Il bello della chimica

Micron
Un romanzo che scardina i luoghi comuni sui chimici, mostrandone i lati più umani: “La chimica della bellezza” di Piersandro Pallavicini riesce a rendere appassionante una delle materie più ostiche, grazie ai suoi personaggi indimenticabili. Fra intrighi e misteri, si riescono a capire senza sforzo le basi della chimica supramolecolare, premiata con il Nobel lo scorso autunno.
Giulia Negri, 20 Maggio 2017
Titolo

La chimica della bellezza

Autore

Piersandro Pallavicini

Anno pubblicazione

2016

Editore

Feltrinelli

Info

pp. 272; euro 17,00

Micron
Comunicatrice della scienza

Proviamo a immaginare un chimico. Probabilmente l’identikit che stiamo disegnando nella nostra mente corrisponde a quello di un uomo di mezza età, con pochi capelli – e quei pochi sono bianchi o sale e pepe, sicuramente spettinati -, occhiali dalle lenti spesse, vestito in maniera più o meno disattenta e con un camice macchiato da sostanze impronunciabili. Invece, un ultracentenario, elegante in maniera impeccabile nelle sue Church’s abbinate a un tre pezzi Principe di Galles, che arranca tra effluvi di felce inglese e possiede una Jaguar E-Type nera identica a quella di Diabolik, parcheggiata nell’hangar del Dipartimento, esula decisamente da questi standard: eppure è proprio l’adorabile protagonista de “La chimica della bellezza” di Piersandro Pallavicini.
Virginio De Raitner è venerato da tutti, professori e tecnici, che fanno a gara per mettersi in lista come suoi autisti, possiede un laboratorio dove nessuno può mettere piede da decenni – il Laboratorio Chiuso – e si reca in Dipartimento tutti i giorni, malgrado l’età, gli acciacchi, la pensione. È logico che i familiari di Massimo Galbiati, io narrante e in piccola parte alter ego dello scrittore, non facciano che fantasticare su questo misterioso personaggio. L’avventura si fa ancora più elettrizzante quando De Raitner chiede proprio a Galbiati di accompagnarlo a un convegno in Svizzera di cui nessuno sa nulla: unico a non aver mai adulato l’anziano chimico, si ritrova in mezzo a premi Nobel e vecchie conoscenze, con un bassotto fonofobico di cui è decisamente meglio essere amici…
Scrivere un romanzo che racconta di ricerca in una delle scienze dure potrebbe sembrare azzardato: sono pochi i tentativi ben riusciti. In molti casi si tratta di storie dalla trama non molto ricca, appesantiti da pagine di spiegazioni scientifiche, oppure di libri in cui la scienza fa capolino solo di sfuggita, in maniera accessoria. L’ottavo romanzo di Piersandro Pallavicini, invece, è una piacevole sorpresa: un mix riuscitissimo tra una trama avvincente, personaggi caratterizzati in modo magistrale e impossibili da dimenticare, riflessioni sul mondo della ricerca e, al centro di tutto, a fare da regina, la chimica stessa. Raccontata in modo interessante e comprensibile, anche se si tratta di una sua branca piuttosto complessa: la chimica supramolecolare. Quella di molecole intere che interagiscono con altre molecole intere, in modo meno irreversibile e più morbido rispetto a quanto avviene con un legame covalente (quello che tiene insieme i vari atomi per formare le molecole stesse). Il modo in cui le catene di aminoacidi si ripiegano e aggregano tra loro per formare le proteine, il passaggio delle sostanze attraverso la membrana cellulare, la capacità degli anticorpi di attaccare molecole specifiche: tutto questo fa parte della chimica supramolecolare. La ricerca ha portato a poter programmare le molecole, a far in modo che si assemblassero in modo automatico e spontaneo, dopo essere state montate come vere e proprie macchine, le cui parti si muovono le une rispetto alle altre grazie a stimoli esterni come luce, elettricità, variazione del pH: proprio a questi temi, una ventina di giorni dopo l’uscita del libro, è stato assegnato il Premio Nobel per la Chimica. Dopo la deriva degli ultimi anni verso studi più legati alla biologia, alla fisica, alla tecnologia, la chimica della bellezza è tornata alla ribalta.


Intervista a Piersandro Pallavicini

In un sapiente connubio tra scienziati reali e inventati, chiarito completamente nelle note alla fine del libro, ci si innamora dei personaggi, si ricordano gli anni dell’università, ci si arrabbia con i “cattivi”, si scopre di più sul mondo della ricerca e si ride moltissimo. È un libro per chi ama la chimica, perché saprà senz’altro gustare tutte le sfaccettature dei caratteri e degli aneddoti, identificandosi, ma forse ancora di più per chi la ritiene noiosa o difficile: perché questo romanzo è scritto così bene e si legge con così grande piacere, da far rivalutare anche la più ostica delle materie.

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