Seveso, quando la chimica è diventata cattiva

È il primo disastro ecologico di imponenti dimensioni nel nostro Paese. Una vicenda che ha reso evidente, in maniera inequivocabile, la sperequazione dei rapporti tra industria e territorio, sottolineando quali fossero le basi sulle quali poggiava la nostra crescita. Quella di Seveso è ancora oggi, innanzitutto, una storia di ordinaria ingiustizia.
Fabio Mariottini, 08 Luglio 2016
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Direttore responsabile rivista micron

Il 5 febbraio 1980 a Monza un commando dell’organizzazione armata comunista Prima Linea uccideva l’ingegner Paolo Paoletti, direttore dell’ufficio tecnico dell’Icmesa. Una morte “pesante”, ammesso che ve ne possano essere anche di “leggere”, che trae origine da una vicenda accaduta quattro anni prima. Alle 12,40 di sabato 10 luglio 1976, infatti, nello stabilimento dell’industria chimica svizzera Icmesa, situato nel comune di Meda, il reattore chimico destinato alla produzione di triclorofenolo subì un guasto. L’alta temperatura raggiunta causò la formazione di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo -p-diossina (TCDD) che è il tipo di diossina più tossico, classificato 1997 come cancerogeno di classe 1 dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che, trasportata dal vento, ricadde su una zona densamente popolata. Si formò così una nube tossica che colpì principalmente il comune di Seveso, oltre a quelli di Meda, Desio e Cesano Maderno.
«Il disastro di Seveso – come scrisse Giorgio Nebbia (Sapere, n 796 novembre-dicembre 1976) – ebbe un effetto particolarmente traumatico sulle popolazioni locali proprio perché la sua serietà fu riconosciuta solamente con colpevole ritardo». Solo alcuni giorni dopo, infatti, gli abitanti furono avvertititi della gravità dell’incidente e l’intera popolazione venne evacuata. In termini sanitari, gli effetti più evidenti dell’esposizione alla diossina si riscontrarono principalmente sui bambini che vennero colpiti da una malattia della pelle, la cloracne, mentre tra le donne incinte si verificò un aumento abnorme di aborti spontanei. Per l’Italia era il primo disastro ecologico di dimensioni così imponenti.
Un incidente che evidenziava in maniera inequivocabile la sperequazione dei rapporti tra industria e territorio e sottolineava quali fossero le basi sulle quali poggiava la nostra crescita. Per gli abitanti dei territori colpiti iniziava, invece, un incubo che avrebbe visto sul banco degli imputati lo Stato, le autorità locali, l’impresa.
Perfino il mondo scientifico si divise tra coloro che come The Lancet non si risparmiarono nel tentativo di minimizzare i rischi legati alla diossina, o, addirittura, nel caso di alcuni prestigiosi quotidiani internazionali arrivarono ad accusare il direttore dello Iarc Lorenzo Tomatis di voler denigrare la Givaudan, e altri, quali Giorgio Nebbia e Laura Conti, che invece percepirono subito i rischi di una contaminazione così estesa.
Dopo l’incidente, comunque, la storia proseguì tra ignavia e reticenze. Quanta diossina fuoriuscì veramente dallo stabilimento di Meda? 200 grammi, come fu detto durante l’audizione in Senato, o 34 chili, come indicava una relazione dell’Istituto superiore di sanità? E soprattutto, dove sono finiti i rifiuti tossici della zona contaminata? Sono tutti sotto controllo nelle due vasche sopra le quali è stato edificato il Parco naturale Bosco delle Querce? Oppure in fondo all’Atlantico o presso Schoenberg, nell’ex Ddr, come sospettano alcuni ambientalisti? E infine, cosa si produceva veramente negli stabilimenti della multinazionale svizzera? Cosmetici e disinfettanti ospedalieri, come le autorità e i dirigenti della fabbrica hanno sempre sostenuto, o il triclorofenolo che negli Stati Uniti sarebbe diventato il famigerato Agent Orange, un defoliante che produce effetti terribili sull’uomo,  molto usato nella guerra del Vietnam? Tutte domande che non avrebbero ancora trovato risposte congruenti.
Di tutti questi misteri Paolo Paoletti rappresentava, nell’iconografia terrorista del tempo, l’artefice e la personificazione dell’iniquità sociale che colpiva parimenti lavoratori e popolazione. La caratura dell’incidente la stabilì la Comunità europea che, appunto, a seguito del disastro elaborò un nuovo sistema di regolamentazione per le industrie che fino ad allora operavano nella più completa deregulation legislativa. La nuova legislazione europea sugli apparati industriali di tipo chimico fu varata nel giugno del 1982, con l’approvazione della direttiva 82/501/EEC, il Seveso Directive. La legge era improntata su un impianto che faceva perno sulla conoscenza dei cicli e dei prodotti di lavorazione, sulla informazione pubblica, sulle procedure di sicurezza. In pratica, tutto ciò che era mancato nell’incidente di Seveso, per il quale il direttore dell’Icmesa pagò un prezzo così alto.

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