Il senso degli scienziati per la bellezza

Micron
Come si racconta una storia sulla materia invisibile con uno strumento, il cinema, che si serve di immagini? Semplice, con la bellezza. Ecco la chiave di lettura che Valerio Jalongo ha scelto per raccontare nel suo nuovo film il rapporto che lega scienza e arte, due mondi a prima vista molto diversi, che cercano di dare una risposta alle stesse domande: chi siamo e da dove veniamo. Appuntamento al cinema, il 21 e il 22 novembre, per conoscere i fisici delle particelle che, ogni giorno al Cern, indagano il mistero dell’origine dell’universo.
Sara Mohammad, 20 Novembre 2017
Titolo

Il senso della bellezza

Regista

Valerio Jalongo

Anno pubblicazione

2017

Info

Durata 1 ora 15 min

Micron
Comunicazione della scienza e neuroscienze

Quando quello che sappiamo sulla natura diventa così complicato e frammentario da impedirci di coglierne l’essenza, uno dei modi per non perdersi nella sua complessità è farsi guidare dalla bellezza. E la bellezza è la chiave di lettura che Valerio Jalongo ha scelto per raccontare nel suo nuovo film il rapporto che lega scienza e arte, due mondi a prima vista molto diversi, che cercano di dare una risposta alle stesse domande: chi siamo e da dove veniamo.
L’idea da cui parte Il senso della bellezza risale a cinque anni fa, più o meno a quando Jalongo decise di girare un documentario sugli scienziati del CERN, che giorno dopo giorno indagano il mistero dell’origine dell’universo. “All’inizio rimasi affascinato dal CERN e da questa grande comunità di scienziati che riescono ad andare oltre le divisioni politiche, culturali e religiose”, spiega Jalongo. In effetti il CERN, il centro di ricerca internazionale che ha sede a Ginevra, è uno dei pochi luoghi rimasti oggi in Europa dove la provenienza geografica (con tutto quello che ne consegue) non impedisce ai fisici di centocinquanta nazioni diverse di collaborare e condividere le loro scoperte sull’origine dell’universo.
In seguito, durante le riprese, Jalongo si rese conto che c’era un problema. Gli scienziati del CERN si cimentano con particelle di materia talmente piccole che non solo non è possibile vederle, ma nemmeno immaginarle. Come si racconta una storia sulla materia invisibile con uno strumento, il cinema, che si serve di immagini? È qui che il regista romano ha l’intuizione che lo spinge a esplorare il rapporto fra scienza e arte. “In quel momento ho capito che per imitare la grande comunità del CERN dovevo trovare artisti che cercavano di confrontarsi con quello che la fisica contemporanea ha scoperto e continua a scoprire sulla natura”.
Gran parte della ricerca condotta al CERN si concentra sulla fisica delle particelle, cioè sullo studio delle particelle elementari della materia e delle loro interazioni. L’unica rappresentazione visiva di queste interazioni è un intreccio di linee, un’immagine che i fisici riescono a “leggere” grazie alla matematica, ma che non dice niente a chi fa un altro mestiere. “Chi non è un fisico ha bisogno di cose più concrete per capire come siamo fatti”, conferma Jalongo. “Il rapporto tra arte e scienza è nato quasi da una necessità, quella di fare un film che avesse immagini concrete”. Per questo, oltre a intervistare gli scienziati del CERN, Jalongo ha individuato dodici artisti in tutto il mondo che nelle loro opere ricostruiscono quello che gli scienziati non possono rappresentare senza fare a meno delle equazioni. E tra una ripresa e l’altra del Large Hadron Collider, dove le particelle vengono accelerate fin quasi alla velocità della luce, Jalongo ci presenta le opere degli scultori, come Antony Gormley, e degli artisti, come Evelina Domnitch e Dmitry Gelfand, che si ispirano alle scoperte della fisica per capire l’universo che ci circonda. 
Nel suo viaggio alla scoperta di come rappresentare l’invisibile, Valerio Jalongo ci racconta che il mestiere dello scienziato e quello dell’artista hanno molto in comune, a partire dall’immaginazione: “Come disse Einstein, anche per uno scienziato l’immaginazione è più importante della conoscenza”. Anche alcune delle caratteristiche che ritroviamo facilmente in un oggetto artistico, come la simmetria di una melodia o la semplicità di un tempio greco, assomigliano molto alle leggi della fisica quantistica. D’altra parte, fa notare nel film Evelina Domnitch, “un bell’esperimento scientifico è indistinguibile da un’opera d’arte”.
“Ho pensato che per un film apparentemente su questioni oscure, come le particelle subatomiche, la bellezza poteva essere qualcosa con cui tutti possiamo relazionarci, perché tutti sappiamo o almeno abbiamo esperienza di che cos’è la bellezza”, continua Jalongo. Se non possiamo più avvicinarci alla conoscenza senza provare quella sensazione di angoscia perché ci sfugge il quadro complessivo, perché nemmeno la fisica riesce più a darci un’immagine completa e rassicurante della natura, Valerio Jalongo è convinto che ci rimane ancora la bellezza. Persino i fisici delle particelle, che nell’immaginario comune sono gli scienziati più freddi e distaccati dal resto del mondo, per orientarsi nella complessità dell’universo e della materia subatomica hanno bisogno di una bussola, di quella “che a volte chiamano semplicità, a volte eleganza, e a volte bellezza“. E alcuni di loro, il 21 e il 22 novembre, saranno al cinema per raccontarci proprio questo (sale e orari li trovate qui ).

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