‘Dinosaurs’, l’avventura dei fossili dagli scavi al museo

Micron
Vi siete mai chiesti da dove arrivano gli esemplari di dinosauro che si possono ammirare in alcuni musei di scienze naturali? Sapevate che uno scheletro che contiene pezzi originali in quantità inferiori al 35% non ha valore scientifico? Avete mai sentito di un Allosaurus venduto all’asta? A meno che non siate paleontologi, collezionisti o amanti dei dinosauri, forse ignorate che gli scheletri dei dinosauri sono soprattutto collage di pezzi originali e “falsi” e che, in alcuni casi, la legge consente di vendere ossa di dinosauro a collezionisti privati. Curioso, vero? Lo racconta Dinosaurs.
Sara Mohammad, 11 Dicembre 2018
Titolo

Dinousars

Regista

Francesco Invernizzi

Anno pubblicazione

2018

Info

Durata 1 ora 31 min

Micron
Comunicazione della scienza e neuroscienze

Vi siete mai chiesti da dove arrivano gli esemplari di dinosauro che si possono ammirare in alcuni musei di scienze naturali? Sapevate che uno scheletro che contiene pezzi originali in quantità inferiori al 35% non ha valore scientifico? Avete mai sentito di un Allosaurus venduto all’asta?
A meno che non siate paleontologi, collezionisti o amanti dei dinosauri, forse ignorate che gli scheletri dei dinosauri sono soprattutto collage di pezzi originali e “falsi” e che, in alcuni casi, la legge consente di vendere ossa di dinosauro a collezionisti privati. Curioso, vero? Lo racconta Dinosaurs.
Dinosaurs è un documentario sui dinosauri, per essere precisi sul viaggio che i resti dei dinosauri devono percorrere dal sottosuolo ai musei e alle gallerie d’arte. Nelle intenzioni degli ideatori, Dinosaurs è stato girato come se fosse un road movie, cioè come un film che si sviluppa in corso d’opera, è ambientato prevalentemente all’esterno e non ha una destinazione programmata. C’era un motivo ben preciso per usare un format caratteristico dei film sul viaggio in un documentario che parla di scienza.
“Il motivo era andare alla scoperta del mondo dei dinosauri”, chiarisce Francesco Invernizzi, milanese e regista di Dinosaurs. “L’idea del road movie è proprio questa, una sorta di caccia al tesoro dove ciascuno vedrà l’elemento per poter accedere al messaggio successivo, fino ad arrivare al tesoro”. Quale tesoro? Invernizzi si riferisce ai retroscena che circondano alcuni fra i più recenti ritrovamenti di queste affascinanti creature della Preistoria. Grazie all’amico e collezionista Luca Cableri, creatore della Wunderkammer Theatrum Mundi di Arezzo (una galleria d’arte che espone, fra le altre opere, anche scheletri di dinosauro), qualche tempo fa Invernizzi ha scoperto come una manciata di ossa di dinosauro possono trasformarsi in un esemplare da esposizione. “La storia di come vengono ricomposti questi resti fu talmente affascinante che pensai a un documentario che potesse portare questa mia esperienza al grande pubblico”, continua Invernizzi.
Dopo l’idea iniziale, Invernizzi ha iniziato a pensare alle tappe del viaggio. Per raccontare la storia dei dinosauri sarebbe stato utile visitare i luoghi che potevano dare un certo spessore scientifico a questo racconto, come gli scavi di Lusk e il ranch di Kaycee,nel Wyoming. Qui le proprietà geologiche del terreno consentono ai resti dei dinosauri di affiorare in superficie più che in altre regioni del pianeta, spiega Invernizzi. Ma il film non si apre negli Stati Uniti, bensì nella cornice del canton Argau, in Svizzera, dove Ben Pabst e un suo giovane allievo stanno lavorando al più grande giacimento di Plateosauri. “Abbiamo iniziato da qui perché volevamo un pretesto per partire dal Vecchio Continente”, dice Invernizzi.
Ben Pabst è uno dei più autorevoli paleontologi viventi e un pioniere della ricerca di resti di dinosauro nel Wyoming. Grazie al suo fiuto straordinario ha scovato innumerevoli reperti che hanno contribuito in modo fondamentale a ricostruire la storia di questi giganti del passato, prima di rientrare in patria e proseguire lì le sue ricerche. “Abbiamo ritenuto che Pabst fosse un po’ la nostra guida spirituale, il nostro Virgilio”, spiega il regista milanese. “Ecco perché all’inizio del film abbiamo voluto introdurre lui e lo abbiamo fatto con un bambino. Quel bambino visita spesso il Museo di Frick [un museo svizzero che ospita esemplari e resti di dinosauro, NdA], è appassionato di dinosauri e ogni tanto va a trovare Ben agli scavi”, prosegue Invernizzi. “Ci è sembrato carino riportare l’erede spirituale di Pabst, se vogliamo, e forse un futuro paleontologo”.
