Europa e scienza: quando tutto è cambiato

Micron
Con la drammatica sequenza degli accadimenti che la sconvolsero, la prima metà del Novecento registrò anche la perdita del rapporto privilegiato che l'Europa aveva sempre avuto con la scienza, al suo apice proprio nei primi decenni del secolo. Con questo nuovo capitolo del suo lavoro, Pietro Greco fornisce una chiave di lettura per eventi della nostra storia tanto conosciuti quanto troppo spesso dimenticati.
Cristiana Pulcinelli, 13 Ottobre 2018
Titolo

La scienza e l’Europa. Il primo Novecento

Autore

Pietro Greco

Anno pubblicazione

2018

Editore

L’Asino d’oro

Info Lettura

pp. 330; 18,00 euro

Micron
Giornalista Scientifica

In Europa ai primi del Novecento tutto cambia. Il continente vive una crisi profonda, che non è solo negativa, ma che comunque avvia un processo di profonda modificazione. È una crisi sociale e politica, ma è anche una crisi culturale. L’arte, la letteratura, la filosofia son percorse da movimenti nuovi che cambiano il modo di guardare al mondo e all’essere umano. Pensiamo solo a qualche nome: Picasso, Joyce, Bergson, Russell, Freud. E la scienza? La scienza è scossa addirittura da una seconda grande rivoluzione. Una rivoluzione che porterà alla nascita di una nuova fisica, quella della relatività e quella quantistica, alla messa in discussione dei fondamenti della matematica e alla scoperta della genetica che travolgerà le scienze della vita.
L’Europa aveva un rapporto privilegiato con la scienza dal Seicento in poi e durante l’Ottocento le differenze tecnologiche ed economiche indotte dall’avanzamento della ricerca scientifica tra l’Europa e il resto del mondo erano enormi. La Germania era il Paese dove più che altrove questo era vero. Ma nel primo Novecento qualcosa si rompe e altri luoghi del pianeta diventeranno i detentori di quel rapporto privilegiato.
Il nuovo libro di Pietro Greco, La scienza e l’Europa. Il primo Novecento, racconta questo complesso passaggio senza tirarsi indietro rispetto a un tentativo di spiegazione: l’Europa – è la tesi del libro – non ha saputo governare la modernità che essa stessa ha prodotto e ha rotto così il suo rapporto privilegiato con la scienza. Perdendo, di conseguenza, la sua egemonia nel mondo.
Per capire come evolve il rapporto tra il vecchio continente e la scienza nel Novecento, basta guardare un conteggio che riguarda i premi Nobel. Tra il 1901 e il 1933 a Stoccolma vengono assegnati 102 premi scientifici: 93 a scienziati europei e 9 a ricercatori di altri continenti. All’interno dell’Europa, la Germania è la nazione che ne riceve di più: 32. Tra il 1934 e il 1966, i successivi trentatré anni, la Svezia assegna 148 premi in fisica, chimica e medicina: 79 all’Europa (di cui solo 15 ai tedeschi) e 64 agli Stati Uniti che diventano primi nella classifica. I numeri parlano chiaro. Ma alcuni fatti parlano più dei numeri, almeno al nostro immaginario. Ad esempio, il fatto che nel dicembre del 1932, meno di due mesi prima che Hitler prenda il potere, Albert Einstein si trasferisce da Berlino a Princeton, negli Stati Uniti. Einstein è già un mito, conosciuto in tutto il mondo. Paul Langevin, fisico francese, commenta così il suo trasferimento: “Questo è un avvenimento grande, come lo sarebbe il trasferimento del Vaticano da Roma nel nuovo mondo. Il papa della fisica trasloca, gli Stati Uniti diventeranno il centro della scienza”.
Per capire come tutto questo avvenga, Greco parte dalla crisi tedesca a cavallo tra Ottocento e Novecento, racconta il “brodo di coltura” in cui è nato il nazismo, poi affronta la storia dal punto di vista degli altri paesi europei, si spinge a ricostruire la prima e la seconda guerra mondiale con le loro conseguenze economiche e sociali. Ma, soprattutto, racconta la scienza di quella prima metà del secolo. Partendo da quei tre “razzi fiammeggianti” che Albert Einstein lancia nel 1905 e con i quali, secondo le parole di un altro grande fisico, Louis De Broglie, improvvisamente illumina il cielo della fisica in molte zone altrimenti buie. Sono tre articoli pubblicati tutti nel 1905 e che affrontano tre temi distinti, ma frutto di una visione unica dell’universo: l’effetto fotoelettrico e i quanti di luce, il moto browniano ovvero la teoria atomica della materia, la relatività speciale.
Da quel momento il mondo non è più lo stesso agli occhi di chi lo guarda. E la scienza a cavallo della prima guerra diventa il motore della crisi che riguarda l’identità, la società, l’economia e la cultura dell’Europa. Da un lato modificando il modo di vedere ma anche di intervenire sul mondo, dall’altro – attraverso l’innovazione tecnologica – buttando a mare i vecchi equilibri sociali. L’incapacità di governare questi fenomeni, secondo Greco, è alla base della lunga guerra civile che ha sconvolto l’Europa dal 1914 al 1945.
L’intreccio tra scienza e società è in quegli anni strettissimo, basti pensare al ruolo degli scienziati sia nella prima che nella seconda guerra mondiale: una caratterizzata dagli attacchi chimici (i gas come fosgene e yprite usati in battaglia causarono moltissime vittime), l’altra dall’uso del radar e della bomba atomica. Il libro rende conto di questo intreccio e della sua complessità, ad esempio raccontando come anche la Germania avesse a disposizione le conoscenze e le idee per sviluppare le innovazioni che hanno svolto un ruolo nella seconda guerra ma soprattutto negli anni successivi, come il radar, il computer, l’arma nucleare, gli antibiotici, ma che non ci abbia creduto fino in fondo, interrompendo gli investimenti in ricerca e condannandosi anche per questo alla sconfitta. Il nazifascismo fu sconfitto, ma nel frattempo, la creatività scientifica tedesca aveva ricevuto un colpo mortale, complici anche le leggi razziali e il controllo politico dei centri di ricerca. Un colpo che si ripercuoteva sulla scienza di tutta l’Europa. Il libro di Greco fornisce insomma una chiave di lettura per eventi della nostra storia che sono tanto conosciuti quanto, troppo spesso, dimenticati.

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