‘Almost nothing’. Un esperimento ben riuscito

Micron
C’è un posto sulla Terra dove le persone superano i concetti di nazionalità e religione per lavorare fianco a fianco dentro giganteschi laboratori sotterranei. Qui migliaia di ricercatori si interrogano sulla natura fondamentale dell’Universo, bevono insieme una tazza di caffè e a fine giornata ballano il tango o vanno a lezione di arti marziali. Ce lo racconta il film ‘Almost nothing’ del collettivo di artisti ZimmerFrei, che ha documentato in modo originale ed efficace la vita quotidiana al CERN.
Sara Mohammad, 30 Novembre 2018
Titolo

Almost nothing – CERN experimental city

Regista

Collettivo artisti ZimmerFrei

Anno pubblicazione

2018

Info

Durata 1 ora 17 min

 

Micron
Comunicazione della scienza e neuroscienze

C’è un posto sulla Terra dove le persone superano i concetti di nazionalità e religione per lavorare fianco a fianco dentro giganteschi laboratori sotterranei. Qui migliaia di ricercatori si interrogano sulla natura fondamentale dell’Universo, bevono insieme una tazza di caffè e a fine giornata ballano il tango o vanno a lezione di arti marziali. Di cosa stiamo parlando?
Almost nothing – CERN experimental city, nelle sale dal 18 al 21 novembre, è l’ultimo film girato fra le mura del più grande laboratorio mondiale di fisica delle particelle. Gli artisti del collettivo ZimmerFrei, che lo hanno realizzato, hanno seguito con le telecamere gli scienziati del CERN (Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire), osservandoli come si farebbe con un gigantesco organismo vivente. Il risultato? Un documentario di settantaquattro minuti che racconta in modo originale ed efficace la vita quotidiana della comunità più famosa di fisici delle particelle, in un luogo speciale al confine tra Francia e Svizzera, dove l’esistenza di ogni scienziato si lega indissolubilmente alla ricerca dell’ignoto.
Per chi non è mai stato al CERN, questo documentario è l’occasione da cogliere al volo per accompagnare fisici, tecnici e ingegneri, che lì lavorano, nel loro coloratissimo e vasto laboratorio sotterraneo. “Siamo andati al CERN”, ha spiegato a Emilia Romagna Creativa la regista Anna De Manincor, “con l’idea di fare un ritratto di una cittadella industriale a due livelli”. De Manincor e gli altri artisti del collettivo bolognese raccontano cosa succede in superficie, nella parte visibile della cittadella, e cento metri più sotto. Intervistano una dozzina di scienziati in mezzo a pile di scartoffie, circondati dagli schermi luminosi dei computer o in compagnia dei loro colleghi. Li riprendono mentre dialogano compostamente sui progressi delle loro ricerche, mentre pranzano in un’affollata sala caffé e mentre assistono entusiasti a una reunion della band musicale pop-parodisitica Les Horribles Cernettes (la prima girl band a finire sul web). Poi, salgono sull’ascensore e si dirigono un centinaio di metri sotto la superficie, per riprendere l’altra metà della cittadella. In buona parte del documentario seguiamo i ricercatori fra i magneti superconduttori e i rilevatori di particelle del Large Hadron Collider, il tunnel lungo 27 chilometri dove si scontrano fasci di particelle ad altissima energia.
Ascoltando le parole dei ricercatori, i registi hanno avuto la sensazione che la comunità del CERN fosse essa stessa un esperimento, umano e sociale, ben riuscito. Il CERN è effettivamente uno dei rari posti al mondo dove persone provenienti da Paesi diversi parlano senza difficoltà la stessa lingua, riaffermando in continuazione un modello di integrazione e di collaborazione che non assomiglia affatto alla società che conosciamo. Questo straordinario successo di cooperazione internazionale, nato dalle ceneri della seconda guerra mondiale, è condensato nelle riprese girate all’interno della caffetteria, che uno dei ricercatori definisce non a caso “porto franco”. La caffetteria del CERN (fra i luoghi da cui Fabiola Giannotti rimase profondamente affascinata al suo arrivo nel centro di ricerca) è il catalizzatore, il cuore pulsante di questa comunità scientifica. Studenti, ricercatori e vincitori di premi Nobel si ritrovano seduti allo stesso tavolo per scambiare due chiacchiere, superando così gli ostacoli e le barriere sociali che, al di fuori di questa stanza, fanno sentire ancora le loro interferenze. Bere un caffè al CERN può davvero rivelarsi un’occasione unica, come a un certo punto ricorda Markus Nordberg. Attuale direttore della Divisione risorse e sviluppo, Nordberg si rammarica di non aver capito fino in fondo la portata dell’invenzione di Tim Lee, che trent’anni fa, proprio a un tavolino di quella caffetteria, si confidò con lui a proposito di un progetto a cui stava lavorando (un progetto da cui poi ebbe origine il World Wide Web).
Anche se alcune scoperte del CERN, come quella di Tim Lee, hanno rivoluzionato la nostra esistenza, è possibile che ci vorranno intere generazioni di scienziati prima che questo succeda di nuovo. De Manincor è perfettamente consapevole che il soggetto delle ricerche portate avanti al CERN è qualcosa che “nessuno ha il coraggio di dire”. Quello che insieme ai compagni del collettivo è andata a cercare al CERN “è una tensione, una ricerca che non ha fine e un esperimento ambiziosissimo, di portata sovrumana”. Questa sensazione di inafferrabilità della ricerca scientifica, in modo particolare della ricerca a cui lavorano i fisici moderni, si coglie perfettamente osservando i ricercatori del CERN immobili e a occhi chiusi di fronte alla telecamera. È qui che proviamo anche noi la sensazione di muoverci lungo una distesa d’acqua sterminata e oscura, dove le sottili increspature delle onde sono l’unico indizio a nostra disposizione. Per usare le parole di uno dei protagonisti, il CERN in questo senso è il luogo perfetto per sognare il futuro, ma è anche il luogo dove bisogna accettare di vivere nell’ignoranza per trovare le risposte alle domande fondamentali sull’Universo.

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