Presto sarà troppo tardi

È questa in estrema sintesi la denuncia e, insieme, l’appello del 'World Scientists’ Warning to Humanity: A Second Notice' che William J. Rapple e 15.371 altri ricercatori di 184 diversi paesi hanno lanciato nelle scorse settimane dalla pagine della rivista BioScience. È una denuncia lucida, resa ancora più drammatica dai risultati un po’ attendisti della COP23. Ci resta davvero poco tempo per cercare di raggiungere i nostri obiettivi: contenere a fine secolo l’aumento della temperatura media del pianeta non oltre i 2 °C e possibilmente entro gli 1,5 °C. È un secondo avviso. E, probabilmente, l’ultimo utile.
Pietro Greco, 27 Novembre 2017
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Presto sarà troppo tardi. È questa in estrema sintesi la denuncia e, insieme, lappello del World Scientists’ Warning to Humanity: A Second Notice (L’allarme degli scienziati di tutto il mondo all’umanità: secondo avviso) che William J. Rapple e 15.371 altri ricercatori di 184 diversi paesi hanno lanciato nelle scorse settimane dalla pagine della rivista BioScience.
È una denuncia lucida, resa ancora più drammatica dai risultati un po’ attendisti della COP23, la ventitreesima Conferenza delle Parti che hanno sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti del Clima che si è chiusa a Bonn lo scorso 17 novembre. Ci resta davvero poco tempo per cercare di raggiungere i nostri obiettivi: contenere a fine secolo l’aumento della temperatura media del pianeta non oltre i 2 °C e possibilmente entro gli 1,5 °C.
È un secondo avviso. E, probabilmente, l’ultimo utile. Il primo, World Scientists’ Warning to Humanity, fu lanciato nel 1992 da circa 1.700 uomini di scienza prima che i rappresentanti al più alto livello dei governi di tutto il mondo si riunissero a Rio de Janeiro per dar vita alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo. L’appello contribuì non poco alla definizione della Convenzione sul Clima, della Convenzione sulla Biodiversità, dell’Agenda 21.

Ma dopo il 1992, dicono i 15.372 scienziati oggi, si sono fatti pochi progressi negli svariati problemi ambientali globali segnalati. Unica eccezione il phase out, la messa al bando degli agenti chimici che attaccano l’ozono stratosferico. Molti problemi, invece si sono aggravati. Riguardo, in particolare, al contributo umano ai cambiamenti del clima, alla deforestazione, all’agricoltura insostenibile (soprattutto l’allevamento di animali per il consumo di carne), all’erosione della biodiversità.
Questo è un secondo avviso. Presto sarà troppo tardi. E molti di questi problemi entreranno in un regime di irreversibilità. Non potremo più tornare indietro. Non in tempi storici, almeno.
La denuncia è dettagliata. Se l’uso di agenti chimici che attaccano l’ozono (i clorofluorocarburi e simili) sono diminuiti di ben cinque volte negli ultimi trent’anni; l’acqua dolce per abitante si è dimezzata rispetto al 1960; il pescato è più che raddoppiato; sempre rispetto al 1960 il numero di regione desertificate è aumentato di sei volte; le foreste sono arretrate di 150 milioni di ettari; il numero di vertebrati presenti sul pianeta è diminuito del 60% rispetto al 1970; le emissioni di CO2 sono passate da meno di 10 a più di 35 miliardi di tonnellate anno; la temperatura media del pianeta è aumentata di 0,9 °C; la popolazione umana è passata da 3 a 7,5 miliardi di unità; il numero di animali ruminanti allevati è passato da 2,5 a quasi 4 miliardi di unità.

Gli oltre 15.000 scienziati preoccupati propongono una serie di rimedi per far sì che l’impatto umano sull’ambiente non superi le soglie di irreversibilità. Li elenchiamo così come proposti: a) attingere risorse in maniera razionale e interconnessa per proteggere i diversi habitat terrestri, aerei e acquatici (mare, ma anche laghi, fiumi, paludi); b) conservare i capitali naturali bloccando la conversione di foreste, praterie e altri habitat nativi; c) restaurare su grande scale le comunità di piante native, in particolare quelle delle foreste; d) ricostruire gli habitat selvaggi dove specie endemiche, in particolare i predatori apicali, possano agire per ristabilire le dinamiche e i processi ecologici; e) sviluppare e adottare tutti gli strumenti normativi utili a contrastare l’erosione della biodiversità animale e, in particolare, il commercio e il conseguente bracconaggio delle specie a rischio; f) ridurre lo spreco alimentare puntando sulla cultura e su nuove infrastrutture; g) promuovere nuovi stili di alimentazione orientati verso cibi vegetali; h) ridurre ulteriormente il tasso di fertilità, attraverso l’educazione l’accesso alla pianificazione familiare; i) aumentare le occasioni di vita all’aperto dei bambini e sviluppare un più radicato apprezzamento della natura da parte di tutta la società; j) modificare gli strumenti finanziari ed economici per incoraggiare migliori pratiche ambientali; k) progettare e utilizzare nuove tecnologie verdi e utilizzare in maniera massiva fonti rinnovabili e carbon free di energia; l) riformare l’economia per ridurre le disuguaglianze di ricchezza e incentivare i sistemi che tengono conto dei costi ambientali; m) determinare su una base scientifica qual è la grandezza sostenibile nel lungo periodo della popolazione umana.

Naturalmente si tratta di esempi e non di una ricetta. Le proposte non prefigurano – non in maniera esplicita, almeno – un radicale cambiamento del modello economico fondato sulla crescita dei consumi individuali. Tuttavia questo World Scientists’ Warning to Humanity: A Second Notice è chiaro. E chiama in causa noi tutti: occorre che gli scienziati, le persone in grado di avere influenza attraverso i media e noi tutti cittadini del pianeta facciamo pressione sui governi e li spingiamo ad accelerare con estrema urgenza le loro azioni. Perché presto sarà troppo tardi.

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