I segnali nascosti percepiti dal cervello umano

Micron
Era uno dei film più attesi del 2017 ed anche noi, a modo nostro, abbiamo deciso di parlare di Blade Runner 2049. Il sequel del film cult del 1982 offre spunti eccellenti per riflettere su certi argomenti cari alla ricerca scientifica attuale: la questione dell’autonomia dei robot, la differenza tra essere umano e androide, il rapporto tra cervello e mente, i meccanismi della memoria, tanto per dirne qualcun.
Sara Mohammad, 13 Ottobre 2017
Titolo

Blade Runner 2049

Regista

Dennis Villeneuve

Anno pubblicazione

2017

Info

Durata 2 ora 32min

Micron
Comunicazione della scienza e neuroscienze

Anche dopo averli visti al cinema, non è scontato indovinare il genere cinematografico di alcuni film. Prendete Blade Runner, per esempio. Quando uscì al cinema nel 1982, il pubblico lo scambiò per un film d’azione (in parte per colpa di tutti gli action men che Harrison Ford aveva interpretato fino a quel momento). Malgrado le prime impressioni inesatte, il film diretto da Ridley Scott e basato sul romanzo di Philip K. Dick “Do Androids Dream of Electric Sheep?” è diventato un cult del filone cinematografico fantascientifico.
Gli amanti della science fiction, invece, sanno benissimo che il sequel di Blade Runner, Blade Runner 2049, rientra perfettamente nel settore della fantascienza (anche in questo caso con tre o quattro scene tipiche di un action movie) e, come tutti i suoi colleghi, offre spunti eccellenti per riflettere su certi argomenti cari alla ricerca scientifica attuale: la questione dell’autonomia dei robot, la differenza tra essere umano e androide, il rapporto tra cervello e mente, i meccanismi della memoria, tanto per dirne qualcuno.
Affiancato da Ridley Scott, che compare nella crew del film come produttore esecutivo, Denis Villeneuve sviscera per la seconda volta le relazioni fra esseri umani e replicanti, androidi dall’intelligenza pari a quella degli ingegneri da cui sono stati creati, ma nettamente superiori per forza e agilità.
Nel nuovo Blade Runner i replicanti sono ancora più evoluti e più simili agli esseri umani di quando li abbiamo incontrati per la prima volta. La somiglianza è così alta che per buona parte del film uno dei personaggi prima è convinto di essere un replicante, poi scopre che potrebbe essere un umano (un po’ il contrario di quello che succedeva a Rachael, ve la ricordate?).
Per questo, dopo averlo visto al cinema, ho deciso di approfondire la questione delle differenze tra uomini e robot, specialmente sul piano delle interazioni.

COMPATIBILITÀ COGNITIVA
Ho chiesto ad Alessandra Sciutti, che studia i meccanismi delle interazioni umane per ideare robot capaci di interagire naturalmente con gli esseri umani, a che punto è arrivata la ricerca sugli umanoidi, per capire quanto più in là si è spinta l’immaginazione del regista e degli sceneggiatori di Blade Runner 2049. “In alcuni campi, come nell’industria, i robot hanno già competenze molto avanzate”, risponde la ricercatrice dell’Istituto Italiano di Tecnologia, “ma dal punto di vista sociale non hanno ancora raggiunto il livello che desideriamo”.
Quello che i ricercatori di robotica e i neuroscienziati stanno cercando di capire è se sia possibile ottenere la “compatibilità cognitiva” tra l’uomo e il robot, per interagire con un robot come se fosse un altro essere umano, cioè senza che prima sia necessario consultare il libretto delle istruzioni.
È un traguardo molto alto, anche senza arrivare ai livelli visionari di Scott e Villeneuve. Dopotutto, se ci trovassimo davanti qualcuno che ci assomiglia (e l’aspetto dei robot umanoidi si va antropomorfizzando sempre di più), sarebbe naturale aspettarsi un comportamento simile al nostro.
L’ostacolo più difficile da superare per comunicare naturalmente con un’intelligenza artificiale, continua la giovane ricercatrice, deriva dal fatto che le interazioni sociali tra gli uomini sono incardinate già nei meccanismi del cervello. “Ognuno di noi ha una rappresentazione mentale dell’altro che è evidente già dal modo in cui è strutturato e funziona il nostro cervello”, spiega Sciutti. “Quello che stiamo cercando di capire è se un robot può avere un modello corretto dell’essere umano”. Così il robot sarebbe in grado di cogliere e interpretare correttamente quei segnali, come la direzione dello sguardo e la direzione del movimento, che rendono possibile una comunicazione intuitiva e immediata.

SEGNALI NASCOSTI
D’altronde questo è quello che succede nel nostro cervello quando prevediamo le azioni (e le intenzioni che muovono le azioni) di qualcun altro. Quando osserviamo qualcuno che afferra una tazza, siamo in grado di prevedere se sposterà la tazza nel lavandino o se la userà per bere partendo dall’osservazione dei gesti che compie, perché quegli stessi gesti fanno parte del nostro repertorio di azioni. “Le stesse rappresentazioni mentali che usiamo per controllare come ci muoviamo sono quelle che il nostro cervello usa per interpretare le azioni altrui”, aggiunge Alessandra Sciutti. “È come se “vivendo” quello che l’altro sta facendo, riesco a prevedere cosa farà in un secondo momento e quali sono le sue intenzioni”. Alcune cellule del cervello, i neuroni specchio, sono alla base di questo processo cognitivo.
Oggi un’intelligenza artificiale ha ancora bisogno di istruzioni esplicite quando interagisce con un essere umano (si pensi a Siri o ad Alexa e la si confronti con la Joi del film, l’intelligenza artificiale di cui si innamora il personaggio interpretato da Ryan Gosling). In realtà il grosso della comunicazione intuitiva è mediato da segnali più nascosti, sottolinea ancora la ricercatrice, che in generale sono poco percepiti dai robot attuali.
Mentre lavora per cercare una soluzione, Alessandra Sciutti ritiene che i robot umanoidi sono in ogni caso uno strumento eccezionale nello studio dell’essere umano. “Gli umanoidi ci consentono di partire dall’osservazione dell’uomo e delle sue interazioni, di ricavare dei modelli, di provare a realizzarli in un robot e infine di far interagire il robot con una persona”. Nelle neuroscienze sociali si tratta di un approccio completamente nuovo rispetto sia al passato (quando per esplorare i segnali nascosti dell’interazione umana si era obbligati a svolgere uno studio osservazionale) sia al presente (con gli esperimenti in realtà virtuale), perché dà la possibilità di studiare le persone mentre si comportano più naturalmente di quanto farebbero in un ambiente virtuale.

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