Il richiamo della natura

Micron
Immaginare un mondo migliore è possibile, anche se magari non sempre così semplice. George Monbiot ci mostra come sia possibile costruirlo insieme, permettendo alla natura di seguire il suo percorso di autoguarigione portandoci con sé. Un ambientalismo che traccia un percorso di speranza, di riscoperta del senso di meraviglia, sopito dall’addomesticamento.
Giulia Negri, 01 Giugno 2018
Titolo

Selvaggi. Il rewilding della terra, del mare e della vita umana

Autore

George Monbiot

Anno pubblicazione

2018

Editore

Piano B

Info

pp. 304; euro 17,90

Micron
Comunicatrice della scienza

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Se ci dovessimo figurare un’Europa più selvaggia, ricca di animali e alberi, magari in un parco o una riserva, probabilmente nella nostra mente si formerebbe l’immagine di boschi fitti, di conifere o piante cedue, abitati da lepri, volpi, cinghiali, donnole, cervi, lupi e orsi. Rimarremmo quindi stupiti nel constatare che fino a poco tempo fa – in termini geologici, tra 100.000 e 50.000 anni fa – il vecchio continente era attraversato da leoni e rinoceronti, dove iene e uri scorrazzavano e gli elefanti sradicavano gli alberi con le zanne. George Monbiot, ambientalista, scrittore e giornalista, in Selvaggi – Il rewilding della terra, del mare e della vita umana ci accompagna in un viaggio che lui stesso ha compiuto, liberandosi della sensazione di vivere una vita addomesticata e riscoprendosi come elemento di un mondo più selvaggio, di cui sentirsi parte integrante.
Ci mostra il rewilding (o rinaturalizzazione) come un’occasione per entrare maggiormente in contatto con la natura e non come la necessità di allontanarsene. «Il rewilding riguarda l’umiltà, significa fare un passo indietro» nel senso che non si vogliono manovrare i processi naturali, per ottenere uno specifico ecosistema o paesaggio: una volta reintrodotte le specie che erano venute a mancare, bisognerebbe lasciare che le varie dinamiche si stabiliscano autonomamente. Non vi è un punto di arrivo prevedibile. E non può nascere come processo forzato, ma deve poggiare sulla solida base del consenso popolare.
Questo si discosta da quello che vari movimenti e gruppi ambientalisti auspicano: per molti gli ecosistemi sarebbero da conservare come “un barattolo di sottaceti”, come un insieme di specie in uno stato di sviluppo bloccato. Ma non si può gestire la natura nello stesso modo in cui si accudisce un giardino, né pensare a un rewilding forzato, come ne sono avvenuti diversi in tutto il mondo, parallelamente a guerre o ad altre tragedie umane. Bisogna pensarlo come qualcosa che va anche a beneficio dell’uomo e del luogo in cui vive, non come un atto compiuto per il bene di un’astrazione che chiamiamo Natura.
“Selvaggi” è anche un libro di speranza, di profondo ottimismo: se l’ambientalismo del Ventesimo secolo prevedeva l’avvento di «una primavera silenziosa in cui l’ulteriore degrado della biosfera sembrava inevitabile», il rewilding offre la speranza di un’estate chiassosa, in cui i processi distruttivi abbiano iniziato la retromarcia. Con lupi che permettono la rigenerazione delle foreste, castori che prevengono le inondazioni e balene che aumentano l’assorbimento di anidride carbonica dall’atmosfera compiuto dall’oceano.
Se i grandi erbivori – tra cui gli elefanti – attraversavano l’Europa in passato, questo spiegherebbe perché querce, frassini, faggi, tigli, aceri, castagni, noccioli, ontani e salici riescano a rigermogliare dove il fusto è stato spezzato, come accade agli alberi africani che devono sopravvivere agli assalti dei pachidermi, eppure questo legame non sembra essere stato afferrato dagli studiosi. Questo perché siamo tutti soggetti alla Shifting Baseline Syndrome, termine coniato dallo scienziato Daniel Pauly: gli individui di ogni generazione percepiscono e accettano come “naturale” lo stato degli ecosistemi che hanno incontrato nella loro infanzia, anche se la condizione che a loro sembra normale era già ampiamente modificata e impoverita.
Anche gli scienziati non sono sempre consapevoli della misura in cui l’uomo ha alterato gli ambienti che studiano.
«Ci sono voluti millenni di cacciatori e agricoltori per infliggere alla terra i danni che l’industria ittica ha inflitto alla vita del mare in appena trent’anni», eppure la restaurazione dell’ecologia marina sarà più semplice: la megafauna non è ancora estinta ovunque e gli spostamenti sono più semplici. Oltre a questo, se si riusciranno a proteggere dalla pesca delle oasi abbastanza grandi, anche i pescherecci ne beneficerebbero. In più, in acqua non vi sono ostacoli come l’agricoltura e l’urbanizzazione.
Monbiot critica aspramente l’attuale sistema di sussidi agricoli, che assorbe più di un terzo del bilancio europeo e finanzia in maniera indiscriminata anche chi non coltiva, purché non permetta alla natura di riconquistare terreno con alberi e arbusti, magari bruciandoli o lasciando che le pecore pascolino ovunque, rendendo sterile il terreno e il paesaggio.
Un libro estremamente piacevole da leggere perché “ibrido”, non solo saggio ma anche racconto del percorso compiuto dall’autore, dove aneddoti, studi ecologici e dati si mescolano senza interruzioni, immergendoci in una narrazione che ci cattura, anche se non siamo del tutto consci di dove stiamo andando. Una lettura per gli scettici, per dar loro speranza in un futuro più vivido, e per chi già crede sia necessario restituire terre alla natura, per provare a vedere un cammino diverso, con occhi nuovi.

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