Quell’articolo che cambiò la politica globale dell’ambiente

Per celebrare i suoi primi 150 anni di vita, la rivista Nature ha scelto i dieci articoli che, a suo giudizio, hanno avuto maggiore impatto scientifico e sociale. Fra questi, uno in particolare riuscì negli anni ’80 ad innescare un importante cambiamento. La speranza è che ciò che è avvenuto  si ripeta con la più grande delle sfide che abbiamo davanti: il climate change.
Pietro Greco, 12 Novembre 2019
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

La rivista Nature ha raggiunto i suoi primi 150 di vita. Il settimanale scientifico inglese ha giustamente deciso di festeggiare l’evento. E per ricordare questi anni durante i quali si è imposta, insieme all’americana Science, nel mondo della ricerca come rivista più autorevole e, insieme, generalista, ha scelto i dieci articoli che, a suo giudizio, hanno avuto maggiore impatto scientifico e anche sociale.

In questa top ten c’è anche l’articolo pubblicato nel 1985 da Joe Farman, Brian Gardiner e Jonathan Shanklin che ha avuto due grandi meriti: ha avvertito il mondo che durante la stagione invernale e primaverile lo strato di ozono nella stratosfera che sovrastata l’Antartide era diminuito di un terzo rispetto agli anni ’50 del XX secolo; l’avvertimento ha consentito in tempi rapidissimi di raggiungere un accordo internazionale senza precedenti – il cosiddetto Protocollo di Montreal – che verrà firmato appena due anni dopo con il quale è iniziata una rapida messa al bando delle sostanze chimiche ritenute le principali responsabili di quello che verrà subito chiamato “il buco dell’ozono”: i CFC, i clorofluorocarburi.

Mai il mondo ha realizzato un accordo così vasto di politica ambientale. Un accordo che sta avendo successo. Il “buco” rilevato da FGS (Farman, Gardiner e Shanklin) si sta chiudendo. Nature è giustamente fiera di essere stato il megafono di quell’annuncio. Ma, per meglio apprezzare le conseguenze dell’articolo FGS, conviene ricostruire la vicenda dall’inizio. Intorno alla Terra, all’altezza della stratosfera, tra 15 e 35 chilometri sopra le nostre teste, esiste uno strato – ovvero, una concentrazione relativamente elevata – di un gas estremamente reattivo formato da tre atomi di ossigeno: l’ozono. Se alla superficie terrestre l’ozono è un inquinante, proprio perché aggressivo, nella stratosfera ha una funzione molto utile: reagisce con i raggi UV (ultravioletti) provenienti dal Sole impedendo che continuino il loro viaggio, raggiungano gli organismi che vivono più giù e modifichino pericolosamente il loro DNA.

Era da tempo che gli scienziati mostravano preoccupazione per questa “coperta di ozono” (una metafora che indica solo una concentrazione relativa elevata della molecola) che ci protegge dai raggi UV. Infatti, l’ozono reagisce facilmente con gli ossidi di azoto emessi dagli aerei e molti temevano che il crescente traffico nei cieli potesse destabilizzare la delicata coltre. Nel 1974, però, furono pubblicati i primi risultati di ricerche che mettevano sotto accusa anche i CFC: composti sintetizzati dall’uomo negli anni ’30 del XX secolo e che non esistono in natura. I CFC e le loro molecole sorelle vengono impiegati in molte industrie, per esempio quelle della refrigerazione. I frigoriferi funzionavano con i CFC. Che hanno anche un’altra caratteristica, sono molto stabili e solo dopo un lungo viaggio verso la stratosfera rilasciano il monossido di cloro capace di attaccare l’ozono.

La scoperta generò l’attenzione dei chimici, ma non molto altro. Per due motivi: il primo è che si riteneva che i CFC non potessero causare una diminuzione dell’ozono stratosferico se non in percentuale minima (il 2% o al massimo il 4%); il secondo è che non si pensava che il pericolo fosse attuale. Non risultava nessun “buco” (nessuna diminuzione della concentrazione) nell’ozono stratosferico. Il problema aveva una rilevanza sociale, però. E di esso si occupano le Nazioni Unite che nel 1985 mettono alla firma la Convenzione di Vienna per la Protezione dello Strato di Ozono. La Convenzione, si sa, è una legge quadro delle Nazioni Unite e non ha alcun contenuto vincolante. D’altra parte perché porre dei vincoli se il pericolo ancora non si è manifestato?

Ma ecco che, pochi mesi dopo l’evento viennese, Joe Farman, Brian Gardiner e Jonathan Shanklin pubblicano l’articolo in cui annunciano che sull’Antartide nei mesi invernali e primaverili la concentrazione di ozono risulta ormai inferiore di un terzo a quella attesa. Per una serie di complicati motivi l’attacco all’ozono avviene soprattutto ai poli e in special modo al Polo Sud. E le sostanze colpevoli sono proprio i CFC, di chiara fabbricazione umana. Il pericolo era evidente. E così, nel giro di due soli anni, nel 1987, in Canada viene firmato il Protocollo di Montreal per la messa al bando delle sostanze che creano “il buco dell’ozono”. Il Protocollo ha successo. Lascia pochi anni ai paesi più ricchi per la messa al bando dei CFC e concede qualche anno in più ai paesi che allora venivano chiamati in “via di sviluppo”. Il phase out, la messa al bando dei CFC, procede secondo quanto previsto, salvo poche eccezioni.

La risposta dello strato di ozono sull’Antartide c’è stata. Dopo aver raggiunto un minimo all’inizio degli anni ’90 – quando il gas nei mesi invernali risultava pari a due terzi in meno rispetto agli anni ’50 – è iniziata una ripresa. Oggi, nel periodo di massima crisi, risulta “solo” la metà rispetto agli anni di riferimento. Le previsioni sono per un lento e forse totale recupero. Dunque l’azione politica nata sull’onda dell’articolo di Joe Farman, Brian Gardiner e Jonathan Shanklin risulta efficace. A dimostrazione che l’umanità può correggere gli errori ambientali che compie. L’articolo FGS ha inaugurato di fatto la moderna politica globale dell’ambiente. Dimostrando che non solo è necessaria, ma che si può fare.

Questo messaggio vale – deve valere – anche per un pericolo ambientale generato dalle attività umane ben maggiore del “buco dell’ozono”, quali sono i cambiamenti climatici. Ma, in questo caso, gli interessi in gioco nell’azione politica necessaria per prevenire il climate change sono di diversi ordini di grandezza maggiori. Come disse nel 1992 il segretario generale della Nazioni Unite, l’egiziano Boutros Boutros-Ghali, questa volta sarà più difficile. Il 1992 è l’anno in cui, a Rio de Janeiro, venne posta alla firma la Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti del Clima. Sono passati ben ventisette anni, ma ancora non è stato votato un Protocollo sul clima efficace quanto quello di Montreal sull’ozono. Sì, questa volta è più difficile. Ma non è impossibile.

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