Parigi valeva una messa

Il 2016 ci pone davanti nuove e difficili sfide, occorre perciò mettersi di gran lena al lavoro nel sociale, nell’istituzionale e nell’economico per creare stili di vita, di produzione e di consumo orientati alla sostenibilità.
Walter Ganapini, 30 Dicembre 2015
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Ambientalista

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Ad inizio 2015, assai cupe apparivano le prospettive di una resipiscenza resiliente, pur tardiva, di istituzioni internazionali e nazionali in tema di mitigazione degli effetti ormai irreversibili del Cambiamento Climatico globale e di adattamento attivo alle nuove condizioni del Pianeta (l’unico che abbiamo – l’Impronta Ecologica ci insegna che ne occorrerebbero 3 e mezzo se tutta l’Umanità volesse vivere il modello materialistico-consumistico vissuto da 6-700 milioni di persone del Nord del mondo nel corso degli ultimi decenni).
Si poteva parlare di prospettive cupe guardando al terribile degrado delle immense metropoli dei BRICs, dell’inquinamento massivo di enormi aree industrializzate in Cina ed India, della grave deforestazione in atto dall’Amazzonia all’Indonesia.
Ciò che aggravava lo scenario era il constatare l’arretramento in materia di sviluppo sostenibile a livello della Unione Europea, sino ad allora l’attore più coerente, seppure a livello più teorico che pratico, con l’approccio derivante dall’Earth Summit di Rio ’92.
L’insediamento della Commissione Juncker, nel pieno della crisi finanziaria epocale in atto, si fondava su una filosofia così sintetizzabile: Commissione più forte, centralizzata; Parlamento più debole, ingessato nella Grande Coalizione; dialogo Commissione-Governi più serrato (consenso preventivo come regola assoluta); Consiglio frammentato Est-Ovest, Nord-Sud, dimensioni regionali più forti; mancanza di visione e cultura ambientale; stato di eccezione (terrorismo, islamofobia, russofobia, politica della paura).

Oltre alla vicenda del TTIP, emergeva la ripresa del programma REFIT, lanciato nel dicembre 2012 (COM(2012)746), con l’obbiettivo di individuare aree con potenzialità di semplificazione/riduzione degli oneri regolatori, a partire dalla legislazione ambientale (acque, depurazione, qualità dell’aria, rifiuti, REACH, Natura 2000), dalla proposta di Fast Track legislation, da strategie ‘Energy Union’ orientate alla promozione di fonti fossili e grandi impianti (centrali e LNG), minimizzazione ruolo efficienza e rinnovabili, blocco dei sussidi a fonti rinnovabili (120 miliardi di dollari a scala mondo contro i 500 miliardi di dollari di incentivi pubblici alle fossili) e di tariffe agevolate per consumatori.
Iniziava altresì l’annacquamento delle politiche per l’Economia Circolare, fondamentali per dare concretezza ad un nuovo modello di sviluppo sostenibile, mirante a conseguire obbiettivi prioritari in tema di Natura, Acque, Ambiente marino, Inquinamento atmosferico, Rifiuti e Efficienza nell’uso di risorse naturali limitate, Clima, Ambiente urbano, Economia Verde.
Fortunatamente, l’Eurobarometro registrava la tenuta della percezione sociale dei temi ambientali:

A fronte di questo preoccupante quadro iniziale, il 2015 si conclude invece con la conquista del primo impegno vincolante assunto al termine della COP21 di Parigi da quasi 200 nazioni in materia di lotta al Cambiamento Climatico: superato il negazionismo da anni prezzolato dagli enormi interessi associati alla economia energetica fossile, si riconosce che l’Umanità correrebbe rischi di estinzione qualora non si fermasse il Riscaldamento Globale al di sotto dei +2°C, e dunque si sottoscrive l’impegno ad intraprendere le necessarie azioni tese a ridurre drasticamente le emissioni di ognuna delle modalità/drivers in cui si articola l’attività antropica sul Pianeta.
Un tale risultato storico non si sarebbe probabilmente conseguito se, sul piano morale e teologico, il 2015, grazie a Papa Francesco, non ci avesse donato “Laudato si’”, da cui discendono riflessioni quali:
– L’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti. Chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti.
– Si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite. Si tratta del falso presupposto che «esiste una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti».
– Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale.
– Molti di coloro che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi, cercando solo di ridurre alcuni impatti negativi di cambiamenti climatici. Ma molti sintomi indicano che questi effetti potranno essere sempre peggiori se continuiamo con gli attuali modelli di produzione e di consumo. Perciò è diventato urgente e impellente lo sviluppo di politiche finalizzate alla riduzione, nei prossimi anni, dell’emissione di anidride carbonica e di altri gas altamente inquinanti.
– Il sistema industriale, alla fine del ciclo di produzione e di consumo, non ha sviluppato la capacità di assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie. Non si è ancora riusciti ad adottare un modello circolare di produzione che assicuri risorse per tutti e per le generazioni future, e che richiede di limitare al massimo l’uso delle risorse non rinnovabili, moderare il consumo, massimizzare l’efficienza dello sfruttamento, riutilizzare e riciclare. Affrontare tale questione sarebbe un modo di contrastare la cultura dello scarto che finisce per danneggiare il pianeta intero, ma osserviamo che i progressi in questa direzione sono ancora molto scarsi.
In Italia pare che questa complessa e difficile evoluzione culturale e morale non rappresenti, come in ogni altro luogo accade, una priorità del dibattito politico e dell’attività istituzionale; si ripropongono grandi opere, consumo di suolo, trivellazioni, inceneritori (con l’aria padana dichiarata ufficialmente cancerogena dallo IARC di Lione per conto dell’OMS) in nome di una generica aspirazione alla ‘crescita’ e non progettando uno sviluppo di qualità che valorizzi talenti e risorse del Paese. Occorre perciò mettersi di gran lena al lavoro nel sociale, nell’istituzionale e nell’economico per creare stili di vita, di produzione e di consumo orientati alla sostenibilità.

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