Cambiare tutto per salvare la Terra

Micron
L'ultimo libro di Naomi Klein è un saggio intrinsecamente politico che ha la capacità di unire le diverse crisi del nostro tempo e di tenere in considerazione l’intera scala delle sfide che stiamo affrontando, offrendo un punto di vista certamente radicale, ma proprio per questo capace di portare alla luce le molte contraddizioni della nostra società.
Stefano Porciello, 08 Dicembre 2019
Titolo

Il mondo in fiamme

Autore

Naomi Klein

Anno di pubblicazione

2019

Editore

Feltrinelli

Info

pp. 288, €18.00

Micron
Relazioni internazionali e Studi europei

Settimo libro della famosa, pluripremiata giornalista canadese Naomi Klein, Il mondo in fiamme è un saggio intrinsecamente politico. Partigiano, quasi. E nonostante questo (o forse proprio per questo) risulta una lettura davvero stimolante, un libro che tutti noi – sommersi dagli allarmi, ma disorientati nell’agire; intrappolati in un dibattito politico sulla lotta al climate change che ha il sapore di una sfida che sembra quasi persa – dovremmo leggere. Non per avere un po’ di conforto (c’è davvero poco di cui confortarsi), ma per poter inserire il nostro pensiero – e, se vogliamo, l’azione – in un panorama ricco di spunti, in un “paradigma” che mette in relazione crisi climatica e politica, migrazioni e guerre, diritti universali e lotte locali. Per confrontarci con idee talvolta radicali, che magari non condividiamo o condividiamo in parte, ma che nella loro schiettezza hanno l’enorme merito di darci dei punti di riferimento attraverso cui orientarci. Per poter capire davvero cosa riteniamo giusto e cosa rifiutiamo, qual è la nostra posizione: in altre parole, cosa pensiamo sulle cause del cambiamento climatico e sulla strategia migliore per affrontarlo. Esercizio che, di conseguenza, ci obbliga a fare il punto su come giudichiamo il mondo in cui viviamo.

La scelta dell’autrice di riunire in un solo volume dieci anni di scritti, reportage, discorsi e riflessioni, se da un lato ci porta a ripercorrere un decennio di lotta ambientalista, di disastri naturali e storia politica in cui troppo poco è stato fatto per cambiare strada, dall’altro potrebbe far pensare a una fortunata operazione commerciale (e divulgativa) per cavalcare il tema del momento. Ma sarebbe misero pensare Il mondo in fiamme come una pubblicazione che mira al mero successo in libreria: il suo valore nello stimolare il lettore a un serio dibattito politico è – a mio parere – fuori discussione.

Il volume (che in inglese è titolato “On Fire. The (Burning) Case for a Green New Deal”) non è solo un appoggio autorevole al progetto di transizione verso un modello economico verde e socialmente inclusivo che Alexandria Ocasio-Cortez e il senatore Ed Markey stanno cercando di far sostenere dalla politica americana e che sta influenzando governi, personalità e cittadini in mezzo mondo. È e vuole essere anche un contributo per indagare e discutere la storia recente e la prospettiva di un dibattito globale per rendere le nostre società e le nostre economie ecologicamente sostenibili. Con ben chiaro in mente l’obiettivo: saper sognare e realizzare un mondo che non emetta più carbonio, che non si basi sull’uso dei combustibili fossili e in cui sapremo prenderci cura sia dell’ambiente che delle persone – qualunque sia la loro origine e ovunque si trovino.

Prendendoci un po’ di libertà nel semplificare, potremmo dire che il nocciolo della questione è questo: il capitalismo così come lo conosciamo, sostiene Naomi Klein, è intrinsecamente incapace di risolvere il problema del cambiamento climatico. È la sua stessa radice, la sua stessa essenza basata sullo sfruttamento delle risorse naturali e delle persone a vantaggio del profitto, nonché sull’idea che possiamo controllare la natura, a renderlo inadeguato a risolvere la crisi.

Per affrontare seriamente il climate change dovremmo cambiare tutto, dice Klein: tagliare le emissioni di CO2, rispettare i diritti dei lavoratori e degli indigeni, rafforzare il welfare, creare nuovi posti di lavoro verdi, trasformare radicalmente i trasporti e la produzione di beni e servizi, difendere i diritti umani a livello locale e su scala planetaria… in altre parole, fare una rivoluzione. Non a piccoli passi, affrontando i problemi uno alla volta, ma trasformando l’azione dei molti gruppi di attivisti in una valanga coordinata che investa su tutti i fronti ciò che non funziona nella nostra società. Sapendo costruire, nel frattempo, un mondo che non faccia paura e che funzioni: in cui ci sia lavoro e speranza, e dove i diritti delle persone siano rispettati.

