Perché dimentichiamo gli avvertimenti degli scienziati?

Il coronavirus sembra aver cacciato via dallo spazio della nostra attenzione il cambiamento accelerato del clima. Eppure i due fenomeni non sono scollegati. Gli scienziati ci dicono che il climate change potrebbe rivelarsi come un nuovo e potentissimo catalizzatore di nuove malattie e di nuove epidemie. Ce lo dicono da anni, da decenni. Ma noi continuiamo a dimenticarlo. Commettiamo sempre il medesimo errore. Sì, per salvarci abbiamo bisogno di un farmaco che rafforzi la nostra memoria.
Pietro Greco, 14 Aprile 2020
Micron
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Giornalista e scrittore

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Chi si ricorda più di Carlo Urbani? Il medico italiano chiamato presso un ospedale di Hanoi, in Vietnam, per un consulto sulla strana polmonite che aveva colpito un uomo d’affari americano, Johnny Chen. Il paziente era stato ricoverato il 28 febbraio 2003 e nessuno riusciva a venire a capo della sua malattia. Urbani intuì che si trattava di qualcosa di assolutamente nuovo e di estremamente pericoloso. Avvertì immediatamente l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e riuscì a convincere le autorità sanitarie vietnamite a imporre una rigida quarantena.

Aveva scoperto, precocemente, la SARS, la Sindrome Respiratoria Acuta Grave. E la sua intuizione riuscì a impedire che il coronavirus che causava la malattia si diffondesse nel Vietnam e nel mondo intero. Secondo molti epidemiologi, Carlo Urbani ha salvato decine di migliaia di vite. Non la sua, perché egli stesso fu contagiato e morì a Bangkok, dopo aver disposto il suo completo isolamento. Le indicazioni di Carlo Urbani sono diventate le linee guida dell’OMS contro le pandemie.

Già, ma chi si ricorda più di Carlo Urbani? E dell’influenza chiamata Hong Kong che nel 1969 fece 20.000 vittime in Italia? E di quella detta Asiatica del 1957 che, sempre nel nostro paese, fece 30.000 vittime? E chi richiama davvero alla memoria la “spagnola”, che tra il 1918 e il 1920 fece tra 50 e 100 milioni di morti, di cui 650.000 in Italia?

Pochi se ne ricordano. Sono tutti ricordi che, come un riflesso condizionato, sono sempre sfumati un attimo dopo che ciascuno di quegli eventi si è concluso. E questo oblio – ben descritto da Albert Camus nel suo capolavoro, La peste – ha fatto sì questa nuova epidemia ampiamente annunciata dagli scienziati ci abbia colti, ancora una volta, impreparati.  Sì, è vero. C’era stato un momento in cui la hybris aveva catturato anche gli scienziati. Il successo dei vaccini nel secondo dopoguerra aveva portato molti a credere che l’eterna battaglia contro le malattie infettive fosse giunta al termine. E che l’uomo aveva vinto definitivamente la battaglia contro le malattie infettive.

E, infatti, nel 1969 William H. Stewart, surgeon general e dunque responsabile scientifico della più grande struttura sanitaria del mondo, il Department of Health degli Stati Uniti d’America, poteva annunciare davanti al Congresso che la scienza stava ormai per «chiudere il capitolo delle malattie infettive». Stewart aveva dimenticato però l’epidemia ancora in corso dell’influenza Hong Kong e le migliaia di morti che stava mietendo. Ma il suo ottimismo non era privo di fondamenta. Negli anni successivi la percezione era che la guerra contro virus e altri agenti patogeni stava diventando un percorso trionfale. Non giunse, forse, nel 1980 l’annuncio clamoroso da parte dell’OMS: il vaiolo causato da due virus, il Variola maior e la Variola minor, è stato completamente eradicato.
Mai l’umanità aveva definitivamente sconfitto un virus.

E tuttavia sentite cosa sosteneva, prudente, Joshua Lederberg, premio Nobel per la medicina, nel 1988: «Il progresso delle scienze mediche nel corso dell’ultimo secolo ha oscurato la continua vulnerabilità della specie umana alla infezione su larga scala. Noi siamo incapaci di riconoscere che la nostra relazione con i microbi rappresenta un processo evolutivo ininterrotto, lontano dall’equilibrio, e non possiamo dare per scontati i prossimi esiti evolutivi, non sapendo se risulteranno ottimali secondo la nostra prospettiva o secondo la prospettiva dei nostri parassiti. Abbiamo un ragionevole margine di controllo sugli intrusi di carattere batterico; trascuriamo in modo grossolano i parassiti protozoici che colpiscono principalmente il terzo mondo; siamo in uno stato di pericolosa ignoranza circa la modalità con cui far fronte ai virus». Parole profetiche.

Joshua Lederberg e Carlo Urbani non sono che due delle migliaia di scienziati, infettivologi, virologi, epidemiologi, medici che da almeno mezzo secolo ci stanno avvertendo: quella dei virus e degli altri agenti patogeni è una ritirata strategica e momentanea. Siamo ancora oggi – anzi, oggi più che mai – esposti alle epidemie che possono diventare anche catastrofiche pandemie. Perché la popolazione umana è aumentata, perché questa popolazione esplora ecosistemi sconosciuti e viene a contatto con animali vettori di agenti patogeni sconosciuti, perché li diffonde in poche ore in tutto il mondo con milioni e milioni di viaggi aerei. Li abbiamo ascoltati, questi scienziati quando ci avvertivano. Ma poi, appunto, ce ne siamo allegramente dimenticati. E così l’ennesimo virus, il SARS-CoV-2, ci ha colti ancora una volta impreparati.
Cerchiamo di imparare da questa lezione. Rafforziamo la memoria, che è il primo antidoto per prevenire e anche per risolvere i problemi globali dell’umanità.

La stessa cosa vale per il problema clima. Tra poco (2022) saranno trent’anni dalla Conferenza di Rio de Janeiro e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, stipulata sull’onda di puntuali previsioni degli scienziati che si occupano del clima globale. In questi quasi trent’anni gli scienziati hanno aumentato la frequenza e l’intensità dei loro avvertimenti: guardate che il climate change è la maggiore minaccia che prende sul capo dell’umanità in questo XXI secolo.
A questi scienziati si sono unite fasce non banali dell’opinione pubblica. Greta Thunberg è riuscita a catalizzare la formazione di un inedito movimento mondiale nel tentativo di farci ricordare l’imminenza e l’immanenza del pericolo.

Ma ancora una volta la nostra memoria sembra fallire. Il coronavirus sembra aver cacciato via dallo spazio della nostra attenzione il cambiamento accelerato del clima. Eppure i due fenomeni non sono scollegati. Gli scienziati ci dicono che il climate change potrebbe rivelarsi come un nuovo e potentissimo catalizzatore di nuove malattie e di nuove epidemie. Ce lo dicono da anni, da decenni. Ma noi continuiamo a dimenticarlo. Commettiamo sempre il medesimo errore. Sì, per salvarci abbiamo bisogno di un farmaco che rafforzi la nostra memoria.

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