Ignobel, tutte le follie di una pazza scienza

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Perché mai l’Università di Harvard e il MIT spendono ogni anno tempo e denaro per organizzare un premio da consegnare a gente stravagante che, per esempio, usa fette di maiale per tamponare l’emorragia al naso? La pazza scienza risponde a questa domanda e a molte altre curiosità sui premi IgNobel.
Valentina Spasaro, 03 Febbraio 2018
Titolo

La pazza scienza

Autore

Luca Perri

Anno pubblicazione

2017

Editore

Sironi editore

Info

pp. 202; euro 18,00

San Giovanni Bianco è un comune lombardo di circa 5000 abitanti, situato nel cuore della Val Brembana. Oltre a essere un grazioso borgo italiano, deve la sua fama alla figura di Arlecchino. La maschera, infatti, pare sia nata durante il periodo della dominazione veneta quando i sangiovannesi di distinguevano per un grande stacanovismo anche a fronte di scarsi guadagni. La maschera di Arlecchino, come figura vivace e simpatica, probabile diretta discendente dello Zanni bergamasco, occupa i teatri italiani ed europei a metà Cinquecento grazie all’interpretazione dell’attore bergamasco Alberto Naselli. Luca Perri non poteva dunque scegliere luogo migliore per venire al mondo se non la città natale di una brillante icona della simpatia. E come Arlecchino anche Luca Perri ne combina di tutti i colori: astrofisico, fisico, divulgatore e scrittore dalla penna semplice e allo stesso tempo impattante. E a combinarne di tutti i colori sono anche le “ricerche stravaganti dai risultati serissimi” che racconta nel suo libro La pazza scienza (Sironi Editore, 2017), insieme ad alcuni contributi di Angelo Adamo.
Esplicativo l’incipit della prefazione di Paolo Attivissimo che prende spunto dal motto degli IgNobel, alle cui scoperte bizzarre eppur sensazionali l’autore dedica i suoi capitoli: “Far ridere per poi far pensare. Ricordare a chi fa scienza di saper ridere di sé e del proprio lavoro, per non prendersi troppo sul serio e anche per non impazzire di fronte alle esasperazioni indotte dagli esperimenti, spesso necessariamente tediosissimi”. Da un altro tipo di premio parte il sogno de La pazza scienza, dove l’autore fantastica, esercizio comune a molti aspiranti scienziati, del momento in cui si immagina di ritirare il proprio Nobel. La storia del premio svedese è invece, come ci racconta l’autore, tutt’altro che fantastica e nasce dallo spiacevole seppur stravagante momento in cui Alfred Nobel, leggendo il necrologio del fratello Ludvig, perito a causa di un’esplosione durante un esperimento, si accorge che alcuni giornali francesi hanno confuso il defunto fratello con lui, annunciandone così la morte: “Il mercante di morte è morto! Il dottor Alfred Nobel, che fece fortuna trovando il modo di uccidere il maggior numero di persone possibile più velocemente che mai, è morto ieri”. Alfred da tali parole decide di cambiare la propria storia e cercare di arrivare alla conoscenza dei posteri con un ricordo più onorevole. Istituisce allora nel suo testamento un fondo cui destinare il 94% della sua fortuna, 31 milioni di corone svedesi. Gli interessi del fondo erano destinati a un premio da conferire a coloro che durante l’anno precedente avessero contribuito al benessere dell’umanità. Eccetto i matematici. Come vuole la leggenda, infatti, i matematici sono stati esclusi dal premio a causa di un tradimento dell’amante di Nobel con Magnus Gösta Mittag- Leffler, noto matematico svedese dell’epoca. Ma la scienza è anche questo, circostanze improbabili dai quali sono nati tasselli insostituibili della storia umana e spunti di riflessione unici. E per celebrare questa identità multiforme della scienza, nascono appunto gli IgNobels che ogni anno premiano le dieci ricerche più divertenti, strane e assurde i cui risultati spesso sono pubblicati su riviste scientifiche. Gli IgNobels vanno oltre il semplice divertissement e ci insegnano a vedere le cose da un punto di vista consono alla scienza, cioè puntare al differente per approdare a nuovi lidi di sperimentazione e conoscenza. Come i ricercatori sudafricani, scrive Perri, che nel 2013 si aggiudicarono un IgNobels per aver scoperto che lo scarabeo stercorario quando si perde riesce a ritrovare la strada della sua tana guardando la Via Lattea. Una ricerca che potrebbe portare ad avere esiti simili riguardo altre specie di insetti e dunque arricchire le conoscenze dell’entomologia. Altro esempio è quello del premio IgNobels vinto da un team di ricercatori nel 2004 grazie alla loro indagine sulla valenza scientifica della regola dei 5 secondi, radicata sull’interrogativo circa la sicurezza o meno nel mangiare cibo appena caduto per terra.
Il libro di Perri sottolinea la vera ricchezza degli IgNobels e degli esperimenti improbabili che si celano dietro questo strampalato premio: “anche se le ricerche premiate possono sembrare inutili e sciocche, hanno il pregio di guardare il mondo con occhi nuovi, con un’angolazione originale. Non è detto che sia un punto di vista utile in sé, ma dimostra la capacità di esaminare la realtà in modo non ortodosso: un esercizio fondamentale per poter uscire dai confini rassicuranti del conosciuto e avventurarsi nell’inatteso, dove albergano le scoperte ancora da fare”.

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