Segni in comune

Nell’ultimo anno abbiamo appreso molte cose sul modo di comunicare dei nostri ‘cugini’ scimpanzé. L’ultima, in ordine di tempo, è emersa da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della University of Roehampton. E ci porta a dover compiere un ulteriore bagno di umiltà.
Pietro Greco, 20 Febbraio 2019
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Ricordate quel film, delizioso, diretto e interpretato da Massimo Troisi? Si chiude con lui (Gaetano nel film) e la fidanzata Marta, interpretata da Fiorenza Marchegiani, che discutono sul nome da dare al figlio in arrivo. Lei, Marta, propone: Massimiliano, un nome diffuso al Nord. Lui, Gaetano, propone invece Ciro, un nome tipicamente napoletano. Ma quel che è importante è la giustificazione adottata da Gaetano (Massimo Troisi): Massimiliano è un nome troppo lungo e poco educativo, teorizza. Ciro, invece, è abbastanza breve per avere un bambino che obbedisce agli ordini dei genitori.
Ebbene, gli studiosi di linguistica dicono che la scusa del napoletano Gaetano non è del tutto campata in aria. Esiste infatti una legge, nota come legge di Zipf, che impone in qualche modo di accorciare le parole più comuni per rendere la comunicazione più efficiente.
Per esempio “tu” è una parola molto corta e molto usata. Allo stesso modo l’Europa intera ha acceso un serrato dibattito sulla Brexit, invece che “sulla proposta di uscita del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord dall’Unione Europea”, dizione molto meno agevole da utilizzare.
La scorsa settimana un gruppo di ricercatori inglesi della University of Roehampton ha pubblicato un articolo sui Proceedings of the Royal Society B in cui sostiene che la legge di Zipf è universale. O, almeno, si applica anche al modo di comunicare degli scimpanzé, gli animali a noi filogeneticamente più vicini.
Gli scimpanzé per comunicare tra loro usano i gesti, non avendo un linguaggio orale abbastanza sofisticato. I ricercatori di Roehampton hanno studiato 58 diversi gesti frequenti in una comunità di scimpanzé allo stato selvaggio, scoprendo che sono molto più brevi e sincopati di gesti con cui esprimono “parole” meno frequenti. In fondo vale la regola che Gaetano (Troisi) ha inventato per accreditare il nome di Ciro: una parola o un gesto brevi consentono una comunicazione più rapida ed efficace.
Non dobbiamo meravigliarci più di tanto se scopriamo che le stesse leggi della comunicazione valgono per gli uomini come per altri animali, in particolare per le altre grandi scimmie antropomorfe.
Nell’ultimo anno abbiamo appreso molte cose sul linguaggio dei nostri cugini.
E tutte ci dicono di enormi somiglianze con il nostro (tranne una). Intanto più o meno un anno fa su Current Biology compare un articolo di un gruppo di ricercatori della Emory University di Atlanta, in Georgia (USA) in cui veniva dimostrato che anche gli scimpanzé hanno nel loro cervello la cosiddetta “area di Broca”, una regione necessaria alla pianificazione e alla produzione del linguaggio.
Quest’area non è sufficiente per parlare, ovvero per avere un linguaggio ben articolato, ma è necessaria. Dunque sembra che gli scimpanzé siano quasi pronti per sviluppare un linguaggio articolato. E che questa capacità che dividono con noi è probabilmente l’eredità che ci ha lasciato un nostro comune antenato, all’incirca 6 o 7 milioni di anni fa: quando le due specie di antropomorfe si divisero.
Sempre un anno fa o giù di lì un gruppo internazionale di ricercatori dell’Università di St. Andrews, in Gran Bretagna, e dell’Istituto di Ricerca sui primati di Kyoto hanno pubblicato un articolo su PloS Biology, in cui dimostrano che scimpanzé e bonobo (due specie cugine) utilizzano per comunicare i medesimi gesti. Non solo: ma quei gesti hanno il medesimo significato. Per cui, semplicemente, scimpanzé e bonobo, pur essendosi divisi come specie tra uno e due milioni di anni fa, si capiscono.
La similitudine dei gesti non riguarda solo i Pan troglodytes (scimpanzé comune) e i Pan paniscus (bonobo): le due specie condividono tra il 96 e il 98% dei gesti. Ma anche i gorilla, che condividono con gli scimpanzé il 60% dei gesti e gli oranghi, che condividono con gli scimpanzé l’80% dei gesti.
In definitiva, il linguaggio dei segni è antico e universale. E resiliente: tant’è che a milioni di anni di distanza può essere compreso da specie animali diverse. È molto probabile che anche gli antenati di Homo sapiens, prima di disporre di un linguaggio orale articolato, utilizzassero per comunicare il linguaggio dei segni.
Lo dimostra il fatto che i primati possono apprendere il linguaggio dei segni che utilizzano gli umani sordomuti. Washoe, uno scimpanzé morto nel 2007, aveva appreso almeno 350 parole nel linguaggio dei segni e poteva avere una comunicazione non banale con gli umani. Il 20 giugno dello scorso anno, il 2018, è morto Koko, un gorilla che aveva imparato all’incirca mille parole del linguaggio dei segni americano e ne comprendeva almeno duemila. Con Koko era possibile stabilire una ricca conversazione.
Cosa significa tutto ciò? Beh, ci induce a un ulteriore bagno di umiltà. Anche quello che ritenevamo una nostra specificità unica – il linguaggio – è in realtà un carattere emerso nel corso della storia evolutiva profonda della vita ed è condiviso con altre specie. La nostra specificità si riduce a un apparato fonatorio che ci rende capaci di esprimere coi suoni quello che i nostri cugini esprimono con i segni.

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