Dal canton Aargau Invernizzi e la sua troupe si spostano negli Stati Uniti. Nelle distese pianeggianti del South Dakota e del Wyoming (di cui vediamo scenari mozzafiato, con riprese aeree che lasciano letteralmente a bocca aperta) conosciamo i paleontologi e i ricercatori che scavano in prossimità delle anse dei fiumi per riportare alla luce le ossa dei dinosauri. È molto frequente rinvenire resti di dinosauri sulle anse dei fiumi, perché qui l’acqua trascina e intrappola le carcasse degli animali morti, consentendo al limo e all’argilla di ricoprire le ossa e impedirne la decomposizione. È così che i resti di questi animali arrivano fino a noi, nonostante sia molto raro trovare uno scheletro di dinosauro intero e perfettamente conservato, come spiega elegantemente Peter Larson nel documentario. Paleontologo di fama internazionale e presidente del Black Hills Institute of Geological Research (un centro che colleziona alcuni fra gli esemplari più completi), nel 1990 Larson è stato accusato di essersi appropriato illegalmente di alcuni resti di Tirannosaurus rexdi proprietà del governo statunitense, finché quattro anni dopo una corte federale ha sentenziato che il T. rex era effettivamente di proprietà di un privato, che lo aveva venduto a Larson. La normativa statunitense sui reperti archeologici consente dai proprietari dei terreni dove vengono rinvenuti resti fossili di vendere ai paleontologi o ad altri privati il permesso di scavare e portare via i fossili.
Lo scavo è solo il punto di partenza del lungo viaggio che attende i dinosauri. Una volta in superficie, i resti devono essere accompagnati da una documentazione che ne attesti il luogo esatto di provenienza. Alcuni esemplari hanno un valore paleontologico proprio perché ritrovati in un luogo che offre informazioni utili per comprendere la storia evolutiva di una determinata specie. “Ma non bisogna dimenticarsi che un esemplare ha un valore importante quando più del 35% delle ossa sono vere”, spiega Invernizzi. Sono casi molto rari, perché nei milioni di anni in cui i dinosauri hanno abitato la Terra, il pianeta ha cambiato drasticamente la propria conformazione. Le placche che compongono la superficie terrestre si sono spostate dando origine a cinque continenti laddove prima ce n’era uno soltanto ed è verosimile che ossa dello stesso esemplare si ritrovino anche a parecchi metri di distanza.
È a questo punto della storia che agli sforzi dei paleontologi si affianca il lavoro dei restauratori. “Ci sono tre luoghi al mondo dove vengono preparati i resti di dinosauro e uno di questi è Trieste”, racconta Invernizzi. “Ci sembrava giusto rendere omaggio al nostro Paese, perché questa è un’altra testimonianza di eccellenza italiana”. Invernizzi si riferisce alle ZOIC, una tra le pochissime aziende nel mondo specializzate nel restauro di dinosauri. Le telecamere si aggirano all’interno dei laboratori della ZOIC, dove Flavio Bacchia e i suoi collaboratori lavorano ogni giorno per consolidare i reperti e prepararli nel miglior modo possibile all’esposizione in un museo o in una galleria d’arte. Anche se i fossili hanno prima di tutto un valore paleontologico, può succedere che lo scheletro completo di un dinosauro decori la hall di un albergo o la galleria di un collezionista privato piuttosto che un museo di scienze. In questi casi lo scheletro non ha alcun valore dal punto di vista scientifico, essendo stato assemblato a partire da ossa di esemplari diversi (“una sorta di Frankenstein”).
Dinosaurs sarà proiettato solo in alcuni cinema (qui la lista completa) e solo dal 10 al 12 dicembre. Ma l’intero documentario è stato girato con la tecnica dell’8K, un formato di ripresa che consente di catturare tutti gli elementi che compongono la fotografia dell’immagine. “8K significa una quantità di dati su cui poter lavorare e una precisione nella riproduzione dell’immagine senza precedenti”, spiega Invernizzi, “il che vuol dire che questi dati possono essere utilizzati per il futuro, determinando quello che è un documentario, ossia un documento che attesta e riporta la testimonianza delle persone che lavorano con i dinosauri”. Un documento che, possiamo facilmente immaginare, è destinato ad avere lunga vita, visto il successo che i dinosauri incontrano a qualunque età.

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