Uragani lenti…

Una recente ricerca pubblicata su Nature rivela come, negli ultimi decenni, gli uragani e i tifoni che si verificano ai tropici abbiano rallentato i loro spostamenti. Cioè vadano più lenti, con conseguenze spesso ancora più devastanti. Un fenomeno le cui cause sono ancora da chiarire.
Pietro Greco, 20 Giugno 2018
Micron
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Giornalista e scrittore

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Forse è sbagliato definirli “uragani lenti”, perché sarebbe un ossimoro. Infatti anche quelli della scala 1, i meno devastanti, sono per definizione eventi meteorologici in cui i venti spirano a oltre 115 Km/h. Mentre quelli della scala 5, la massima, hanno venti che soffiano a oltre 250 Km/h. Ma un uragano può avere venti fortissimi anche spostandosi a bassa velocità.
Solo gli esperti di clima, probabilmente, ricordano che nel 1980 il ciclone Hyacinthe stazionò così a lungo tra il Madagascar e Mauritius, da riuscire a passare per ben tre volte sulla povera isola di Réunion. Molti invece, soprattutto in Asia orientale, ricordano che nel 2009 il tifone Morakot1 stazionò a lungo e devastò Taiwan spostandosi a passo d’uomo: 5 chilometri, in media, l’ora. Moltissimi in Texas e Louisiana ricordano il lentissimo uragano Harvey che meno di un anno fa, nel mese di agosto, stazionò per un’intera settimana dalle loro parti, causando 83 vittime e danni calcolati in 70 miliardi di dollari a causa, soprattutto, della pioggia torrenziale che raggiunse la dimensione di 1.318 millimetri in meno di quattro giorni. Il “lento” Harvey è stato il peggiore uragano che dal 2005 e dall’uragano Wilma ha colpito il Texas e la Louisiana.
Ebbene, una recente ricerca pubblicata sulla rivista Nature da James Kossin, un climatologo del Cooperative Institute for Meteorological Satellite Studies che la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti ha a Madison, nel Wisconsin, segnala che negli ultimi 48 anni – e, più precisamente, tra il 1949 e il 2016 – gli uragani e i tifoni che si verificano ai tropici hanno rallentato i loro spostamenti. In ogni parte del mondo. A scala planetaria, infatti, da una velocità media di spostamento di 19 km/h registrata nel 1949 sono passati a una velocità media di 17 Km/h, con una riduzione del 10%.
Non è molto, si potrebbe dire.
Ma i meteorologi sanno che a una tale riduzione di velocità corrisponde un aumento del 10% della pioggia che cade per unità di superficie. Gli “uragani lenti” non sono affatto più buoni di quelli “veloci”. Al contrario, con le maggiori piogge causano più facilmente inondazioni e dissesti idrogeologici.
La diminuzione di velocità si è verificata in tutto il mondo, anche se con ampiezze diverse. Nell’Atlantico del Nord, per esempio, la velocità di migrazione è diminuita del 20%. Così anche in Australia e dintorni. Nel Pacifico nord-occidentale il rallentamento è stato, addirittura, del 30%.
Non conosciamo le cause di questo rallentamento diversificato, ma generale. Alcuni esperti sostengono che potrebbe essere solo apparente: a causa delle diverse tecniche di misurazione utilizzate in questo percorso lungo quasi settant’anni. Ma l’autore dello studio sostiene che quello della misurazione della velocità di spostamento di un uragano è un parametro tra i meno dipendenti dalla tecnica con cui si misura. Per lui i dati sono affidabili. Altri accettano questi risultati e ne fanno dipendere le cause dal cambiamento del clima globale.
D’altra parte alcuni modelli prevedono proprio che un aumento di 1 °C della temperatura media alla superficie della Terra comporti un incremento delle piogge del 10%. Il guaio è che non solo non ci sono prove dirette della correlazione tra cambiamenti climatici e rallentamento degli uragani, ma anche che il fenomeno non si presenta in nessuno dei modelli generali di circolazione del clima. In altri termini, è un fenomeno nuovo e non previsto.
Un fenomeno che, tuttavia, ci offre alcune opportunità di riflessione e, anche, di azioni pratiche. In primo luogo il fenomeno del rallentamento della velocità con cui si spostano gli uragani si sovrappone a quello dell’aumento dei fenomeni meteorologici. Ed entrambi portano a una conclusione: un netto aumento delle piogge e, in particolare, di quelle abbondanti in molte parti del mondo. Con la conseguenza di un incremento del rischio idrogeologico. Ne consegue che dovremmo aumentare gli investimenti per controllare questo rischio.
Anche qui in Italia, dove si propone con grande frequenza e danni crescenti. Lo diciamo da decenni, ma poco abbiamo fatto. È bene avere presente che questa negligenza ci costerà (ci sta già costando) moltissimo in termini sia di vite umane sia di danni materiali.
Un secondo tipo di riflessione riguarda il fatto che questo rallentamento non è previsto dai modelli di circolazione del clima e in ogni altra teoria meteorologica. Delle due l’una, dunque: o il rallentamento è legato al climate change e, dunque, i nostri modelli di simulazione del clima sono incompleti e, per quanto cerchiamo di stringere le loro maglie, molte cose ancora ci sfuggono; o non è legato ai cambiamenti del clima e, allora, dobbiamo scoprirne le cause profonde.

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