Cambiamenti Climatici, Resilienza e Futuro Post Carbon. A colloquio con Luca Lombroso

Micron
"Ciao Fossili" è il nuovo libro di Luca Lombroso in cui vengono analizzati i mutamenti climatici in corso e si propongono soluzioni per cambiare la rotta. Una di queste è la definitiva decarbonizzazione della società. Un libro importante che verrà presentato il prossimo 1 ottobre presso lo spazio di Arpa nel corso di "Fa’ la cosa giusta Umbria".
Salvatore Marazzita, 15 Ottobre 2016
Titolo

Ciao fossili. Cambiamenti Climatici, Resilienza e Futuro Post Carbon

Autore

Luca Lombroso

Anno pubblicazione

2016

Editore

Edizioni Artestampa

Info

pp. 256; euro 17,00

Micron
Filosofia della Scienza

Il tema del cambiamento climatico è affrontato proponendo due vie: la resilienza e la decarbonizzazione per un futuro energetico nuovo e pulito. In ecologia e biologia, la resilienza è la capacità di ripararsi da sé dopo aver subito un danno. Anche una comunità o un sistema ecologico possono ritornare allo stato iniziale, dopo essere stati sottoposti ad un cambiamento che li ha modificati. Se alcuni esseri viventi sono in grado di ripararsi da soli, l’ambiente è stato talmente modificato che non riesce a recuperare lo stato naturale, non riesce più ad autoregolarsi. Dobbiamo essere noi, con la nostra tecnologia e soprattutto attraverso un cambiamento nello stile di vita a recuperare ciò che abbiamo cominciato a distruggere, avviandoci ad un processo di decarbonizzazione, ovvero vivere senza l’ausilio, diretto o indiretto, del carbon fossile.
Due novità hanno ispirato Luca Lombroso nella stesura di questo libro: l’attenta lettura dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e i risultati della COP21 di Parigi. Due eventi che sembrerebbero distanti ma che l’autore comprende invece essere vicini. L’enciclica sembra scritta da uno scienziato, afferma. Il cambiamento del clima e le sue conseguenze sono ormai realtà e bisogna prenderne atto.
La posta in gioco non riguarda infatti solo la scienza, che fornisce dati e spiegazioni e lavora ai possibili rimedi, ma tutti gli esseri umani, tutte le specie e il futuro stesso del nostro pianeta. Non si tratta di essere catastrofisti: secondo la NASA, infatti, il 97% degli scienziati ammette senza dubbi che il riscaldamento globale ha cause di natura antropogenica, cioè derivate dalle azioni dell’uomo sull’ambiente. I dubbi sulla responsabilità umana sono quasi del tutto diradati, anche se una frangia di opinione pubblica è convinta del fatto che il clima stia cambiando semplicemente come è sempre cambiato. È quella parte che si disinteressa al problema che bisogna sensibilizzare.
Non solo una questione di scienza dunque, ma di Etica. Ecco perché l’autore arricchisce i dati scientifici con delle citazioni a riguardo tratte dall’Enciclica di Papa Francesco, acuendo così l’aspetto emozionale, umano, sociale e religioso, necessario ad una divulgazione del messaggio a 360 gradi. La consapevolezza che accompagna Lombroso è che i cambiamenti climatici non sono solo una sfida scientifica ma una sfida che si gioca sul piano etico. Sul piano cioè della responsabilità di coloro i quali abitano la terra: tutti noi. Per questo motivo il messaggio di Papa Francesco risulta essere un potente mezzo di diffusione di quello che ormai è realtà: il clima sta cambiando e i responsabili siamo noi.
Sui temi trattati in questo libro, che mette a disposizione un vero e proprio glossario per convivere con resilienza, abbiamo intervistato l’autore, che il prossimo 1 ottobre incontrerà i lettori presso lo spazio di Arpa Umbria a Fa’ la cosa giusta Umbria.

Il modello di resilienza che lei propone si basa sulla presa di coscienza di quante più persone possibile, con la disponibilità di attuare il cambiamento, quindi “dal basso”. Che peso hanno invece le scelte politiche nel campo della sostenibilità e, nel futuro, della resilienza?
Diciamo che, se dovessi dividere i pesi percentuali dei diversi livelli di azione, darei un 20% alle azioni individuali e un 30% alle scelte politiche globali. Il resto delle responsabilità e delle conseguenti azioni dipende dal cosiddetto livello subnazionale, che include tutto e tutti, regioni, città, enti locali ma anche imprese e aziende incluse quelle piccole e fino alle multinazionali e soprattutto le comunità locali resilienti. Di per sé potrebbero apparire, a prima vista, marginali, ma è da qui che si può raggiungere la massa critica necessaria al cambiamento o, quanto meno, una comunità che si rende resiliente potrà affrontare in modo migliore i problemi e gli shock che verranno in futuro dalla crisi climatica e da quella, ultimamente un po’ dimenticata ma sempre in agguato, energetica. Sono poi queste, in fondo, che causano più o meno direttamente la crisi economica ma anche quella alimentare, idrica, e soprattutto sociale che affligge i nostri tempi.

