Se si scioglie il ‘continente bianco’

L’Antartide perde ghiaccio e lo fa a velocità crescente. Lo conferma uno studio dell’Università della California, i cui dati testimoniano l’impressionante progressione, dagli anni ‘80 ad oggi, di un fenomeno dagli effetti globali.
Pietro Greco, 26 Marzo 2019
Micron
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Giornalista e scrittore

Aiuto, l’Antartide perde acqua. O meglio, perde ghiaccio. E a velocità crescente. Se nel decennio compreso tra il 1979 e il 1990 il “continente bianco” perdeva qualcosa come 40 (± 9) Gt/y, ossia miliardi di tonnellate l’anno, nel periodo compreso tra il 2009 e il 2017 l’Antartide ha perduto qualcosa 252 (± 26) Gt/y: più di sei volte tanto.
La progressione è stata impressionante: da una perdita, come abbiamo detto, di 40 Gt/y negli anni ’80 del secolo scorso, si è saliti a una perdita di circa 50 Gt/y negli anni ’90, poi si è rapidamente saliti a 166 (± 18) Gt/y nel decennio compreso tra il 1999 e il 2009 fino a salire alle 252 Gt/y degli ultimi nove anni.
Questi dati sono stati pubblicati la settimana scorsa da Eric Rignot, del Department of Earth System Science, University of California, di Irvine e da un gruppo di suoi collaboratori. I dati sono il risultato di complesse osservazioni in 176 siti del “continente bianco”. La gran parte del ghiaccio disciolto si è avuta nell’Antartide Occidentale, nel settore di mare conosciuto come di Amundsen/Bellingshausen: da solo negli ultimi nove anni questa parte del continente ha perduto all’incirca 159 Gt/y, pari al 63% del totale. Notevoli perdite si sono avute anche nella Wilkes Land dell’Antartide Orientale (52 Gt/y) e nella Penisola Occidentale e del Nordest (43 Gt/y).
I dati confermano quelli riportati qualche mese fa sulla rivista Naturedall’IMBIE team (un gruppo di scienziati polari) che, studiando l’Antartide coi satelliti, aveva valutato una perdita di ghiaccio nell’Antartide Occidentale proprio di 159 Gt/y. Quindi abbiamo due indagini indipendenti che forniscono il medesimo risultato. L’attendibilità, dunque, è alta.
E non c’è da rallegrarsene. Da molti anni si rilevano cambiamenti significativi nell’ecosistema del sesto continente. In un articolo pubblicato su Current Biology alcuni mesi fa, un gruppo di ricercatori riportava come i muschi in Antartide crescono ormai di tre millimetri all’anno, mentre in precedenza la crescita era di appena un millimetro.
Certo, i muschi non sono ancora in grado di ridisegnare il paesaggio: coprono appena l’1% dell’intero continente. Ma in alcune zone i muschi crescono con grande rapidità, anche 4 o 5 volte superiore rispetto al passato.
Uno studio di qualche anno fa pubblicato da Jennifer Blum, un’ornitologa americana del Polar Oceans Research Group che ha sede nel Montana, riportava che nel 2012 la colonia di pinguini di Adélie contava 2.000 coppie: negli anni ’70 del secolo scorso le coppie di pinguini nella colonia antartica erano quattro volte tanto. Un’analoga diminuzione della presenza di pinguini si registra in tutte le isole vicine. Difficile dire se la diminuzione è frutto di una migrazione o di una caduta demografica. Ma non sfugge il fatto che nel mare che circonda l’arcipelago antartico il fitoplancton è diminuito del 12% (in peso della biomassa) negli ultimi trent’anni. E che i due fenomeni – la diminuzione dei pinguini e quella del fitoplancton – potrebbero essere correlati.
Certo è che Adélie si trova nella Penisola Antartica. E i fenomeni descritti sono due segni che, nel continente che ospita la gran parte dell’acqua dolce del pianeta, qualcosa come abbiamo visto sta cambiando. I ghiacci si fondano anche perché nella Penisola Antartica, ormai, la temperatura media annua è pari a – 3 °C. Mezzo secolo fa la temperatura media era di – 5 °C.
Registriamo, dunque, un aumento medio di 2 °C. D’inverno l’aumento della temperatura in media è di 6 °C rispetto a cinquant’anni fa. La penisola si è riscaldata.
E, infatti, Hugh Ducklow, direttore della locale Palmer Long-Term Ecological Research Station, ricordava nel 2012 in un speciale della rivista Science che 9 ghiacciai su 10 nella Penisola Antartica si stanno ritirando. Nel medesimo tempo anche il mare si ghiaccia di meno e per meno tempo.
Ma gli effetti della fusione dei ghiacci antartici registrata da Rignota e dai suoi collaboratori non sono solo di tipo locale, sono anche di tipo globale.
A causa di questo scioglimento, infatti, il livello dei mari che rivestono il pianeta è aumentato di 3,6 millimetri per decade. Detto in altri termini: dal 1979 a oggi il livello degli oceani è aumentato di 14 (± = 0,9) millimetri. Sembra poco (cosa volete che sia un centimetro e mezzo in 40 anni, dicono i minimalisti), ma è l’accelerazione che è preoccupante. Non dobbiamo dimenticare che l’Antartide è di gran lunga la più grande riserva di acqua dolce del pianeta. E che il continente contiene tanto ghiaccio che, ove si sciogliesse tutto, farebbe aumentare il livello dei mari non di pochi millimetri, ma di 58 metri.
Non c’è alcun pericolo che nei prossimi anni o secoli (e, azzardiamo, millenni) il continente antartico perda tutti i suoi ghiacci. Ma una parte considerevole, tanto da causare danno tangibile all’umanità – in particolare a quella che vive lungo le coste – certamente sì. Lo stesso IMBIE team ha calcolato, infatti, che dal 1900 a oggi il livello dei mari è aumentato di 19 centimetri.
Già oggi il 70% delle coste al mondo risente di questo aumento.
Ma sono le proiezioni che preoccupano: con questo ritmo di crescita a fine secolo il livello dei mari aumenterà di altri 19 centimetri, per un totale, rispetto al 1900, di quasi mezzo metro. Tuttavia, i dati elaborati dal gruppo di Eric Rignota mostrano che la velocità di fusione dei ghiacci antartici è in aumento. Cosicché diviene estremamente probabile quello scenario pessimista (ma non troppo) secondo cui il livello dei mari nel 2100 potrebbe risultare tra gli 80 e i 100 centimetri superiore rispetto a quello del 1900.
Un metro in più fa tanta differenza: espone a rischio inondazioni alcuni miliardi di persone. Molte delle quali saranno costrette a lasciare le loro case. A emigrare, dunque.
È evidente che come vanno le cose laggiù, in Antartide, è un problema che ci riguarda da vicino. In particolare noi italiani, visto che il nostro paese vanta 8.000 chilometri di coste.

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