Come ci stiamo mangiando il pianeta

Micron
Un libro d’inchiesta che riguarda il nostro vivere quotidiano e fa luce sugli ingranaggi del complesso meccanismo che regola la quasi totalità del mercato alimentare globale, basato sullo sfruttamento del territorio e dominato da pochissimi colossi orientati a controllare il cibo generando profitti enormi.
Titolo

I signori del cibo. Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta

Autore

Stefano Liberti

Anno pubblicazione

2016

Editore

minimum fax

Info

pp. 327; euro 19,00

Micron
giornalista freelance

Come affermava il filosofo Feuerbach, “noi siamo quello che mangiamo”. È infatti noto come l’alimentazione rappresenti uno dei bisogni primari del ciclo vitale di un essere vivente. Nonostante il cibo risulti essere l’elemento centrale della nostra esistenza, oggi sono realmente poche le persone coscienti di ciò che mangiano ogni giorno. Fino agli anni Ottanta gli alimenti, oltre ad essere fonte di nutrimento, hanno sempre avuto anche una forte valenza culturale, caratterizzando le peculiarità dei diversi popoli e delle diverse nazioni.
Ai nostri giorni questa tendenza sembra essere totalmente capovolta. La globalizzazione infatti, con i suoi numerosi paradigmi dell’industria alimentare, agricola e dell’allevamento intensivo ha reso gli stili alimentari delle popolazioni del mondo molto più omogenei.
Le diverse diete in tutto il mondo sono diventate sempre più diversificate ma con l’inevitabile conseguenza di essere tra loro sempre più simili, fenomeno che ha ineludibilmente veicolato una perdita d’identità gastronomica. Gran parte del settore alimentare è nelle mani di pochi grandi gruppi aziendali che, con il solo obiettivo del lucro, fanno arrivare nelle nostre tavole il cibo, da loro scelto come capitale speculativo di avidi profitti, privando i popoli della loro legittima sovranità alimentare. Questa sorta di “franchising planetario del cibo” disorienta il consumatore che, di fatto, dispone di pochissime informazioni sugli alimenti che porta a tavola.
“I signori del cibo” di Stefano Liberti è un libro d’inchiesta che riguarda il nostro vivere quotidiano e fa luce sui pochi grandi ingranaggi di un complesso meccanismo che regolano la quasi totalità del mercato del cibo. Liberti ricostruisce la filiera alimentare di quattro prodotti centrali nella dieta alimentare di gran parte della popolazione globale: la carne di maiale, la soia, il tonno in scatola e il pomodoro concentrato. Il giornalista indaga questi quattro alimenti attraverso una ricostruzione dei processi che hanno portato il cibo a diventare una mera merce di scambio. Il cibo è diventato un prodotto che viaggia da un angolo all’altro del pianeta seguendo gli imperativi economici di poche grandi multinazionali con un rapporto puramente estrattivo con la terra.
Unico obiettivo: massimizzare i guadagni nel più breve tempo possibile, fino al totale ed inesorabile dissipamento della risorsa.
L’autore le definisce “aziende locusta”, create dall’alleanza tra gruppi alimentari e fondi finanziari. Multinazionali che, dopo la crisi del 2008, hanno cominciato a puntare sulla produzione e sulla commercializzazione dei beni alimentari, spinti da semplici quanto efficaci motivazioni: la crescita della popolazione mondiale accompagnata da un cambiamento importante della dieta in Paesi molto sviluppati e popolati come la Cina, dove ad esempio era ed è in corso un aumento esponenziale del consumo di carne. Tutti questi fattori hanno reso l’investimento nel settore molto appetibile, partendo poi dal presupposto che i terreni su cui produrre alimenti destinati sia all’alimentazione umana che a quella animale non sono infiniti. In questo modo i vari Paesi del mondo, a seconda delle necessità, diventano una grande fabbrica di alimenti che poi verranno trasportati ovunque grazie a un commercio senza barriere.
Quella di Liberti è una ricostruzione durata due anni, che percorre a ritroso i processi della filiera agro-alimentare: dal prodotto finito esposto nei banconi del supermercato agli allevamenti di maiali intensivi in America, poi riprodotti con meticoloso scrupolo in Cina. Dalle sconfinate monoculture di soia in Brasile che stanno distruggendo l’ecosistema, fino alla Puglia, dove gli emigrati Ghanesi raccolgono a nero i pomodori che poi verranno rivenduti come concentrato nel loro stesso Paese, mandando sul lastrico i produttori locali. Dagli oceani saccheggiati dai grandi pescherecci delle “aziende locusta” per garantire scatolette di tonno sempre più economiche, fino ad attraversare il mondo intero quasi a creare un’enorme catena di montaggio globale.
In risposta a quello che sembra essere l’unico modello globalizzante, l’autore vuole presentarci anche molte iniziative a sostegno dei sistemi di cibo locale, dei “David visionari” come li definisce, che si trovano a combattere contro dei grandi Golia semiciechi che cercano di piegare la natura ai loro profitti. Dei combattenti tanto tenaci quanto ancora deboli e disarmati in confronto ai Golia delle multinazionali che sfruttano la terra per incassare dividendi. Ma i modelli di filiera corta che si propongono i paladini della piccola agricoltura sono davvero pronti ad imporsi a livello globale o si tratta di una nicchia per consumatori abbienti con la fortuna di potersi permettere cibi sani e conseguentemente costosi? Liberti con la sua inchiesta non intende fornire al lettore una semplice soluzione al problema, ma bensì contribuire ad accendere un dibattito sulla questione, ad oggi sempre più incalzante.
Secondo le previsioni dell’ONU infatti, nel 2050 la popolazione mondiale ammonterà a 9 miliardi di persone. La produzione intensiva che non tiene conto di costi sociali, ambientali e culturali, non può più essere considerata come l’unico sistema capace di fornire cibo ad una popolazione mondiale in crescita. Quello che l’autore sottolinea è la necessità stringente di cambiare abitudini alimentari ed attuare un modello alternativo di produzione cominciando proprio dalla sensibilizzazione e dall’accrescimento della consapevolezza dei consumatori stessi.

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