Ibridi umani

Micron
Nel nuovo film ‘The Predator’, extraterrestri dall’aspetto umanoide arrivano sulla terra con lo scopo di mescolare il proprio DNA con quello delle loro prede e creare invincibili ibridi predator-umani. L’ibridazione, non solo al cinema, è un concetto spesso associato ad avanzatissime tecnologie aliene, fuori dalla portata dei nostri ricercatori. In realtà, è un processo biologico che gli scienziati conoscono e studiano da decenni e che l’evoluzione adopera da molto tempo prima.
Sara Mohammad, 23 Ottobre 2018
Titolo

The Predator

Regista

Shane Black

Anno pubblicazione

2018

Info

Durata 1 ora 47 min

Micron
Comunicazione della scienza e neuroscienze

I Predator sono tornati. Questi extraterrestri dall’aspetto umanoide, dotati di tecnologie estremamente avanzate e nati più di trent’anni fa da un’idea dei fratelli Thomas, in The Predator arrivano sulla Terra per catturare gli esseri umani più evoluti. Vogliono mescolare il proprio DNA con quello delle loro prede e creare ibridi predator-umani ancora più invincibili.
Shane Black, che ha diretto The Predator, non approfondisce molto la questione dell’ibridazione ed è lecito immaginare, senza averne sentito parlare, che si tratti di una tecnologia aliena, fuori dalla portata dei nostri ricercatori. Invece l’ibridazione è un processo biologico che gli scienziati conoscono e studiano da decenni e che l’evoluzione adopera da molto tempo prima.
A scanso di equivoci, è bene chiarire che il termine ibridazione, in biologia, indica tre processi molto simili, in linea di massima tutti inerenti a una sorta di rimescolamento genetico. Quando si rimescolano, o si ibridano, due molecole di DNA complementari, si parla di ibridazione degli acidi nucleici (anche un filamento di DNA e un filamento di RNA si possono ibridare, ma per ragioni di affinità chimica questo evento succede più raramente). Sotto questo aspetto l’ibridazione è un processo spontaneo, che si verifica in natura. In laboratorio è possibile aumentare le probabilità che due filamenti “compatibili” si incrocino adottando alcuni accorgimenti, per esempio aumentando la temperatura e usando una maggiore quantità di DNA/RNA.
I biologi molecolari sfruttano l’appaiamento spontaneo degli acidi nucleici nell’ibridazione fluorescente in situ.
Con questa tecnica riescono a non farsi sfuggire anomalie genetiche o tracce di un agente patogeno (lunghe in media qualche migliaio di coppie di basi di DNA) in una cellula umana (che ne contiene almeno tre miliardi).
Nel secondo caso a rimescolarsi sono i corredi genetici di due cellule. L’ibridazione cellulare è il risultato della fusione di tipi cellulari diversi, che possono appartenere alla stessa specie (come succede nella fecondazione) o a specie diverse (per esempio nelle linee cellulari ibride). Le linee cellulari ibride, come gli ibridi somatici, si ottengono generalmente coltivando cellule di topo e cellule umane in presenza del virus Sendai. Grazie alle sue caratteristiche, questo virus viene utilizzato molto nelle tecniche di mappatura del Dna. Attaccando simultaneamente due cellule, il virus Sendai favorisce la fusione prima delle membrane e, poi, dei nuclei, al cui interno si trova il patrimonio genetico cellulare. Il risultato è una cellula ibrida, che contiene cioè il DNA di entrambe le cellule.
Col tempo la cellula ibrida tende a perdere i cromosomi umani, in un certo senso riacquistando l’identità murina originaria. Per conservare la componente genetica umana, i ricercatori hanno messo a punto alcuni espedienti con i quali possono individuare l’esatta posizione del gene che stanno studiando.
Il terzo significato dell’ibridazione riguarda l’incrocio fra individui dispecie diverse. Nel mondo animale gli ibridi più famosi sono il mulo (che, come sappiamo, deriva dall’incrocio fra un asino e una cavalla) e il gatto Bengala (il risultato dell’incrocio fra un gatto domestico e un gatto leopardo). Nel mondo vegetale le varietà ibride sono molto diffuse, perché tradizionalmente gli agricoltori cercano di riprodurre in un’unica specie qualità presenti in specie diverse (per aumentarne la resa o in generale per ottenere prodotti più utili). Il lime, la clementina e le fragole sono alcuni ibridi ottenuti incrociando frutti appartenenti a specie diverse. Anche in natura si sono verificati incroci che hanno generato ibridi più desiderabili dei loro “genitori”. Per esempio il grano tenero (Triticum aestivum), da cui deriva la farina ampiamente usata nella preparazione di pasta, pane e pizza, si è originato dall’incrocio spontaneo di tre specie di cereali del genere Triticum e di due specie di erbe selvatiche del genere Aegilops.
E noi? In un certo senso, anche gli uomini moderni sono degli ibridi. Secondo gli studi recenti di alcuni paleoantropologi, le ibridazionifra ominidi sarebbero state più frequenti di quanto si pensasse.
Nell’ultimo di questi studi, pubblicato ad agosto sulla rivista Nature, analizzando il Dna di un frammento osseo risalente a circa novantamila anni fa, un team di paleoantropologi ha scoperto che l’osso apparteneva a una giovane femmina con mamma neandertaliana e padre denisoviano. Questi dati ci dicono che, nel Tardo Pleistocene, gruppi di neandertaliani e denisoviani che si incontravano finivano per accoppiarsi e avere figli. Anche le tracce di Dna neandertaliano in molti europei e asiatici così come quelle di Dna denisoviano in alcune popolazioni cinesi e giapponesi sono state una sorpresa per i ricercatori. Ma, anche in questo caso, i dati parlano chiaro: gli esseri umani moderni si sono incrociati con almeno due specie umane arcaiche, Neanderthal e Denisova.
Altro che ibridi alieni.

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