Il mondo silenzioso della neve

Micron
È un evento atmosferico magico, dietro al quale però c’è moltissima scienza. Quale modo migliore di celebrarlo di un libro ricco di racconti personali, fotografie suggestive e informazioni esaustive e interessanti su tutte le domande che ci siamo sempre posti, ma magari non abbiamo mai osato confessare?
Giulia Negri, 15 Febbraio 2021
Titolo

Autobiografia della neve. Le forme dei cristalli, la fine dei ghiacciai e altre storie da un mondo silenzioso

Autore

Daniele Zovi

Anno di pubblicazione

2020

Editore

UTET

Info

pp. 250, euro 17.00

 

Micron
Comunicatrice della scienza

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Come fanno le piante a resistere sotto abbondanti nevicate? E come fanno gli animali con il freddo? C’è anche chi non va in letargo… Tutti abbiamo studiato estasiati le molteplici forme dei fiocchi di neve, eppure il primo a farlo in modo scientifico è stato Keplero: nel 1611 pubblicò addirittura un trattato in cui provava a spiegare le ragioni della loro forma. E sì, sono davvero tutti diversi, perché non esisteranno due fiocchi che seguono lo stesso identico percorso tra le nuvole, crescendo in maniera uguale. Si può trovare tutto questo e molto altro in “Autobiografia della neve. Le forme dei cristalli, la fine dei ghiacciai e altre storie da un mondo silenzioso” di Daniele Zovi – scrittore e divulgatore, esperto di foreste e di animali selvatici -, edito da Utet.

L’impressione che la neve renda tutto più ovattato non è qualcosa di soggettivo: la neve crea davvero silenzio, e c’è una spiegazione scientifica. Quando i cristalli si legano tra loro formando i fiocchi catturano aria e la organizzano in spazi che di fatto assorbono il suono attutendolo, facendolo rimbalzare meno facilmente. Questo effetto aumenta quando fa più freddo: con le temperature più basse infatti la neve è più voluminosa, “25 millimetri di pioggia a 0 °C danno origine a 25 centimetri di neve, ma se il termometro scende a −6 °C, i centimetri di neve possono diventare anche 50 e assorbire ogni rumore.” Eppure, non è solo una questione scientifica: c’è di più. Siamo tutti più portati al silenzio quando attraversiamo queste distese bianche, dove non solo i suoni vengono appiattiti, ma anche le forme degli oggetti ricoperti vengono addolcite fino a sparire, e per orientarsi ci si basa quasi più sull’istinto che su punti di riferimento sepolti o che cambiano volto. «Credo che esista un sentimento della neve», scrive il poeta Paolo Lanaro, «fatto di meraviglia, stupore, nostalgia. La neve che cade ti fa tornare indietro nel tempo, a un’epoca favolosa che non c’è più e che sopravvive soltanto in qualche angolo abbandonato della mente.»

C’è chi migra, chi va in letargo e chi invece ha sviluppato vari adattamenti contro il gelo, tra gli animali, e tra le piante chi si fa ricoprire, chi perde le foglie, chi ne chiude le “porte” di comunicazione con l’esterno. Gli esseri viventi adottano modi estremamente vari e creativi per sopravvivere agli inverni nevosi: c’è chi se ne va al caldo e chi invece lascia orme visibili del suo passaggio, difficilmente interpretabili se la neve è farinosa, mentre se è umida fa da vero e proprio “registro” dei passaggi. Cosa molto utile per “avvistare” gli animali, anche se a distanza di tempo, soprattutto quelli che, cambiando colore con la stagione fredda, diventano difficilissimi da vedere: ne è un esempio l’ermellino, molto più piccolo di quanto ci si aspetterebbe. Anche a causa di un errore storico, o sarebbe meglio dire artistico: Leonardo da Vinci si è sbagliato, il celebre dipinto “Dama con l’ermellino” ritrae in realtà un furetto, più grande, in braccio a Cecilia Gallerani.

Sono tanti i colori che può assumere la neve – in un caso è scesa addirittura nera, a causa dell’inquinamento -, sono diversi i nomi con cui la si può descrivere, a seconda del mese in cui cade o della consistenza, se ne parla, la si misura, la si confronta con quella degli anni precedenti… “la gente di montagna dedica alla neve quell’attenzione che si riserva a una persona speciale”. E non si tratta di un’esagerazione, succede davvero così. La preoccupazione di tutti quando non arriva è palpabile, e non è solo legata al turismo. Al contrario, quando ne arriva troppa può fare paura, incute timore e rispetto, come avrà ben presente chiunque si sia trovato davanti un fronte valanghivo anche non recentissimo o abbia assistito a un distacco, anche senza esserne direttamente coinvolto. Dopo Vaia i boschi d’alta quota che venivano rispettati e mantenuti integri da molti secoli a protezione dei versanti e delle quote più basse hanno subito un duro colpo, e sono ottantasei i nuovi potenziali siti valanghivi, di cui alcuni interessano strade, paesi e manufatti, e richiedono attenzione immediata.

Ma questo libro non è solo un saggio: tra i capitoli Daniele Zovi ci accompagna tra i suoi ricordi sulla dama bianca, da quelli più recenti a quelli di bambino, cosicché non conosciamo solo il lato scientifico della neve, ma anche quello più intimo e personale. E d’altro canto come potrebbe essere altrimenti per l’evento atmosferico che da sempre affascina e fa sognare tutti, grandi e piccoli? Molti dei racconti risuoneranno in chi ha passato più o meno tempo nella neve, mentre quelli più lontani nel passato offriranno soprattutto ai più giovani una prospettiva diversa, una finestra su un mondo che non hanno potuto vedere, perché non ancora nati.

Più che un’autobiografia, è una testimonianza d’amore, appassionante e malinconica, che di tanto in tanto ci ricorda quanto i paesaggi imbiancati rischino di essere sempre più solo un ricordo: “la neve e il ghiaccio ci accusano soprattutto con la loro assenza. I numeri dei disastri che abbiamo provocato e la quasi totale incapacità di correggere i nostri comportamenti ci mostrano una situazione ormai irreversibile.

Io sono stato fortunato, ho visto tanta neve.” Se, secondo gli studi compiuti dai ricercatori dell’ISMAR-CNR, delle università di Trieste, Genova e Aberystwyth e di ARPA Veneto nel dicembre del 2019, il ghiacciaio della Marmolada potrebbe scomparire del tutto in venticinque – trent’anni, nell’agosto dello stesso anno è stato “celebrato il funerale” di un ghiacciaio islandese, scomparso dopo ben 700 anni di vita. In sua memoria, è stata posta una targa per i posteri: «Nei prossimi duecento anni tutti i nostri ghiacciai seguiranno lo stesso destino. Questo monumento testimonia che noi siamo coscienti di ciò che sta accadendo e di ciò che va fatto. Solo voi saprete se lo abbiamo fatto».

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