In un passaggio lamenta il fatto che, ad esempio, il superamento della soglia delle 400 ppm di CO2 non ha avuto affatto ripercussione nei media tradizionali. Secondo lei perché non si parla di riscaldamento globale?
Probabilmente perché, da un lato, non è percepita ancora bene la gravità di quanto l’uomo ha alterato la composizione chimica dell’atmosfera causando i cambiamenti climatici che già oggi sono in corso, dall’altro perché questa è una scomoda verità che mette in discussione i fondamenti della società consumistica ed estrattiva, il consumo indiscriminato di risorse energetiche a anche di minerali nonché l’uso dell’energia facile da fonti fossili, che però ha anche un prezzo salato che già ora stiamo pagando.

Siamo sommersi di notizie sulle allerta meteo, che spesso risultano allarmistiche o generano sfiducia nell’utente. Quanto è importante una buona informazione sui temi del cambiamento climatico e come si raggiunge, oltre ai media tradizionali?
Il discorso delle allerta meteo è lungo e complesso. Da un lato stiamo vivendo una “nuova normalità” in cui gli eventi estremi non sono più l’eccezione ma la norma, per cui quasi a ogni perturbazione qualche zona di Italia si trova a rischio di fenomeno dannosi.
D’altronde, il sistema della meteorologia italiana richiederebbe una maggior organizzazione e soprattutto una agenzia unica nazionale, uniformando i formati, i livelli, perfino le scale di colori corrispondenti ai vari tipi di allerta, nonché le grafiche e i linguaggi, fino ai siti internet. L’utente si trova disorientato se pensiamo che perfino fra regioni confinanti cambiano codici e tipologie di allerta e di diffusione al pubblico.
A questo si aggiunge la necessità di dare una buona educazione e consapevolezza alla popolazione di cosa è, cosa implica, come si interpreta un’allerta meteo e, soprattutto, sul “cosa fare in caso di”. Perché, alla fine, il primo che può tutelarci siamo noi stessi e chi ci sta attorno. E torniamo quindi così al discorso della resilienza e delle comunità, che devono conoscere il proprio territorio, i rischi meteo (ma anche sismici, vulcanici, industriali, etc.) della propria zona, cosa fare, come comportarsi.

In un passaggio definisce l’incontro, avvenuto in Umbria nel contesto di “Fa’ la cosa giusta”, con i Pellegrini del Clima uno tra i più interessanti del suo viaggio verso la COP21 di Parigi. Come mai?
Lo spirito del pellegrinaggio, una terra, una famiglia, mi ha dato, diciamo così, un segno di speranza. Ho atteso Yeb Sano e Nadia Gonella a Modena, gli sono andato incontro, li ho poi accompagnati in città e quindi fino a Reggio Emilia, avrei voluto da qui unirmi a loro ma impegni di vita e di lavoro me l’hanno impedito. Vedere però persone così motivate ha dato, appunto, un segno di speranza.

L’appello di Papa Francesco è potentissimo e denota che il problema è anche etico e morale, oltre che scientifico. Quanto è stato importante il ruolo del Papa in questi mesi sul clima? Come mai solo lui e Obama si sono spinti così tanto?
In realtà, forse su input di Papa Francesco ma anche di altre religioni e filosofie di pensiero, ormai tutti i Paesi e tutti i leader del mondo sono consapevoli della gravità della situazione climatica, ma restano ancora insufficienti le azioni. Parigi ne è un esempio: la politica è arrivata tardi e in modo insufficiente. Un passo importante. Ma che da solo non basta.

Nell’introduzione accenna a un futuro tecnologicamente avanzato ma che sappia essere resiliente. Entro quando, secondo lei, avremo un futuro a base di “internet e galline”? È un modello applicabile alle nostre città?
Per certi versi “internet e galline” e già qui. Questo slogan sta avendo un successo inaspettato, colpisce perché indica che non auspico, nessuno auspica, un ritorno al passato, che alcune conquiste di oggi vanno mantenute ad ogni costo, ma che vanno unite a cose semplice, alla saggezza del passato, senza per questo rinunciare alle comodità di oggi.
La tecnologia aiuta ma da sola non basta, abbiamo bisogno di energia rinnovabile, ma anche di rinnovare il nostro stile di vita e il modello di sviluppo.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X