Un Paese dai piedi di argilla

Questo editoriale, scritto per l’edizione cartacea di micron, vuole ricordare la catastrofe che nel 1966 colpì Firenze ed evidenziare, a 50 anni da quell’alluvione, quanto poco sia cambiato in termini di prevenzione in questo paese, dove terremoti e frane provocano tuttora morte e distruzione. Proprio mentre stiamo andando in stampa, infatti, la terra trema ancora nel Centro Italia, sollecitata da una scossa di magnitudo 6,5 con epicentro tra Norcia e Preci che ha finito di sfigurare un territorio già ferito e in parte abbandonato dalla popolazione dopo l’evento sismico del 24 agosto. È l’ennesima catastrofe annunciata che colpisce una delle zone più sismiche d’Italia dove gli abitanti, purtroppo, devono imparare a convivere con i rischi connessi agli eventi naturali.
Micron
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Direttore responsabile rivista micron
Micron
Università degli Studi di Milano

Alle tre del mattino del 4 novembre 1966 un’onda di piena di particolare violenza si abbatté su Firenze. Sulla pianura che collega il capoluogo a Pisa si riversò così, improvvisamente, la straordinaria massa d’acqua accumulatasi nelle dighe dopo un giorno di piogge torrenziali che aveva flagellato l’intero bacino dell’Arno. I dati pluviometrici quantizzarono in 210 millimetri la media dell’acqua caduta nell’arco di 24 ore. Firenze pagò così a caro prezzo i capricci di un fiume che già nella sua storia millenaria aveva dato più volte prova di insofferenza e instabilità. Ad aggiungersi ai capricci dell’Arno questa volta però avevano contribuito, oltre alla straordinarietà dell’evento, il disboscamento delle pendici sovrastanti il bacino fluviale, l’escavazione dell’alveo, la cementificazione delle aree golenali.
Quando le acque si ritirarono, a Firenze si potevano contare, 17 morti e la perdita di alcune opere d’arte di inestimabile valore. Le immagini trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo mostravano un fiume di acqua e fango che inondava Piazza del Duomo, Santa Croce, la Biblioteca nazionale, e sfregiava per sempre il Crocifisso di Cimabue.
Quelle riprese contribuirono a formare una catena di solidarietà che avrebbe permesso a Firenze di salvare un pezzo importante di patrimonio dell’umanità. Per molti, quei giorni rappresentarono i prodromi del ’68 e protagonisti furono quei giovani provenienti da tutto il mondo che la fortunata definizione del giornalista fiorentino Giovanni Grazzini avrebbe per sempre immortalato come “Angeli del fango”.
Ma ciò che più caratterizzò quello sforzo collettivo fu la consapevolezza che il pianeta poteva essere una casa comune da conservare e difendere, e la natura non solo una risorsa da sfruttare, ma anche un limite alle nostre ambizioni. La partecipazione civica e la risonanza che la sciagura ebbe sulla stampa nazionale ed estera fecero presagire, per il nostro Paese, la speranza di un futuro migliore non più funestato dalle grandi catastrofi come l’alluvione del Polesine nel 1951 o il Vajont nel 1963. I più ottimisti sperarono perfino che l’emozione suscitata dalla tragedia consumata sull’Arno riuscisse a farci superare definitivamente le contraddizioni che avevano determinato le ragioni di una crescita senza sviluppo. In realtà questo sogno di un Paese “normale”, dove la vita delle persone vale più di una schiera di villette, si è arenato troppo presto. L’Italia ha continuato a crescere in maniera disordinata, ricercando nelle sue città, costruite ma non pensate, e nello sfruttamento indiscriminato dell’ambiente, le ragioni di un malinteso senso del progresso.
Così, in un breve lasso di tempo, anche l’alluvione di Firenze fu archiviato come uno dei tanti episodi da attribuire all’inclemenza della natura.
E per capire quanto poco ci fosse servita quella lezione, basta sfogliare il cahier de doléance dell’ultimo mezzo secolo, sul quale si dispiegano una sequenza interminabile di catastrofi che ostinatamente continuiamo a definire “naturali” ma che di naturale, a parte l’evento scatenante, hanno veramente poco. Nel 1968, infatti, la terra trema nel Belice e i morti sono 360, poi è la volta del Friuli nel 1976 a dover fare i conti con un terremoto che produrrà 990 vittime, mentre nel 1980 sono quasi 3000 i decessi provocati dal sisma in Irpinia e Basilicata. A queste sciagure si devono aggiungere gli eventi sismici che hanno colpito l’Umbria nel 1997 e L’Aquila nel 2009.
