non è l’unico, perso il quale possiamo dire addio. È solo il primo di una serie di scenari possibili con un grado di indesiderabilità crescente: con aumento di temperature di 2,5; 4; 6 e più °C. Questi scenari non sono indipendenti da noi. Al contrario, dipendono da noi. Se ci impegniamo al meglio realizzeremo il difficilissimo obiettivo dell’IPCC; se ci impegniamo un po’ meno del necessario la temperatura a fine secolo sarà di qualche decimo superiore all’obiettivo dell’IPCC; ma se ci impegniamo poco o addirittura nulla si verificheranno gli scenari più catastrofici. Perché non è lo stesso se la temperatura media aumenterà di 2,5 o di 6 °C.  Ne consegue che non è il caso di abbandonare: abbiamo comunque bisogno di una politica del clima globale. 

Abbiamo, di conseguenza, bisogno di accelerare nel cambio di paradigma energetico, con la transizione dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili e carbon free. E abbiamo, quindi, più che mai bisogno di ripensare per l’intero il nostro modello di sviluppo economico, passando – che da tempo dicono gli economisti ecologici – da una crescita senza sviluppo (una crescita insostenibile da un punto di vista sia ecologico sia sociale) a uno sviluppo senza crescita di consumi di beni tangibili e di energia da fonti non rinnovabili.
Già, non è il momento di smettere di fingere. È il momento di crederci fino in fondo. Ogni altra alternativa è una resa senza combattere non solo alla sconfitta ma alla peggiore delle sconfitte.

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