Cosa fa la cannabis al cervello

Micron
Secondo appuntamento della nostra rubrica "Cinema e cervello". Nella commedia del regista israeliano Asaph Polonsky, il protagonista maschile Eyal inizia a fumare marijuana per affrontare il dolore che deriva dalla perdita del figlio. Tutto ha inizio quando trova un sacchetto con l’erba che il figlio, gravemente malato di cancro, assumeva per alleviare le sue sofferenze fisiche. Nella realtà, però, le evidenze scientifiche rappresentano una prova contro la credenza diffusa che la cannabis sia una droga leggera completamente priva di effetti sul cervello.
Sara Mohammad, 10 Giugno 2017
Titolo

Una settimana e un giorno

Regista

Albert Hughes

Anno pubblicazione

2016

Info

Durata 1 ora 38 min

Micron
Comunicazione della scienza e neuroscienze

«Potresti darmi almeno un altro po’ di erba? Dovrebbe curare il dolore», chiede Eyal, dopo aver scoperto e fumato l’erba che il figlio, gravemente malato e ormai scomparso da una settimana, assumeva per alleviare la sofferenza fisica del suo cancro. Una settimana e un giorno, del regista israeliano Asaph Polonsky, racconta proprio questo, l’elaborazione del lutto di una coppia di mezza età, Eyal e Vicky Spivak, che si ritrovano nella disgrazia, attesa, ma insopportabile, di continuare a vivere dopo aver seppellito il figlio. Trascorsa la tradizionale settimana di lutto ebraico, Eyal e Vicky affrontano il dolore in modi opposti: lei fa di tutto per tornare al proprio lavoro e al ritmo banale della vita quotidiana, lui si rifugia tra i confini del mondo immaginario che affiora dai fumi della marijuana.
Quando Eyal si accende una canna in compagnia del figlio dei vicini (da solo non riesce nemmeno a “rollare”), non sta semplicemente consumando l’eredità del figlio – forse un modo per sentirlo più vicino – ma sta sperimentando un leggero sballo. L’effetto di euforia provocato dalla marijuana deriva dal suo principio attivo, il tetraidrocannabinolo (tetrahydrocannabinol, o THC), che una volta nel cervello influenza l’azione della dopamina, normalmente coinvolta nel sistema della ricompensa e della gratificazione. Anche se le reazioni alla marijuana sono molto soggettive, si riconducono in generale a processi di eccitazione sensoriale e motoria, che possono indurre talvolta una sensazione di spersonalizzazione e distacco dal mondo (come succede a Eyal e al suo giovane amico).
Il THC fa parte di una classe di sostanze psicoattive più ampia, i cannabinoidi, e attiva le stesse vie neuroanatomiche di una classe di composti chimici prodotti nel cervello, quella degli endocannabinoidi. Le conoscenze sul modo in cui agiscono i cannabinoidi hanno subito un’accelerazione importante quando gli scienziati hanno identificato i recettori con cui interagiscono e, successivamente, quando sono riusciti a isolare i primi endocannabinoidi (l’anandamide e il 2-AG). Senza scendere nei dettagli molecolari, ci interessa sapere che sono molte le condizioni fisiologiche e patologiche in cui si attiva il sistema degli endocannabinoidi: per esempio, è stato dimostrato un aumento dei livelli di queste sostanze nel giro periacqueduttale (una regione del sistema nervoso che controlla la risposta a stimoli dolorosi) dopo un trauma fisico. Gli endocannabinoidi intervengono anche nel controllo dell’appetito, dell’emesi (cioè la tendenza a vomitare) e della spasticità (l’aumento del tono muscolare a riposo, spesso l’indizio di una lesione a carico del sistema neuromotorio). A partire dagli anni Sessanta (in concomitanza con la diffusione del consumo ricreazionale di marijuana tra i giovani di quel periodo), è cresciuto l’interesse scientifico nei confronti dei cannabinoidi e dei loro effetti terapeutici.
Diversi studi hanno esplorato la potenziale efficacia della cannabis in alcune patologie, tra cui l’epilessia, l’insonnia, il glaucoma, la mancanza di appetito e la sindrome di Tourette. Tuttavia, le evidenze scientifiche non sono sempre a favore.
Una review pubblicata sulla rivista JAMA nel 2015 ha esaminato 79 trial clinici randomizzati e ha concluso che esistono prove scientifiche robuste che dimostrano l’efficacia dei cannabinoidi nel trattamento della spasticità e del dolore cronico. Ma nel caso della nausea e del vomito provocati dalla chemioterapia, dei sintomi dell’insonnia e della sindrome di Tourette e dell’aumento di peso nei pazienti con HIV, le evidenze a favore di un reale effetto terapeutico sono più deboli. Questo significa che non si può escludere con assoluta certezza che l’effetto osservato sia dovuto più al caso che all’azione delle sostanze.
Una ricerca che simbolizza in modo esemplare la controversia scientifica sull’azione terapeutica dei cannabinoidi è quella del neurologo statunitense Orrin Devinsky e dei suoi colleghi alla New York University, pubblicata l’anno scorso su The Lancet Neurology.
L’esperimento condotto da Devinsky – lo studio più robusto finora sull’efficacia di un farmaco a base di cannabinoidi nel trattamento delle forme di epilessia resistenti ai farmaci – ha dimostrato che un estratto contenente cannabidiolo (cannabidiol, o CBD) era in grado di ridurre le crisi epilettiche agli stessi livelli di farmaci già in commercio. Benché note da anni, le ipotesi sull’azione terapeutica della marijuana nella cura dell’epilessia non erano state testate dalla comunità medica e scientifica fino a tempi recenti, con la comparsa delle prime campagne di legalizzazione. Il CBD, a differenza del THC; non è nemmeno una sostanza psicoattiva: malgrado ciò, sono stati sollevati alcuni dubbi a proposito della comparsa di effetti avversi(nello studio di Devinsky il 79% dei pazienti ha riportato effetti avversi, sebbene di lieve entità) e della possibilità che l’effetto osservato sia in realtà un effetto placebo (ognuno dei pazienti sapeva di aver assunto CBD).
Proprio a causa della somiglianza dei cannabinoidi contenuti nella cannabis ai cannabinoidi endogeni, la marijuana può avere effetti molto potenti sul cervello. Tuttavia, non è detto che le conseguenze siano sempre positive. La cannabis contiene circa un centinaio di cannabinoidi diversi e, come ha precisato la neurofarmacologa Veronica Campbell, la sfida per i ricercatori sarà capire quali sono quelli che svolgono un’azione protettiva (terapeutica, in senso lato) sui neuroni.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Correlati

    Micron
    Julia Gutweniger, Florian Kofler
    Micron
    Damien Chazelle
    Micron
    Hans Block, Moritz Riesewieck
    X