Se il clima cambia la geopolitica

L’adozione di politiche per contrastare i cambiamenti del clima innescherà una sorta di “guerra fredda delle tecnologie pulite” che, a seconda degli esiti, porterà a una ridefinizione della geopolitica planetaria. In un articolo su ‘Nature’ un gruppo di analisti ha definito quattro diversi scenari.
Pietro Greco, 07 Maggio 2019
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

No, non sarà una passeggiata andare oltre Parigi 2015. Al contrario, l’adozione di adeguate politiche per contrastare i cambiamenti del clima innescherà – ha già innescato – una sorta di “guerra fredda delle tecnologie pulite”. In una battaglia che quasi certamente non sarà tra due blocchi contrapposti me conflagrerà in un conflitto di tutti contro tutti.
La “guerra fredda delle tecnologie pulite” è già iniziata, peraltro. E già annuncia il rimescolamento delle carte geopolitiche. Da un lato, per esempio, vediamo la laica Greta (che rappresenta l’opinione pubblica transnazionale) e papa Francesco (il capo di una delle grandi religioni del pianeta) accettare le indicazioni della comunità scientifica e battersi per prevenire il climate change; dall’altra, i portavoce della visione economicista alleati con i portatori di interesse dei combustibili fossili che non intendono mettere in discussione lo status quo economico del presente per evitare una serie di catastrofi sociali ed economiche, oltre che biogeofisiche, domani.
Ma in campo, gli uni contro gli altri armati, non ci sono solo portatori di idee e lobbies. Ci sono già anche gli stati, con tutti i loro armamentari. L’Amministrazione Trump, per esempio, ha confermato che nel 2020 (prima data utile) si ritirerà dagli accordi di Parigi firmati dall’Amministrazione Obama.
Mentre l’Europa ha già iniziato a elevare qualche muro protezionista nei confronti delle tecnologie pulite prodotte a costi sempre più competitivi dalla Cina.
Prendiamo il caso dei produttori di combustibili fossili: l’International Energy Agency calcola che potrebbero perdere 7.000 miliardi di dollari l’anno, a partire dal 2040, se a vincere la guerra fredda delle tecnologie pulite saranno le energie rinnovabili e carbon free. Non proprio noccioline. Non c’è dubbio che gli stati e le imprese che posseggono la gallina dalle uova d’oro delle fonti fossili si batteranno fino alla fine per conservarla nel proprio pollaio.
Come evolverà, dunque, la guerra fredda dell’energia? Nei giorni scorsi su Nature un gruppo di analisti di diversi paesi ha pubblicato un articolo, How the energy transition will reshape geopolitics, in cui propongono i quattro diversi scenari che potranno ridisegnare la geopolitica in seguito alla transizione (o alla mancata transizione) energetica.
Il primo è quello che Greta, papa Francesco e molti di noi si augurano ma che, allo stato, non ha grandi possibilità: i circa 200 stati membri delle Nazioni Unite si metteranno presto d’accordo e coopereranno per mantenere l’aumento della temperatura media del pianeta entro 1,5 °C rispetto all’epoca pre-industriale. Ciò significa che il paradigma energetico cambierà, che entro il 2040 le fonti rinnovabili e carbon free supereranno quelle fossili. Queste ultime saranno praticamente azzerate entro il 2100. Non c’è alcun ostacolo tecnologico che impedisce a questo scenario di realizzarsi. Gli ostacoli sono tutti politici. Ed è per questo che la probabilità che si verifiche non sarà altissima, ma non è neppure nulla. Per questo abbiamo il dovere di crederci e di agire di conseguenza.
Un secondo scenario è ancora più favorevole. Mette in conto che a brevissimo ci sia un salto tecnologico che metterà i combustibili fossili fuori mercato, a vantaggio delle fonti rinnovabili. Non è necessario che, a questo punto, gli ostacoli politici debbano essere rimossi. Basterebbero le forze di mercato. In questo contesto potremmo persino avere un inasprimento della “guerra fredda delle tecnologie pulite” con il vecchio occidente contrapposto al nuovo oriente (ovvero alla Cina, cui potrebbe aggregarsi la Russia).
In uno o in entrambi questi scenari i produttori di combustibili fossili che perderebbero la famosa gallina (i paesi arabi e gli altri) sarebbero risarciti con aiuti per uno sviluppo economico sostenibile.
Ecco poi due scenari negativi. Nel primo a essere vincente sarà il “dirty nationalism”, il nazionalismo che salva il presente poco ecologico. La saga dei combustibili fossili continuerà allegramente e i cambiamenti del clima daranno un’ulteriore accelerata. Con tutte le conseguenze che sappiamo.
L’ultimo scenario è sostanzialmente simile: il declino dei combustibili fossili avverrà con una tale lentezza da portare la temperatura media del pianeta ben oltre quanto indicato dalla comunità scientifica. Ancora una volta, con tutte le conseguenze del caso.
Naturalmente potremo avere delle situazioni di compromesso. Per esempio il secondo scenario e il quarto scenario potrebbero sovrapporsi. Potremmo avere una svolta tecnologica cui il mercato risponderà, ma non con la prontezza necessaria.
Un fatto è certo, però. Qualsiasi scenario prevarrà sarà accompagnato da una ridefinizione della geopolitica planetaria. Nulla nei rapporti politici ed economici tra gli stati sarà come prima.
Tuttavia, gli autori dell’articolo pubblicato da Nature pongono l’accento su un fatto, che tutti dobbiamo tenere in conto: oggi tutto il dibattito internazionale sul cambio di paradigma energetico è focalizzato sull’abbattimento dei costi delle tecnologie pulite. Insomma, tutti (molti, per la verità, non propriamente tutti) fanno affidamento sulla mano invisibile del mercato. Non funziona così, sostiene il gruppo di analisti: la politica è e resterà un fattore decisivo nel determinare la realizzazione dell’uno o dell’altro scenario.
E, dunque, saranno decisivi non solo gli accordi internazionali ma anche le politiche nazionali. Il che ci chiama in causa tutti. Sia come cittadini che partecipano alla politica sia come votanti. Il futuro non è già scritto. Dipende anche da noi dove approderà.

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