Tutte le crisi dei nostri tempi, dice Naomi Klein, sono interconnesse: qualsiasi soluzione parziale non sarebbe abbastanza convincente e, di conseguenza, non può vincere da sola. Non sarà dio e non sarà la mano invisibile del mercato a risolvere i nostri problemi: siamo noi a doverci coordinare per spingere i governi all’azione. Anche perché, secondo la Klein, è inutile pensare di cambiare il mondo da soli, con piccole scelte politiche o di consumo individuali, a livello di singoli atomi. Senza coordinamento, senza la massa critica dello stato e di intere società mobilitate per un fine comune, non potremo farcela.

E la grandezza del piano per un Green New Deal risiede proprio in questa sua capacità di affrontare i problemi che affliggono la nostra società in modo integrato, tenendo insieme lotte che sembrano diverse, ma che per l’autrice sono sostanzialmente interconnesse. Tra le cause della crisi è tanto chiaro l’intreccio tra cambiamento climatico e modello socioeconomico neoliberista, sostiene Klein in un capitolo datato 2011, che «Non è l’opposizione ai fatti scientifici del cambiamento climatico a spingere i negazionisti quanto l’opposizione alle implicazioni concrete di questi fatti». Come l’implicita necessità di discutere di redistribuzione della ricchezza, o di capovolgimento del paradigma economico neoliberale. Ecco: quando parliamo di Green New Deal stiamo parlando di un ribaltamento di prospettiva, che chiede uno sforzo che forse è senza precedenti su svariati fronti e che non può prescindere da un massiccio intervento dello stato in economia. Oggi, proprio questo progetto ha l’ambizione e il potenziale per affrontare finalmente su larga scala non solo il cambiamento climatico, ma anche i problemi legati alla giustizia sociale e al lavoro, ai diritti delle minoranze, alla povertà.

Il volume della Klein non è però perfetto. Alcune delle previsioni sono date con così tanta sicurezza da risuonare, talvolta, come le parole di un saggio motivazionale. E mentre alcune interpretazioni scricchiolano perché non abbastanza approfondite, il voler tenere insieme una moltitudine di fronti (cambiamento climatico, migrazioni, diritti dei popoli e dei lavoratori, paradigmi sociali ed economici) finisce per non riuscire a dare una spiegazione solida o a considerare con sufficiente serietà alcuni fenomeni di massa, come ad esempio la grande popolarità dell’estrema destra in molti paesi.

Ma nella sua posizione di interprete dei nostri tempi, la voce della Klein riesce a mettere insieme i fatti in una visione coerente del mondo, a dare giudizi taglienti e categorici, ad esporre con coraggio idee radicali rimanendo, comunque, sempre autorevole. Di che si tratta? Di attivismo, di giornalismo, di politica? Nonostante alcuni capitoli, passaggi e riflessioni risultino più deboli di altri, il libro rende – credo – un gran servizio al lettore.

Perché sebbene in questa “visione” il capitalismo odierno e gli interessi delle grandi compagnie dei combustibili fossili siano – in qualche modo – qualcosa da combattere, Naomi Klein ci sfida a riflettere e ci fa porre una sterminata serie di domande a cui non è affatto detto che ciascuno di noi abbia una risposta ferma e sincera. È possibile coniugare lotta al cambiamento climatico con un modello economico consumista consacrato all’idea di una crescita illimitata? Che razza di persone saremo nel bel mezzo della crisi climatica? Cosa vogliamo davvero ottenere da chi ci governa? E se salvezza vuol dire infliggere gravi perdite alle grandi aziende (e, in parte e di conseguenza, alle nostre economie con loro) abbiamo politici in grado di lanciare – e poi vincere – la sfida? Come faremo a garantire un futuro prospero assicurando il cambiamento?

Ecco che allora, nella sua capacità di unire le diverse crisi del nostro tempo e di tenere in considerazione l’intera scala delle sfide che stiamo affrontando, questo libro ci offre un punto di vista certamente radicale, ma proprio per questo capace di portare alla luce le molte contraddizioni della nostra società, della nostra vita di consumatori, dei nostri valori. Ma ci offre, anche, una visione “politica” della lotta al cambiamento climatico e delle sue cause nel significato più alto, stimolante e necessario del termine. Una visione in cui forse nessuno si riconoscerà al cento per cento, ma di cui chiunque può far tesoro; una visione che vuole riuscire a coniugare tanti problemi diversi e che ci dice: se saremo abbastanza bravi da saper immaginare un futuro nuovo, inclusivo e sostenibile, allora potremo anche realizzarlo. A beneficio di tutti.

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