Di fronte a Gaia

Micron
Sociologo, antropologo e filosofo della scienza, Bruno Latour è una delle figure intellettuali francesi di maggior rilievo internazionale. È conosciuto come uno dei più importanti esponenti della cosiddetta ecologia politica. Si tratta di un corrente di pensiero diffusasi a partire dagli anni Settanta, che insiste sul fatto che l’ecologia diventi politica nel senso che trasformi dalla base il […]
Irene Sartoretti, 18 Agosto 2016
Titolo

Face à Gaïa. Huit conférences sur le nouveau régime climatique

Autore

Bruno Latour

Anno pubblicazione

2015

Editore

La Découverte

Info

pp. 268; euro 14,90

Micron
Architetta e sociologa

Sociologo, antropologo e filosofo della scienza, Bruno Latour è una delle figure intellettuali francesi di maggior rilievo internazionale. È conosciuto come uno dei più importanti esponenti della cosiddetta ecologia politica. Si tratta di un corrente di pensiero diffusasi a partire dagli anni Settanta, che insiste sul fatto che l’ecologia diventi politica nel senso che trasformi dalla base il modello sia economico che sociale attuale, rimettendo a fondo in questione la relazione fra gli esseri umani e l’ambiente. Che cosa questo significhi, Bruno Latour lo spiega bene nel suo ultimo libro: Face à Gaïa. Huit conférences sur le nouveau régime climatique (Di fronte a Gaia. Otto conferenze sul nuovo regime climatico).
Face à Gaia contiene i testi delle sette conferenze tenute dall’autore nel 2013 all’università di Edimburgo, nel quadro delle Gifford Lectures. L’ottavo e ultimo capitolo contiene invece una simulazione fatta in un teatro parigino di come le proposte teoriche avanzate nei precedenti sette capitoli possano tradursi in una negoziazione pratica sul clima. In attesa che le otto conferenze vengano pubblicate in inglese, e forse anche nel nostro Paese, ecco qualche anticipazione.
Al centro del libro c’è la figura di Gaia, metafora che serve all’autore come strumento euristico per superare la dicotomia natura/cultura. È attraverso un’immagine possente, suggestiva e immediata che Latour supera quello che per lui rappresenta un vizio di fondo della nostra società, qualcosa di fortemente radicato nell’immaginario collettivo e nel senso comune. La dicotomia natura/cultura è per Latour un’immagine che non permette di dare ai problemi ecologici la loro giusta urgenza. L’autore dunque mostra in apertura del libro il carattere di costruzione sociale, ovvero ideologico, che possiede l’esistenza delle due categorie di natura e di cultura.
Questo tipo di costruzione ideologica fa sì che tutto ciò che esuli dall’essere umano, considerato al centro della sfera della cultura, abbia il ruolo di sfondo. L’immagine di Gaia permetterebbe invece di rivoluzionare il quadro teorico e il senso comune. Non c’è più una figura principale, quella dell’essere umano, che si staglia su uno sfondo. Uno sfondo che in quanto tale può essere manipolato. Per Latour – che è uno dei primi e principali sostenitori della teoria dell’attore-rete – c’è invece un insieme complesso di attori (umani e non, viventi e non) che interagiscono fra di loro secondo reti e connessioni fatte di azioni e reazioni.
Questa prospettiva relazionale permette di rendere più complesso l’evoluzionismo darwiniano. La teoria classica dell’evoluzione, radicata anch’essa nell’immaginario collettivo, ha inteso la “natura” come un quadro stabile che funziona secondo le proprie leggi e al quale gli esseri viventi si adattano. Per Latour se è vero che gli essere viventi si adattano al loro ambiente, è anche vero che questo funziona secondo sistemi complessi di azioni e reazioni. Queste fanno sì che nulla sia fisso e che nulla si trovi sullo sfondo, ma che ogni cosa, animata e inanimata, abbia il carattere di attore e, soprattutto, che ogni attore non possa essere ridotto semplicemente alla parte di un tutto. Secondo il filosofo della scienza, se si affermasse a tutti i livelli sociali questa prospettiva relazionale, se cioè questa permeasse il senso comune, avrebbe un’incidenza stretta sia sull’agenda politica sia per quanto riguarda i comportamenti quotidiani delle persone.
Oltre alla dicotomia natura/cultura, Latour nel libro mette in questione anche l’opposizione scienza/politica. L’epistemologia moderna si fonda per l’appunto sulla separazione fra fatti naturali e valori culturali. Questa separazione ha come corollario la separazione fra scienza e politica, fra descrizione e azione. Fatti naturali, scienza e descrizione sono in definitiva dicotomici rispetto a valori culturali, politica e azione, dove questi ultimi sono considerati afferenti alla sfera dell’opinione. Tuttavia se la descrizione è oggettiva (e per Latour è oggettiva quando non viene falsificata dalle varie obiezioni che le vengono sollevate contro) allora non può più esimersi dall’implicare un’azione in questo momento storico di estrema urgenza per quanto riguarda le questioni ecologiche. Detto in altri termini, implica che l’opinione pubblica venga messa chiaramente di fronte alle implicazioni politiche di una certa descrizione della realtà e, dunque, a una scelta. “Say something, if you see something”, scrive nel secondo capitolo del libro il sociologo francese, citando un articolo del New York Times. E l’idea che l’oggettività non sia indipendente dall’opinione politica è fra l’altro già sostenuta dall’autore in un suo precedente libro del 1998, uscito in italiano per il Mulino col titolo La scienza in azione.
Tuttavia, quando la “scienza entra in azione” la dicotomia operata dall’epistemologia classica fra scienza e politica finisce secondo Latour per avvantaggiare nel dibattito pubblico sulle questioni ecologiche ciò che non è supportato scientificamente. E questo affinché, prosegue l’autore, quelle verità che disturbano possano essere allontanate. Entrando nel dominio della politica e dunque dell’opinione, la verità scientifica, che è difficile di per sé da comunicare, viene messa in questione non da obiezioni serie, ma da obiezioni vincenti sotto il punto di vista comunicativo. Latour cita in proposito il caso del climatologo Michael Mann che si è rifiutato di partecipare a dibattiti televisivi con quanti negano che l’azione umana abbia importanti ripercussioni sul clima.
All’interno del dibattito massmediatico basta controbattere in modo vincente da un punto di vista comunicativo che “non è vero” a una verità scientifica che, al contrario, fatica a essere comunicata. (E se ci riferiamo al nostro contesto nazionale, pensiamo all’incredibile forza comunicativa del termine “catastrofista” o di accuse quali quelle di essere “retrogradi e contro lo sviluppo”, capaci di oscurare da un punto di vista comunicativo i dati portati dagli scienziati).
Restando sulle figure del discorso, il filosofo della scienza individua ulteriori vizi di fondo nel modo di affrontare le questioni ecologiche. Per quanto riguarda le questioni ecologiche viene per lui utilizzata la stessa retorica valida per altri temi come, per esempio, il terrorismo. Si tratta di una retorica che divide la realtà in amici e nemici. La retorica amici/nemici oscura il fatto che i problemi riguardino, in primo luogo tutti. In secondo luogo, che questi vedono anche uno stesso attore umano come portatore di istanze conflittuali.
Un ultimo vizio di fondo riguarda invece la rappresentatività. Nelle negoziazioni climatiche gli unici attori rappresentati sono gli Stati Nazione, quando dovrebbe essere trovato il modo per rappresentare tutte le istanze e la loro conflittualità. Ed è proprio questa rappresentatività allargata che Latour si sforza di promuovere nella simulazione di negoziazione climatica con cui si chiude l’ultimo capitolo.

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