Molti di questi episodi trovano nell’incuria dell’uomo le cause principali dei lutti e delle distruzioni. Tra le righe di queste pagine poco gloriose della storia patria c’è di tutto: dal cattivo uso del territorio, alla mancanza di una protezione sismica adeguata. Solo due mesi fa è stata l’area compresa tra Marche, Umbria e Lazio a subire le conseguenze di un nuovo evento sismico che si è rivelato devastante per le città di Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto. Con questo ultimo disastro le vittime provocate dai terremoti che si sono succeduti negli ultimi cinquanta anni sono oltre 5000. Morti spesso annunciate. Alla fine degli anni ’90, infatti, il sismologo Enzo Boschi e il giornalista Fanco Bordieri, nel libro Terremoti d’Italia, scrivono: «….negli ultimi 2500 anni ci sono stati in Italia almeno 560 terremoti forti, fortissimi e catastrofici, cioè dall’ottavo all’undicesimo grado: in media uno ogni quattro anni e mezzo. Sono quelli di cui si hanno notizie precise al punto di poter stabilire per ognuno con sufficiente esattezza latitudine e longitudine dell’epicentro, l’anno in cui si è verificato e l’intensità».
Se consideriamo che sono passati 20 anni da quella pubblicazione, si può vedere che dal punto di vista della prevenzione il nostro Paese è rimasto fermo al palo. Nei giorni del terremoto avvenuto in centro Italia Yoshiteru Murosaki, docente all’Università di Kobe e direttore dell’Istituto per la prevenzione dei disastri, intervistato da Il Corriere della Sera, sottolineava che con eventi di magnitudo 6.0 in Giappone non si verificano danni così rilevanti come in questo caso e che comunque, quando avvengono, sono da attribuirsi alla mancanza o al cattivo adeguamento di strutture antisismiche nelle costruzioni. Ma la nostra penisola ha una sua complessità perché non è solo soggetta a eventi sismici – che hanno delle ragioni peculiari, essendo il nostro Paese geologicamente giovane e posizionato in una zona di grande instabilità tettonica – ma è anche a afflitta da un alto rischio idrogeologico.
Questi dati sono evidenziati dal rapporto di Legambiente Ecosistema rischio 2016 che quantifica in 7 milioni i cittadini che vivono in zone esposte a pericoli di frane e alluvioni e in 31% la percentuale di comuni in cui interi quartieri sono costruiti su zone a rischio. Nell’ultimo studio pubblicato nel 2014 dal Centro Euro-Mediterraneo di Documentazione e dall’Ingv (Istituto nazionale di geo sica e vulcanologia), inoltre, si afferma che in Italia alluvioni e frane, con 4103 vittime calcolate negli anni compresi tra il 1950 e il 2008, rappresentano la seconda causa di morte dopo i terremoti. Ciò che emerge dalle conclusioni evidenzia anche che questa pletora di sciagure sono spesso da attribuirsi alle attività umane (infrastrutture, abitazioni, cementificazione, abusivismo edilizio) che modificano il territorio aumentando l’instabilità del suolo. Ma, nonostante geologi e ingegneri da anni predichino sulla necessità di mettere in sicurezza il territorio, nell’ultimo decennio, nel 10% dei comuni monitorati da Legambiente, sono stati realizzati edifici in aree a rischio. Ciò dimostra che, nonostante alcuni sforzi, quanto fatto dalla politica è ancora troppo poco.
Purtroppo, chi governa lavora per lo più avendo come scorcio temporale la scadenza delle successive elezioni e, di conseguenza, le strategie sono ispirate all’obiettivo di ottenere un consenso facile su interventi ben visibili e apprezzabili nei tempi brevi.
Gli interventi di prevenzione sono invece poco visibili e, quindi, non pagano immediatamente in termini elettorali. L’architetto e senatore a vita Renzo Piano, interpellato dal premier riguardo alla ricostruzione dei paesi distrutti dall’ultimo evento sismico, a questo proposito è stato molto chiaro: è necessario elaborare progetti di ampio respiro, caratterizzati da una assidua continuità, che devono avere la durata di almeno due generazioni per poter mette- re in sicurezza l’Italia. Non c’è più spazio per quegli interventi limitati nello spazio e nel tempo e realizzati sull’onda delle emozioni.
C’è da augurarsi che a tale autorevole indicazione questa volta segua un programma completo e l’avvio della relativa realizzazione. Ma questa nazione, che a volte stupisce per la sua generosità, troppo spesso sconcerta per l’incapacità di trasformare l’indignazione e la commozione in azioni concrete. E così ci rimarrà il dubbio che il prezzo enorme pagato in vite umane, in attività economiche e sociali distrutte, in territori devastati, in paesaggi e beni culturali e storici rasi al suolo, in perdita d’identità delle popolazioni e dei luoghi non riesca, ancora una volta, a costituire un deterrente capace di provocare un’inversione di rotta.
Anche l’Europa, comunque, se vuole acquistare un reale ruolo sociale e politico e riconquistare i consensi persi, dovrebbe assumere maggiori poteri e giocare un ruolo più importante nel campo della sicurezza sismica, così come lo ha giocato in altri settori della tutela dell’ambiente e della sicurezza alimentare, indirizzando e sostenendo i Paesi membri nella messa a punto di politiche più rigorose. Se alle future generazioni non possiamo lasciare un Paese più ricco, almeno lasciamogliene uno più sicuro.

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