I sogni dell’India

Micron
Si sente parlare poco della ricerca scientifica dai paesi in via di sviluppo e ancor meno si ha l’occasione di vederla sul grande schermo. Già questo sarebbe un ottimo motivo per non perdere Indian space dreams, un documentario che racconta gli eventi che hanno preceduto il lancio del primo satellite astronomico indiano.  Ma l’ultimo film della regista inglese Sue Sudbury, è anche un occasione per riflettere su questioni sempre attuali relative al mondo della scienza.
Sara Mohammad, 22 Dicembre 2019
Micron
Comunicazione della scienza e neuroscienze

Si sente parlare poco della ricerca scientifica dai paesi in via di sviluppo e ancor meno si ha l’occasione di vederla sul grande schermo. Già questo sarebbe un ottimo motivo per non perdere Indian space dreams, un documentario che racconta gli eventi che hanno preceduto il lancio del primo satellite astronomico indiano.

L’ultimo film della regista inglese Sue Sudbury, però, andrebbe visto anche per altre ragioni. Primo, perché ci offre lo spunto per riflettere su questioni sempre attuali relative al mondo della scienza (per esempio, la presenza delle donne nel campo della ricerca e la “burocratizzazione” del mestiere del ricercatore, costretto a farsi carico di mansioni manageriali che tolgono tempo alle loro ricerche), temi su cui fa sempre bene avere nuove testimonianze.
Poi perché ci fa vedere come viene percepita la figura del ricercatore dall’altra parte del mondo (pensate cosa può significare per i piccoli abitanti delle baraccopoli di Mumbay coltivare il sogno di diventare astrofisici).

E infine perché ci offre una visione estremamente realistica del processo di ricerca: ci chiediamo da molto tempo cosa c’è nell’universo, e più il tempo passa, più numerosi sono i tasselli che arricchiscono le nostre conoscenze. Spesso, tuttavia, dimentichiamo che per arrivare a ogni nuova scoperta sono necessari impegno, sacrificio e anche molti risultati negativi.
Al momento Indian space dreams non è in programmazione, ma noi lo abbiamo visto in occasione dell’anteprima italiana al River to river, il festival dedicato ai film indiani che si è appena concluso a Firenze. Nell’attesa che sia disponibile al cinema, abbiamo scambiato due chiacchiere con la regista.

Come le è venuta l’idea di girare Indian space dreams?
L’idea mi è venuta per la prima volta nel gennaio 2009, durante una conferenza accademica alla Leicester University, in Inghilterra. Ho incontrato un ricercatore che all’epoca stava lavorando sul primo satellite astronomico indiano e mi sono detta che mi sarebbe piaciuto molto girare un film sull’argomento. Non stavo pensando per forza a un film sull’India, ma quello era un documentario che non era mai venuto in mente a nessuno. Nessuno era ancora andato a filmare dentro un istituto di ricerca spaziale indiano.

E poi?
Gli astronomi della Leicester mi dissero anche che, durante la stagione dei monsoni, in India gli scienziati devono attraversare acque stellari per raggiungere l’istituto di ricerca. Ricordo di aver pensato che quella era una scena fantastica e che sarebbe stato un modo davvero interessante di esplorare il nostro fascino per lo spazio. Così ho fatto domanda per i finanziamenti e nel 2010 ho iniziato a filmare.

Quando sono terminate le riprese?
Nel 2018.

Nel film esplora diversi temi collegati al mondo della ricerca scientifica. C’è un aspetto in particolare su cui voleva catturare l’attenzione degli spettatori?
Penso che sia interessante il fatto che le persone che finora lo hanno visto abbiano apprezzato aspetti diversi del film. Tutto è soggettivo, secondo me. In occidente, per esempio, specialmente in Gran Bretagna, ogni volta che discutiamo della ricerca spaziale indiana, non voglio dire che la condanniamo, ma allo stesso tempo troviamo sorprendente che un paese come l’India, nonostante un alto tasso di povertà assoluta, abbia un programma di ricerca sullo spazio. Ecco, a me interessava questo in particolare, raccontare la storia di chi si è lasciato ispirare dall’universo.

Quali sono state le difficoltà che ha incontrato durante le riprese?
Credo che una delle sfide più grandi sia girare un film in un Paese diverso da quello in cui si vive. Molti giovani registi si traferiscono in quel Paese per alcuni mesi e riescono davvero a scavare sotto la superficie del soggetto. Ma io ho un lavoro in Inghilterra e, quando ho iniziato a filmare, uno dei miei figli viveva ancora con me, quindi non potevo fare avanti e indietro. Se ne avessi avuto la possibilità, forse il film sarebbe stato diverso, chi lo sa. Una cosa è certa: se farò un altro film, sarà vicino casa.

Questo è il suo primo film che parla di scienza. Come è andata?
Credo che girare un film sulla scienza sia molto difficile. Ho sempre immaginato che dopo il lancio del satellite sarebbe arrivato il momento “Eureka, c’è un buco nero!”. In realtà, nella ricerca scientifica tutto succede in maniera molto graduale e molte cose sono estremamente tecniche, quindi non si prestano a essere filmate con facilità. Per comunicare la scienza, un sacco di persone si serve di sequenze animate, che tuttavia sono costose, o ricorre ad analogie con il mondo reale. Ma nell’insieme, spiegare idee scientifiche molto complesse è abbastanza faticoso.

Come è stato accolto il film in Inghilterra?
È stato grandioso. Il film ha registrato il tutto esaurito al cinema e verrà trasmesso in TV, anche in alcune televisioni straniere. E magari, perché no, in futuro forse potrebbe comprarlo anche la RAI.

Titolo

Indian space dreams

Regista

Sue Sudbury

Anno di pubblicazione

2019

Info

Durata 1 ora e 17 minuti

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