Sviluppo senza crescita

Può l’economia umana crescere indefinitamente, sdoppiandosi dai vincoli posti dalla finitezza del pianeta Terra? Hanno tre grandi meriti e un piccolo demerito Tim Jackson e Peter A. Victor che, qualche giorno fa, hanno proposto questa domanda su Science.
Pietro Greco, 27 Novembre 2019
Micron
Foto di Free-Photos da Pixabay
Micron
Giornalista e scrittore

Può l’economia umana crescere indefinitamente, sdoppiandosi dai vincoli posti dalla finitezza del pianeta Terra? Hanno tre grandi meriti e un piccolo demerito l’inglese Tim Jackson e il canadese Peter A. Victor che, qualche giorno fa, hanno proposto questa domanda su Science, la rivista dell’Associazione americana per il progresso delle scienze.

Il primo merito è di aver riproposto questa domanda antica, cui aveva dato una risposta nel lontano 1972 il rapporto The Limits to Growth (I limiti alla crescita) realizzato per conto del Club di Roma presieduto da Aurelio Peccei. Il secondo merito che possiamo attribuire ai due autori è di aver dato una risposta secca quanto scontata: no, non possiamo pensare che la crescita economica sia in linea di principio e in linea di fatto senza limiti su un pianeta finito. Eppure, come sostiene tra il serio e il faceto un vecchio detto, richiamato da Jackson e Victor, ci sono due tipi di persone che invece rispondono sì: i pazzi e gli economisti. Il terzo merito è di averci ricordato che noi – che in genere non siamo né pazzi né economisti – ci comportiamo come pazzi e/o economisti. Nei fatti non poniamo limiti alla crescita anche quando sappiamo che è insostenibile. Prendiamo il caso della CO2: dal 1990 a oggi le emissioni antropiche sono aumentate del 60%, malgrado nel 1992 le Nazioni Unite – ovvero tutti i paesi del mondo, in pratica – abbiano sottomesso alla firma la Convenzione sui Cambiamenti Climatici che si proponeva di diminuirle, quelle emissioni. Nel 2018, poi, l’IPCC – il panel di scienziati del clima che afferisce alle Nazioni Unite – ha specificato che per avere una probabilità pari a due terzi di contenere l’aumento della temperatura media del pianeta entro il valore di 1,5 °C rispetto al livello dell’era pre-industriale, abbiamo appena dieci anni di tempo e drastiche misure da adottare. Ma le emissioni di CO2, che erano un po’ diminuite dopo la crisi del 2007/08, in questi ultimi anni sono aumentate.

La speranza di raggiungere l’obiettivo è minima. Ma non nulla. E allora, come fare? Tim Jackson e Peter A. Victor sembrano non avere dubbi: dobbiamo smettere di pensare che la crescita economica possa essere senza limiti. E qui risiede, forse, il piccolo demerito: non specificano quale tipo di crescita bisogna contenere. Citano un premio Nobel per l’economia, Paul Krugman, che non è assolutamente un pazzo. Ma ne respingono la proposta. Krugman sostiene che non c’è, di necessità, un accoppiamento tra crescita dell’economia e fisicità della crescita. Tim Jackson e Peter A. Victor respingono questa possibilità. E sembrano accusare il premio Nobel di un vecchio difetto dell’economista liberista, secondo il quale la libera crescita dell’economia può contare su due teoremi indimostrati (anzi, decisamente falsi): il principio dell’illimitatezza delle risorse naturale e il principio dell’infinità tecnologica. Detto in altro modo, non bisogna preoccuparsi della finitezza del pianeta e dei capitali naturali anche perché, in caso di bisogno, interviene la tecnologia.

Ma Krugman non dice questo. Il premio Nobel riconosce la finitezza delle risorse del pianeta e anche i limiti di un eccesso di fiducia nello sviluppo tecnologico che spontaneamente e certamente risolve ogni tipo di problema. Egli sostiene, invece, che l’economia può continuare a crescere più o meno senza limiti purché si disaccoppi quasi totalmente dal consumo di ben materiali ed energia rinnovabile e carbon free. E si fondi, in buona sostanza, su una base immateriale: per esempio la conoscenza. Per fare questo occorre studiare. Occorre una ricerca scientifica e uno sviluppo tecnologico tutt’altro che spontaneo, ma finalizzato allo sviluppo sostenibile. Ecologicamente e socialmente sostenibile.

In pratica, per quanto riguarda il clima, significa rispondere anche con la tecnologia alla necessità, inderogabile, di rispettare le indicazioni dell’IPCC e abbattere drasticamente le emissioni di CO2 entro il 2030 per poi arrivare alla neutralità delle emissioni di gas serra entro il 2050.

Questa posizione non è quella liberista di lasciar fare alla mano invisibile del mercato. Al contrario, significa indirizzare fortemente l’economia senza rinunciare all’aumento del benessere dei cittadini del pianeta. È possibile? La domanda è aperta. Ma è una domanda che potremmo porre in maniera diversa, per non cadere in ambiguità: è possibile uno sviluppo (inteso come benessere fisico e psichico) crescente dell’umanità su un pianeta finito?

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  1. Marco Ferrari
    Non è solo lo sviluppo che cresce, è la popolazione. 800 pound gorilla
X